sabato, 13 Aprile 2024

Vino: 2023 difficile, tra costi in rialzo e fatturati in calo

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Prezzi lievitati, vendite in flessione, crollo della redditività. Il surplus di costi registrato quest’anno in Italia dalle imprese – 1,5 miliardi, l’83% in più, derivanti dai soli aumenti della materia energetica e delle materie prime secche, come tappi, vetro e carta – complicherà parecchio i bilanci 2022.  Il margine operativo lordo è previsto quest’anno al 10%, in discesa rispetto al 25% del 2021 e peggiore anche dell’annus horribilis 2020, quando l’indicatore di redditività riscontrato era al 17%.

Ma la vera doccia fredda sarà nel 2023: in uno scenario recessivo il Mol (margine operativo lorodo) andrà in caduta libera (4%), con un fatturato, a -16%, che in molti casi non riuscirà a coprire costi in decremento (-11%), ma comunque relativamente alti. In termini monetari, la riduzione del Mol attesa per l’anno prossimo è di circa 900 milioni di euro, attestandosi così a 530 milioni di euro contro il miliardo e 400 milioni del 2022 e i 3,4 miliardi del 2021.

«La crisi delle materie prime, in primis il vetro, è certamente un tema che ci tocca da vicino e che sta colpendo tutti i produttori di vino in modo trasversale» dice la Presidente di Federvini, l’associazione di categoria, Micaela Pallini. «Inoltre, la situazione si complica ulteriormente poiché, oltre alle materie prime, è necessario includere l’impatto e i rincari dei costi dell’energia necessaria sia per la produzione sia per la distribuzione delle bottiglie. Infine, gli effetti del riscaldamento globale sono evidenti e catastrofici, soprattutto a chi lavora in campagna: quest’anno la siccità ha messo a dura prova il settore ma, nonostante ciò, l’Italia si è confermata primo produttore a livello mondiale».

Italia primo porduttore mondiale di vino

Un gran bel risultato. Ma quanto vale la produzione nel Belpaese?

«Il valore della produzione italiana nel 2021 si attesta intorno ai 12 miliardi di euro. Il 2021 è stato un anno di forte ripresa per il settore, che aveva chiuso il 2020 con una contrazione dovuta alla crisi pandemica. La ripresa è stata oltre le aspettative e ha portato a superare i valori pre-pandemici. Stiamo certamente affrontando la tempesta perfetta ma noi produttori siamo certi che, con il supporto delle istituzioni, riusciremo a superare queste difficoltà al meglio. 

C’è chi dice che è necessario aumentare il valore riconosciuto alle produzioni Made in Italy, perché tra i costi crescenti dell’energia e degli imballaggi, costa più la bottiglia che il contenuto. Ma cosa è necessario fare per valorizzare più il nostro vino?

«Misure di sostegno alla promozione delle nostre produzioni sono fondamentali in un contesto in cui sono sempre di più i mercati esteri che offrono opportunità di business per le nostre imprese. Diventa quindi fondamentale costruire una campagna di comunicazione ben congegnata che sappia rafforzare la reputazione dei nostri settori anche per contrastare le derive proibizionistiche e i recenti tentativi di esclusione delle bevande alcoliche, vini inclusi, dalla politica di promozione europea dei prodotti agricoli, dato che ciò si tramuterebbe in un danno discriminatorio e non giustificato di molteplici produzioni di eccellenza a livello nazionale».

Quanto investe il Governo nella filiera e di quali incentivi e investimenti avrebbe bisogno un comparto così significativo per il nostro Paese?

«Stiamo vivendo un momento di grande incertezza. Per questo motivo è fondamentale lavorare insieme al nuovo Governo per la costruzione di un confronto aperto e trasparente. Servono interventi di struttura e misure di mercato, come le semplificazioni e la promozione a lungo termine, che permettano al settore di riprendersi e lavorare per essere più resiliente». 

Un primato ma non di fatturato…

Pur mantenendo saldo il primato produttivo mondiale, il primato mondiale di fatturato rimane ancora in casa francese. Quali sono i motivi?

«Come filiera continuiamo a lavorare con le istituzioni nazionali per potenziare alcune debolezze e rendere le denominazioni e i territori italiani famosi in tutto il mondo. I fondi messi a disposizione dal Governo per promuovere il vino italiano possono portare allo sviluppo di margini di crescita importanti. Ci vuole tempo per raggiungere la Francia, ma ormai la strada è segnata, ed è quella giusta».

Salgono i prezzi e scendono i consumi di vino nella grande distribuzione. E l’inverno non prevede grandi miglioramenti per le tasche degli italiani. Che succederà?

«Nello scenario attuale, la grande distribuzione sembra risentire delle maggiori difficoltà. L’inflazione, mai così alta dagli anni ’80, ha spinto i consumatori a cambiare le proprie abitudini di spesa adottando strategie volte al risparmio. Nel periodo gennaio-settembre 2022, ci sono stati leggeri segnali di ripresa rispetto al 2021 ma le vendite restano ancora con il segno meno. Per quanto riguarda le vendite del vino in GDO si registra nei primi 9 mesi del 2022 una flessione pari a -3,5%».

Nel 2021 il commercio di vino italiano nel mondo ha segnato un altro record storico: con una crescita del 12,4% in valore, ha portato nelle casse italiane 7,1 miliardi di euro. Cosa è successo in questo 2022 che sta ormai per finire?

«Le stime dell’Osservatorio Federvini evidenziano un nuovo record per l’export agroalimentare italiano che dovrebbe arrivare a superare i 59 miliardi di euro a fine anno (+16% rispetto al 2021). L’export di vino è ai massimi storici, si dovrebbe infatti toccare il record degli 8 miliardi di euro (+12% rispetto all’anno precedente)». 

Il mercato del vino può espandersi, ma dove?

Quali sono i maggiori importatori di vino italiano e dove il mercato può ancora espandersi?

«I maggiori importatori di vino rimangono Stati Uniti, Canada, Regno Unito e, nonostante il rallentamento nel 2022, la Germania. Nel caso del vino, si è avuto contestualmente uno spostamento delle aree di interesse verso i paesi extra-Ue. Dieci anni fa, i mercati dell’Unione Europea pesavano per il 57% sull’export a valori del vino italiano, nel 2020 tale incidenza è scesa fino al 51% (poi, causa Brexit, nel 2021 si è arrivati al 39%). Tra i mercati emergenti si segnalano quelli asiatici che nel corso dello stesso periodo di tempo hanno incrementato gli acquisti di vino italiano con percentuali a tripla cifra, oggi l’Asia pesa per il 7% sull’export complessivo di vino italiano. Anche nei primi 8 mesi di quest’anno, l’export in Paesi come Tailandia e Vietnam è cresciuto a valore rispettivamente del 158% e 82%».

A livello occupazione, è un settore che offre possibilità? 

«Nonostante il periodo poco favorevole, la situazione relativa ai rapporti con il mondo del lavoro appare nel complesso alquanto positiva. Il settore del vino offre uno sbocco occupazionale interessante agevolato dall’incremento delle esportazioni».

I consumatori del futuro

Chi sono i consumatori del futuro, cosa cercano e come li si conquista?

«La GenZ (la generazione dei nati tra il 1997 e il 2012) sarà la generazione emergente che trainerà i consumi del futuro, affiancata dai Millennial (generazione dei nati tra il 1981 e il 1996), che avranno un peso crescente nelle dinamiche del mercato del vino. Data la particolare congiuntura economica, le scelte d’acquisto saranno orientate anche da valori come giustizia sociale, cambiamento climatico e salute. Infine, la “premiumisation”, ossia la migrazione dei consumi verso bottiglie sempre più costose, di pari passo con una diminuzione dei volumi, sarà il trend principale e favorirà i prodotti di prezzo premium o superiore».

Innovazione e digitalizzazione: quanto sono importanti per il comparto?

«Il digitale rappresenta una chiave fondamentale di supporto, per coniugare le giuste richieste di informazioni e la sostenibilità della comunicazione. La mole di informazioni che i produttori sono tenuti a comunicare ai consumatori aumenta sempre di più, rischiando di rendere le etichette di difficile lettura e comprensione e, quindi, del tutto inefficaci per una corretta informazione del consumatore. Sul piano nazionale, la digitalizzazione degli adempimenti è una scelta non più procrastinabile: è ormai tempo di completare la dematerializzazione del registro di cantina, collegandolo con il nuovo schedario viticolo grafico, per una maggiore tracciabilità delle produzioni e una più moderna tutela del vino, patrimonio comune dell’Italia». 

Una buona notizia, però, arriva dall’Europa: la Commissione ha eliminato il vino (e la carne) dalla lista degli alimenti ritenuti dannosi per la salute.  Una vittoria per tutta la Nazione secondo Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura ottenuta lottando con determinazione a difesa delle eccellenze italiane. Una battaglia per cui tutto l’agroalimentare made in in Italy si batte da tempo. Non solo, adesso ci sono anche più risorse economiche per le indicazioni geografiche con altri 2 milioni di euro. Inoltre, la Commissione ha dato il via libera anche al Piano Strategico Nazionale dell’Italia sulla Politica Agricola Comune (PAC). Dal 2023 al 2027 gli agricoltori e le zone rurali del Paese potranno contare su un sostegno di oltre 35 miliardi di euro (prezzi correnti) tra contributi Ue e nazionali. In particolare dal bilancio dell’Unione arriveranno 26,6 miliardi, da quello nazionale 8,5 miliardi. 

Infine, nonostante lo scenario complicato, restano alte le aspettative dei consumi da parte degli italiani durante il periodo delle festività. Il vino emerge ancora come uno dei prodotti più regalati ad amici e parenti (circa il 36% degli italiani). 

E anche per il Natale 2022 sulle tavole non mancherà lo spumante, ritenuto immancabile per il 45% dei cittadini, con il Prosecco a farla da padrone soprattutto tra i consumatori più giovani (gen Z e Millennials), seguito dai rossi del Sud come Primitivo di Manduria e Montepulciano d’Abruzzo (18%) e dai bianchi dell’Alto Adige (8%), quest’ultimi preferiti soprattutto dai baby boomers (le persone nate dal 1946 al 1964, durante il baby boom della metà del XX secolo).©