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Dino Scanavino – Presidente nazionale Cia: «Vendemmia top, però aiuti non bastano»

DiMatteo Vittorio Martinasso

18 Settembre 2020

Ottime notizie per l’Italia del vino. Il nostro Paese manterrà il primato mondiale anche quest’anno: secondo le stime per la vendemmia del 2020 di Ismea, i produttori potranno contare su circa 47, 2 milioni di ettolitri di vino, con un lieve calo del’1% rispetto al 2019 e del 4% rispetto alla media degli ultimi 5 anni. «La produzione è buona e lo è in un periodo in cui non ci sono scorte perché le bottiglie di medio costo sono state vendute», spiega Dino Scanavino, presidente nazionale della Cia-Confederazione italiana agricoltori. «A essere in difficoltà sono i vini di alta gamma, destinati alla ristorazione e all’export. È vero che se quelli invecchiati li teniamo 6 mesi in più in azienda diventano ancora più pregiati, ma il problema è che finanziare i magazzini dove tenerli costa parecchio».

Il mercato estero quanto incide?
«In Italia – dove la vendemmia coinvolge oltre 300 mila aziende agricole e più di 1,2 milioni di persone, per una superficie nazionale coltivata a vite di circa 650 mila ettari – il fatturato è superiore ai 10 miliardi ed è realizzato soprattutto grazie all’export».

Molti imprenditori del settore confidano nei fondi che verranno stanziati dallo Stato: sono sufficienti per ripartire?
«I 60 milioni di euro destinati agli agricoltori che hanno ridotto le rese e i 600 milioni di euro a fondo perduto per alla ristorazione, suddivisi in 5.000 euro ad azienda, di cui ha parlato recentemente il ministro Teresa Bellanova, sono boccate d’ossigeno ma non sono sufficienti. L’economia non si può sostenere con risorse pubbliche».

Di che cosa c’è bisogno?
«È necessario che le persone riprendano la vita di un tempo, tornando a frequentare i ristoranti, che i turisti tornino a visitare l’Italia e che sia nuovamente possibile realizzare manifestazioni ed eventi».

Sulla nostra economia pesano anche i dazi americani, che ci hanno risparmiato su vino ed olio ma che sono decisamente importanti su altri prodotti
«Sui formaggi per esempio i dazi sono passati dal 15% al 40%: per fortuna i consumatori americani continuano ad acquistarli, dimostrando la loro fedeltà nei confronti del Made in Italy. Un aumento di quelli sul vino non c’è stato, perché in un periodo come questo sarebbe stato difficile fronteggiarlo, soprattutto per quanto riguarda il settore dei prodotti più blasonati. Almeno su questo fronte l’Italia non è stata penalizzata».

Guardando al futuro qual è il problema che la preoccupa maggiormente?
«Il rischio della mancanza di manodopera per la raccolta dell’uva e, successivamente, delle olive. Considerando il freno agli arrivi in Italia dei lavoratori stagionali, soprattutto dai Paesi dell’Est Europa, a causa dell’emergenza sanitaria per il coronavirus, è necessario modificare al più presto l’attuale strumento operativo e burocratico che regola il lavoro accessorio, così da consentire alle aziende agricole di reperire manodopera in tempi brevi».

Che cosa si dovrebbe fare e che cosa servirebbe da parte delle istituzioni secondo voi?
«La Cia-Confederazione italiana agricoltori ha chiesto al governo di prorogare i permessi di soggiorno scaduti e di modificare l’impianto di lavoro accessorio, ma per il momento siamo in attesa di una risposta che temo non arriverà. Sono necessari strumenti contrattualistici estremamente flessibili, che permettano di regolarizzare facilmente i lavoratori anche per un breve periodo di tempo e che consentano una facile gestione della loro busta paga, perché la maggior parte delle nostre aziende ha bisogno di una manodopera di almeno 4 persone per 8-10 giorni. Vogliamo essere in grado di tornare a scendere in campo da protagonisti perché la vera partita ce la giocheremo nei prossimi mesi».

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