martedì, 23 Aprile 2024

Bottiglie pregiate come beni rifugio, l’impegno delle Donne del Vino

Sommario
vino

Il mercato italiano del vino è in fermento e promuove il Made in Italy nel mondo. Intanto, sale il prezzo dei beni di consumo primari e i titoli resistono alla crisi. Retail, cibo e beverage, prodotti per la persona e la casa, tabacco fanno registrare buone performance in Borsa nonostante le condizioni di mercato sfavorevoli. La ragione risiede nella natura stessa di questi stock. Difatti, le persone acquistano periodicamente queste tipologie di prodotti, indipendentemente da prezzo, andamento di mercato e disponibilità economica. Stiamo parlando non solo di cibo e bevande, ma anche di mobili, arredamento, prodotti per la pulizia della casa e l’igiene personale, cosmetici e tabacco.

In secondo luogo, le azioni collegate ai beni primari tendono ad assicurare dividendi nel lungo termine. Lo dimostrano le performance dei Dividendi Aristocrats, un gruppo di aziende che ha visto i propri profitti aumentare ogni anno negli ultimi 25. Un trend positivo frutto della longevità che caratterizza la maggior parte delle aziende che operano nel settore. Basti pensare che alcune di queste sono in attività da più di 100 anni. La stabilità delle azioni contribuisce ad assicurare un valore del trend stabile nel lungo termine. Elemento che va a beneficio anche degli investitori poiché si riflette positivamente sulle quotazioni.

bicchieri vino

Come succede per ogni investimento ci sono però alcuni lati negativi e rischi. I margini di profitto sui beni di consumo primari sono bassi e le opportunità di crescita sono modeste. Questo comporta che nei periodi maggiormente positivi per l’economia, questi stock possano avere prestazioni più modeste rispetto ad altri settori più dinamici.

Goie e dolori degli stock di beni di consumo primari

La vendita al dettaglio e altri segmenti possono però accusare le scelte dei consumatori. La nuova concorrenza del commercio elettronico mette alcuni marchi a rischio interruzione. Infatti, la crescita delle vendite di prodotti online può indebolire in Borsa anche le più note aziende che producono beni di consumo primari. Come acquistare? I consulenti finanziari raccomandano agli investitori non professionisti di adottare un approccio diversificato, invece di puntare su un unico titolo. A questo scopo, gli esperti suggeriscono di concentrare le risorse su un fondo di scambio negoziato (ETF) oppure uno discrezionale ben diversificato. Consigliano inoltre di utilizzare gli strumenti di screening disponibili sulla piattaforma di intermediazione per trovare le migliori opzioni.

I potenziali investitori possono acquistare stock di beni di consumo primari utilizzando un conto di intermediazione standard o uno di pensionamento individuale (IRA) con imposte agevolate. È importante sottolineare la necessità di dedicare del tempo alla due diligence e alla ricerca dei titoli che maggiormente si prestano alle proprie necessità. Due pratiche da non sottovalutare soprattutto se si decide di investire su singole azioni di prodotti e brand differenti. Una scelta che richiede particolare attenzione. E anche il mercato italiano si presta agli investimenti.

Coldiretti: i turisti stranieri spendono soprattutto in cibo e vino

L’analisi presentata da Coldiretti durante la Borsa internazionale del Turismo di Milano (BIT) 2023 mostra che i turisti stranieri che soggiornano in Italia spendono la maggior parte del proprio budget in cibo e vino. Basti pensare che la spesa totale nel 2022 si aggira intorno ai 30 miliardi di euro. Il settore agroalimentare, secondo le ultime stime dell’associazione nazionale, a livello globale raggiunge complessivamente il valore di 60 miliardi di euro. «Ci sono bottiglie perfette per essere bene rifugio e tanti collezionisti lo sanno. Vorrei, però, dire che nei caveaux di molte cantine anche i produttori investono, conservando, quasi coccolando, bottiglie di vini particolarmente longevi», afferma Daniela Mastroberardino, Presidente dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino e amministratrice dell’azienda Terradora.

mastroberardino donne del vino

Quante sono le “Donne del Vino”?

«Siamo ormai oltre un migliaio di professioniste che lavorano in tutta la filiera: in prima fila le produttrici e, poi, le ristoratrici, le enotecarie, le enologhe, le agronome, le sommelier, le giornaliste, le blogger, le influencer. Una base associativa molto composita, ma rappresentativa di tutta Italia, visto che la crescita delle delegazioni è avvenuta in tutte le regioni e testimonia il cambiamento di passo delle donne nel vino in questi quasi 35 anni. In termini di dimensioni aziendali le nostre produttrici provengono, in prevalenza, da realtà medio-piccole, ma non mancano socie espressione delle cantine più grandi e famose a livello internazionale. È, dunque, il nostro uno spaccato del mondo del vino variegato ed è questa la nostra grande ricchezza».

C’è un tratto comune che vi caratterizza?

«Le nostre imprenditrici o manager, come i loro colleghi uomini, hanno, pertanto, approcci al mercato, fronteggiano le crisi nei modi che reputano più opportuni e che possono essere molto differenti, anche in considerazione delle diverse estrazioni aziendali. Se proprio dovessi sottolineare un aspetto che trasversalmente attraversa queste variegate realtà, direi l’attenzione alla sostenibilità. Un’attenzione che ha visto le imprese a conduzione al femminile, spesso in prima linea, e in genere più aperte al cambiamento. Una transizione ritenuta sempre più necessaria, visto gli impatti del cambiamento climatico. È di questi giorni la notizia che il Disciplinare del sistema di certificazione della sostenibilità del settore vitivinicolo estenderà alle cantine le linee guida in materia di sostenibilità, rendendole obbligatorie e non più facoltative.

Inoltre, gli ultimi dati di Nomisma fotografano la presenza delle donne nelle imprese del vino concentrata nel marketing e nella comunicazione dove sono l’80% degli addetti, nell’enoturismo e nelle altre attività turistiche dove sono rispettivamente il 76-75% degli occupati. Prevalgono leggermente anche nel commerciale (51%) mentre nel vigneto e in cantina sono appena al 14%».

Come e perché investire nel vino?

mondo

«Associare il vino a portafoglio d’investimento da linguaggio fantascientifico, come sarebbe stato anni fa, è diventato materia quotidiana fra gli addetti ai lavori, anzi, è significativo come, proprio nel lungo periodo della pandemia, la Borsa del Vino, il Liv-Ex, abbia fatto registrare un incremento nei membri di circa il 30%. Altrettanto interessanti i cambiamenti, gli adeguamenti dell’offerta con l’irrobustirsi della domanda, non più soltanto Borgogna o Bordeaux, Napa Valley o Cile, ma anche diversi tra i più conosciuti vini italiani, trasformatisi in oggetto dei desideri».

Una bottiglia di vino pregiato può diventare un bene rifugio?

«Direi di si, ci sono bottiglie perfette per essere bene rifugio e tanti collezionisti lo sanno. Vorrei, però, dire che nei caveaux di molte cantine anche i produttori investono, conservando, quasi coccolando bottiglie di vini particolarmente longevi. Pensiamo a denominazioni come il Barolo, l’Amarone della Valpolicella, il Brunello di Montalcino e il Taurasi. Investire nell’invecchiamento di questi vini, anche ben oltre i minimi richiesti dai disciplinari, è parte importante della strategia di valorizzazione del territorio e dei singoli brand. Ovviamente, ci sono zone di produzione, dove la sfida è stata, da tempo, raccolta e dove i produttori stanno già raccogliendo i risultati, con le loro bottiglie divenute prezioso oggetto del desiderio, se non il bene rifugio per i collezionisti».

Nel 2021 i produttori di vino under 25 sono saliti a quota 1200, in controtendenza rispetto agli altri settori industriali. Sono 100 mila le aziende guidate da under 35, il 25% è gestito da donne. È quanto emerge dalle rilevazioni della Rome Business School sugli ultimi dati Censis. Quali sono le potenzialità occupazionali del vino?

«Condivido appieno il punto di vista di chi ha detto che le aziende capitanate da giovani sono innovative e sostenibili, hanno, infatti, una maggior propensione a lavorare per efficientare i processi produttivi. Distintiva è, poi, la loro cura del contatto diretto con il consumatore grazie ai social. La presenza di tanti giovani può, dunque, innescare un trend virtuoso, che abbracci professioni e comparti collegati, uno per tutti l’enoturismo che macina già numeri importanti».

Cosa fare per non sprecare questo potenziale?

donna uomo vino

«Siamo un paese di antica tradizione, dei tanti vitigni autoctoni, talvolta, con coraggio conservati, eppure continua ad essere poca la compattezza sul fronte promozionale, addirittura con scarsa sinergia fra enti pubblici e soggetti privati. Continuiamo ad essere l’Italia dei tanti campanili e delle tante denominazioni, non tutte adeguatamente performanti in un mondo globalizzato. Talvolta diventa forte, anche fra alcuni produttori, il desiderio di seguire le mode, il successo di alcuni vini, piuttosto che lavorare sulle criticità che impediscono una completa valorizzazione del nostro patrimonio vitivinicolo. Una strada più lunga, faticosa, ma che porta a risultati più duraturi».

Le stime di Nomisma dicono che nel 2022 c’è stato un calo nelle vendite di vino nella grande distribuzione. Come invertire il trend?

«Alle nostre spalle ci sono gli anni della pandemia e dei lockdown, che hanno inciso pesantemente sugli scenari distributivi. Guardiamo agli exploit dei vini in GDO e all’ascesa dell’e-commerce, caratterizzati anche dall’ampliamento degli assortimenti con etichette fino ad allora reperibili esclusivamente in enoteche e ristoranti. La fine delle restrizioni ha dato forza alla voglia di aggregazione, di viaggiare. Dunque, assistiamo alla ripresa, nonostante gli impatti inflattivi, dei consumi nell’Horeca (albergo, ristorante e bar). La tenuta delle vendite online conferma, invece, che la pandemia ha solo accelerato il fenomeno. Ha costretto a scoprire una nuova modalità di acquisto più comoda, che, però, continua a piacere alla gente. Osservo, però, che tutte queste modifiche nello scenario della distribuzione erano abbastanza attese dai buyer della GDO, anche se la crescita dell’inflazione di quest’ultimo anno ha finito per complicare ulteriormente la situazione».

L’export di vino italiano, al contrario, è aumentato del 12% rispetto al 2021, attestandosi su quota 8 miliardi. Numeri che ci proiettano al secondo posto della classifica mondiale dei Paesi esportatori, secondi solo alla Francia (12,5 miliardi). Come proseguire questo trend positivo?

«Il 2022 è stato un nuovo anno record che dimostra come, anche in presenza di problematiche complesse come quelle che stiamo affrontando, serve continuare a lavorare, guardando alla diversificazione dei mercati, in particolare quelli emergenti, ad investire nelle attività di promozione. Dieci anni fa, il focus erano i mercati tradizionali, l’Unione Europea pesava circa il 57%, ora quella quota si è ridotta al 39% e non solo per effetto della Brexit. Si è, infatti, determinato un diverso approccio ai mercati con nuove realtà da presidiare: ad esempio oggi l’Asia pesa per il 7% sull’export complessivo di vino italiano».

Guardando al futuro, come valorizzare questa eccellenza del Made in Italy?

degustazione vino

«Sul versante internazionale sono ampi gli spazi di crescita in molti Paesi se si guarda nel medio-lungo periodo, oltre, dunque, le contingenze dell’orizzonte temporale più prossimo. La necessaria attenzione ai mercati maturi resta indispensabile. Ma non si può non pensare ad aggredire il potenziale inespresso nei mercati emergenti. Il vino italiano è un sistema complesso. Ha tante declinazioni, sfaccettature e questo rende più faticoso il nostro lavoro di promozione. Va però fatto, senza se e senza ma, diversamente, in quei luoghi, dove i consumatori continueranno a preferire vini che provengono da paesi che conoscono meglio».

Qual è il giro d’affari del vino a livello globale?

«A livello globale, il valore del mercato del vino viene calcolato in 245,6 miliardi di euro, con una prospettiva di crescita ulteriore da qui al 2025-2028 a seconda degli studi che si leggono».

Quali scenari apre il silenzio-assenso della Commissione europea alla norma con cui l’Irlanda introduce avvertenze sanitarie in etichetta per gli alcolici?

«Viviamo in un periodo in cui il consumo di alcolici è avversato da più parti e in questa vicenda colpisce come il silenzio-assenso si sia trasformato in un silenzio assordante. L’obbligo di riportare le avvertenze sanitarie in etichetta porterà a nuovi ostacoli all’accesso al mercato. Spero non dia più forza alla voce di quei soggetti, di quei Paesi dell’Unione Europea favorevoli a politiche antialcoliche. Dopo questa vicenda, più che mai dobbiamo continuare a promuovere il vino come parte di uno stile di vita fatto di moderazione. Una caratteristica che è parte della dieta mediterranea. Bisogna puntare a rimarcare le capacità del vino di catalizzare relazioni e socialità, sostenibilità, valori familiari e artigianalità sia di grandi che di piccole imprese». ©

Articolo tratto dal numero del 1 marzo 2023 de il Bollettino. Abbonati!

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