L’appello: «L’Italia prenda posizione e aiuti Eni in Tripolitania e con l’Egitto»

Questa partita che l’Italia gioca nel Mediterraneo Orientale e su EastMed, è fondamentale per gli evidenti vantaggi derivanti dal possedere fonti di gas più vicine e sicure. Ma per mettersi in ballo davvero il nostro governo dovrebbe prendere una posizione più forte, cosa che invece non fa. «Siamo uno dei Paesi più esposti per quanto riguarda la sicurezza energetica – spiega Varvelli – perché siamo fortemente dipendenti dall’estero. Per cui quando ci sono delle tensioni internazionali, noi ne risentiamo sempre».
L’approvvigionamento italiano di gas arriva soprattutto dalla Russia, dal Qatar, dalla Libia e, quando durante la crisi del 2011 lì la produzione crollò, parte del petrolio derivante da quest’ultimo territorio venne sostituito da quello dell’Azerbaijan. «Che però non è lo stesso tipo di petrolio libico, che arriva da più vicino e ha un prezzo di raffinazione decisamente più basso perché è molto pulito». 
Al momento, però, la nostra sicurezza energetica non viene messa a repentaglio
«In questo momento i prezzi del petrolio sono talmente bassi che risulta facilmente sostituibile, ma se l’economia risalisse ci ritroveremmo in una situazione come quella iniziale, quella di un paese con l’impellente necessità che la situazione di conflitto in Medioriente si risolva in maniera pacifica, perché solo così potremmo avere degli approvvigionamenti stabili».
Inoltre, l’Italia su East Med ha in gioco Eni «Il Cane a Sei Zampe fu il primo a scoprire Zhor, il giacimento di gas naturale offshore situato nelle acque territoriali egiziane del Mar Mediterraneo, e quindi rimane un attore fondamentale che oltretutto avrebbe necessità di coinvolgere anche la Turchia, cosa che non fu fatta all’inizio: adesso potrebbe avviare un meccanismo di scambio visto la presenza che i turchi hanno sulla Libia».
Perché?
«Eni ha la necessità di andare d’accordo con chi controlla la Tripolitania, l’area intorno a Tripoli, e il Fezzan, la zona a sud, visto che i nuovi giacimenti, con concessioni fino al 2046, sono presenti soprattutto in quella zona. Quindi, per sostenere Eni, il governo italiano avrebbe bisogno di essere amico di Tripoli e quindi di Ankara che la difende, ma dall’altra parte anche del rivale Egitto dove c’è il giacimento Zhor. Eni gioca su più tavoli e avrebbe senz’altro bisogno di una mediazione più attiva del governo italiano, che però ancora non si vede all’orizzonte».
L’Italia, sostanzialmente, ha rapporti buoni con quasi tutti: ci considerano poco pericolosi?
«Questo è stato sempre il nostro modo di agire, la mediazione è nel nostro Dna, e non prendendo grandi posizioni riusciamo a parlare con tutti. In questo momento, però, questo atteggiamento paga solo se si prende una posizione, cosa che noi non facciamo. Ma questa capacità di tenere il piede in più scarpe e di essere un ottimo moderatore non viene mai sfruttata fino in fondo, mancando una visione politica a lungo termine derivante dalle debolezze strutturali dei nostri governi sempre di coalizione. Potenzialmente, però, l’Italia potrebbe essere un ottimo mediatore sia sulla Libia sia su EastMed».