venerdì, 10 Luglio 2026

Laureati ed espatriati: quanto costa allo Stato farci studiare e poi vederci andare via

Sommario

Formare uno studente dalla scuola primaria alla laurea (circa 18 anni di percorso, fonte OCSE) pesa sulle casse pubbliche circa 164.000 euro. Un investimento che si trasforma in costo se poi i laureati si trasferiscono all’estero per lavorare. Lo spreco di risorse per il sistema di istruzione italiano è calcolato in circa 4,5 miliardi di euro all’anno.

Una nota positiva però c’è: è che cresce la percentuale di chi trova lavoro dopo la laurea. I dati: a un anno dalla laurea di primo livello è occupato l’81,2%; chi si è laureato alla magistrale si colloca per l’80,8%. Numeri in salita, rispettivamente del 2,6 e 2,2%, rispetto alla rilevazione precedente. Il vero boom di occupati però si registra invece più tardi, a cinque anni dalla laurea, quando l’occupazione tocca il 91,7% per la triennale e il 94,4% per chi ha la specialistica.

Investimento o costo? Per chi conclude una triennale e si trasferisce all’estero la busta paga a un anno dal titolo è di 1.895 euro. E in Italia? In media di 1.491 euro per i laureati di primo livello e 1.495 euro per i laureati di secondo livello (fonte: Rapporto Almalaurea 2026). Valori che, invece di aumentare, calano: dell’1,4% per i laureati di primo livello e dello 0,9% per quelli di secondo livello.

Si percepisce di più solo cinque anni dopo essersi laureati: la retribuzione mensile netta è di 1.796 euro per i laureati di primo livello e 1.903 euro per quelli di secondo livello (qui in salita dell’1,6%).

Il taglio al regime fiscale

Quanto ci costa perdere i talenti che formiamo? 3 laureati triennali e 5 magistrali su 100 partono per lavorare all’estero. Sono 7.800 giovani ogni anno. E tra chi si è laureato nel 2020, chi lavora oggi ancora fuori dai confini nazionali è il 5% tra i triennali e il 6,3% tra i magistrali. E il 68,5% dei laureati fuggiti all’estero ritiene improbabile un rientro.

Il taglio al regime fiscale previsto per gli expat di rientro, che consentiva – ad alcune condizioni – un abbattimento IRPEF del 93%, pesa sulle decisioni. Salvo per ricercatori e docenti, per cui il sistema resta ancora in piedi, la detassazione ora è al 50% o al 60% entro il limite massimo di 600.000 euro. Se ne può usufruire per cinque anni.

Una agevolazione che non sembra più fare presa su chi si è trasferito. La tendenza ai rientri dall’estero si era intensificata a partire dal 2017 attestandosi a livelli medi annui di circa 40mila verso il Centro-Nord e 19mila verso il Mezzogiorno. Il saldo migratorio complessivo con l’estero però resta negativo: tra il 2005 e il 2024 la perdita è stata di circa 579mila italiani nel Centro-Nord e di circa 242mila nel Mezzogiorno (fonte: Rapporto Svimez).

La fuga dei laureati costa miliardi

Studiare come baluardo contro la disoccupazione? Nelle statistiche emerge un vero e proprio premio occupazionale, che sembrerebbe merito dell’istruzione. I senza lavoro sotto i 30 anni sfiorano il 20% (l’Italia è leader in Europa per il tasso di NEET, inattivi che non lavorano né cercano occupazione: sono oltre il 16% dei giovani). Mano a mano che si sale nel grado del titolo aumenta anche il numero di occupati. Con un livello di disoccupazione dei laureati al 3,2%, contro il 5,3 dei diplomati e il 9,1 di chi possiede un titolo secondario inferiore. Peccato però che le buste paga nostrane siano ferme da decenni e stentino ad adeguarsi al costo della vita.

Laureati più choosy

Forse è per la consapevolezza di essere poco valorizzati in Italia che oggi è cambiato anche l’atteggiamento dei laureati verso le proposte di lavoro. Che rifiutano posizioni non coerenti con il proprio percorso nel 76,4% dei casi, contro l’87,2% di disponibilità registrata dieci anni fa.

«Non sono più solo carriera e guadagno a contare: hanno acquisito rilevanza sempre maggiore aspetti connessi alla qualità del posto di lavoro un tempo ritenuti secondari, come il tempo libero, la flessibilità dell’orario di lavoro, la qualità delle relazioni con i colleghi, l’essere partecipi di processi lavorativi che generano utilità sociale», ha detto Marina Timoteo, Direttrice del Consorzio interuniversitario AlmaLaurea.  

Estrazione sociale elevata: ecco perché possono scegliere

La percentuale di chi ha almeno un genitore laureato è salita al 34,7% (dal 28,5% del 2015). Tocca il 46,3% tra le persone laureate nei corsi magistrali a ciclo unico. Un dato che conferma anche la persistente disuguaglianza nell’accesso all’istruzione terziaria.

Il 66,9% di chi si trovava alla viglia della laurea ha dichiarato di essere disposto ad accettare una retribuzione netta mensile non inferiore a 1.500 euro per un impiego a tempo pieno. Una quota più che raddoppiata rispetto al 24,4% del 2016 – complice anche l’inflazione esplosa negli anni – con un divario di genere ancora marcato (75% gli uomini, 61,6% le donne). Ma c’è di più. In Italia i laureati continuano a essere pochi. Ed essendo in pochi va da sé che il Mercato li contenda di più e a sua volta salga l’asticella delle richieste che si possono avanzare. L’Italia resta infatti in fondo alle classifiche europee per quota di persone laureate tra i 25-34enni, ferma al 31,1% e ben distante dalla media europea del 44%.  

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Giornalista professionista, classe 1981, di Roma. Fin da piccola con la passione per il giornalismo, dopo la laurea in Giurisprudenza e qualche esperienza all’estero ho cominciato a scrivere. All’inizio di cinema e spettacoli, poi di temi economici, legati in particolare al mondo del lavoro. Settore di cui mi occupo principalmente per Il Bollettino.