venerdì, 15 Maggio 2026

Finance confidential: 5 retroscena della finanza

Sommario

Da via Filodrammatici a Wall Street, i nuovi market mover ridisegnano i confini. Satelliti in Asia, sorveglianza hi-tech sui banker e il risiko 5G in Piazza Affari: ecco come si muovono i protagonisti della finanza…

Descalzi e il “satellite” Searah

La nascita di Searah, il nuovo progetto paritetico tra Eni e Petronas, è firmato Claudio Descalzi, AD di Eni. I rumors parlano di mesi di due diligence ai limiti del maniacale, blindata nel segreto delle stanze di San Donato Milanese, dove sorge il nuovo centro direzionale dell’azienda, prima del botto nell’update di marzo.

Sul piatto 15 miliardi di dollari di investimenti in cinque anni per estrarre oro nero e gas tra Indonesia e Malesia. L’obiettivo è mettere a terra 8 nuovi progetti e perforare 15 pozzi per passare a una produzione di 500mila boe/giorno. Ma la vera partita è politica. Con un IRR (tasso interno di rendimento) del 20%, Descalzi non sta solo cercando barili: sta inviando un messaggio cifrato al MEF per ribadire che Eni è l’unica big italiana capace di sedersi al tavolo dei giganti asiatici con una dote reale.

La regia tecnica di Francesco Gattei, il CFO di ferro, è stata un lavoro di cesello fondamentale per bilanciare i pesi con i malesi, ma il vero interrogativo che agita i salotti romani resta uno solo: questa potenza di fuoco asiatica basterà a Descalzi per blindare definitivamente la sua permanenza al vertice?

Il Grande Fratello di JP Morgan

A Wall Street il caffè non basta più a tenere svegli i junior banker: ora ci pensa l’algoritmo di monitoraggio. JP Morgan, forte di un utile da 13 miliardi di dollari e ricavi per quasi 47 miliardi, ha lanciato una piattaforma digitale che incrocia battute sulla tastiera, meeting su Zoom e log-in di sistema per mappare ogni secondo della vita in ufficio.

La versione ufficiale dipinge questa mossa come una misura di wellbeing per evitare che i giovani analisti superino le 80 ore settimanali, ma la verità dei corridoi è molto più cinica. Pare che l’obiettivo sia isolare chirurgicamente chi finge di lavorare per gonfiare gli straordinari o chi, terrorizzato dal perdere il deal del secolo, nasconde la stanchezza.

Con 105 miliardi di costi operativi previsti nel 2026, Jamie Dimon ha trasformato lo screen time in uno strumento di ingegneria sociale, rendendo la sorveglianza informatica la nuova frontiera della produttività spietata. È la nuova prospettiva della tutela del lavoratore o solo il modo di monitorarne produttività ed efficienza?

Il patto delle torri scuote Inwit

C’è chi lo chiama ritorno al futuro e chi, invece, un vero e proprio atto di guerra fredda infrastrutturale. L’accordo strategico tra TIM e la nuova corazzata Fastweb+Vodafone per costruire 6.000 nuove torri 5G è un siluro dritto alla linea di galleggiamento della società delle torri, Inwit, nata proprio dalle costole dei due giganti.

Il tonfo del 16% in Borsa ha bruciato milioni in una sola seduta, costringendo il management a una drastica revisione della guidance. Per i detrattori, la mossa di Pietro Labriola, AD e Direttore Generale di TIM, e dei soci di Fastweb è un capolavoro di pressione negoziale: dato che TIM e Vodafone garantiscono l’80% dei ricavi di Inwit (circa l’800 milioni su un fatturato di un miliardo), creare una nuova infrastruttura parallela significa dire chiaramente al fondo Ardian – che controlla il 31% di Inwit – che i tempi dei canoni d’affitto blindati sono finiti.

Con una prospettiva di 6.000 nuovi siti entro il 2030 che opereranno in modalità open access, i due giganti Telco puntano a un margine EBITDA che faccia impallidire l’attuale struttura dei costi. E all’Italia cosa resteranno: troppe torri e troppi pochi investitori stranieri disposti a scommetterci ancora?

La Big Mac Depression

Non fatevi ingannare dal sorriso di Ronald McDonald: negli uffici di Chicago c’è il panico da carovita. Dopo aver provato a vendere menu a 25 dollari in California – scatenando una rivolta social che ancora brucia – il CEO Chris Kempczinski è dovuto tornare sui suoi passi con la coda tra le gambe.

Polverizzati gli aumenti degli scorsi anni, che hanno portato il prezzo medio di un Big Mac a sfiorare i 18 dollari in alcune zone del Connecticut, il colosso (che vanta una capitalizzazione di circa 190 miliardi di dollari) ha visto per la prima volta un deflusso di massa dei clienti a basso reddito.

Il nuovo menu da 1, 2 e 3 dollari è l’ammissione di un fallimento: il pricing power dei giganti si è schiantato contro il portafoglio vuoto della classe media. Mentre Burger King sorpassa Wendy’s nella classifica del valore, McDonald’s prova a riconquistare la fedeltà a colpi di sconti. E i margini stanno iniziando a soffrire. Con vendite globali same-store che sono cresciute dell’1,9% nell’ultimo trimestre – ben al di sotto delle attese degli analisti che scommettevano sul 2,3% – la multinazionale ha capito di aver tirato troppo la corda.

La vera scommessa non è quanto vendono, ma se riusciranno a convincere i clienti a non limitarsi al panino low-cost. Se la Big Mac Depression continua, il prossimo trimestre potrebbe non bastare nemmeno un Happy Meal per far sorridere gli azionisti. È il segnale definitivo che anche i giganti del Dow Jones hanno toccato il soffitto di cristallo dell’inflazione globale?

Uber scommette sui robotaxi

Con un assegno da 1,25 miliardi di dollari staccato a favore di Rivian, Uber si è comprata il futuro dei robotaxi, saltando a piè pari i Cybercab di Tesla che sembrano destinati a restare prototipi da fiera. Dara Khosrowshahi ha finalmente deciso di smettere di aspettare le promesse (mai mantenute) di Elon Musk.

L’obiettivo? Creare una flotta proprietaria di 50mila robotaxi entro il 2031. Uber non vuole più essere solo un’app ma un’infrastruttura. Ma non è tutto rose e fiori. L’operazione è stata cucita su misura dopo mesi di tensioni sui margini operativi di Uber, che ha chiuso il 2025 con un EBITDA rettificato record di oltre 6 miliardi di dollari. Sente però il fiato sul collo dei costi assicurativi e del personale. 

Con un flusso di cassa libero (Free Cash Flow) che ha finalmente superato i 3,4 miliardi, Uber ha la munizione per rischiare laddove altri hanno fallito. Ma Rivian continua a bruciare cassa come se non ci fosse un domani, quasi 1 miliardo a trimestre: ha visto il suo titolo perdere l’80% del valore dall’IPO del 2021 prima di una timida risalita. L’integrazione del software è un incubo ingegneristico che sta facendo perdere il sonno ai tecnici di Irvine.

È un colpo di genio che spazzerà via la concorrenza umana o Khosrowshahi ha appena legato il suo destino a una zavorra elettrica che rischia di trascinarlo sul fondo?

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📸 Credits: Canva.com

Determinata, ambiziosa, curiosa e precisa. La passione per il giornalismo mi guida fin da bambina. Per Il Bollettino mi occupo di Startup, curo le interviste video ai player del settore e seguo da anni la realtà delle PMI.