• martedì, 4 Ottobre 2022

La guerra del gas nel Mediterraneo: Arturo Varvelli, direttore ECFR Roma «EastMed: a rischio il gasdotto tra Israele e Italia»

DiSimona Sirianni

1 Novembre 2020

Futuro incerto per il gasdotto EastMed. «Il progetto faraonico ideato dai governi di Grecia, Cipro e Israele rischia di andare a sbattere contro le contingenze dettate dalla crisi energetica, legata alla pandemia in corso, e le evoluzioni geopolitiche del Mediterraneo», spiega Arturo Varvelli, direttore dell’ufficio di Roma di European Council on Foreign Relations (ECFR). «Si tratta di oltre 2 mila chilometri di gasdotto in acque profonde, che collegherebbero il giacimento israeliano offshore Leviathan con quello del campo di Afrodite, al largo di Cipro, proseguendo la rotta sottomarina fino a Creta, in Grecia, e in Italia».
Un nuovo Eldorado per ricerca e produzione di gas naturale…
«La zona è crocevia di interessi economici, lotte di potere e sovranità che influiscono sugli equilibri geopolitici della regione, sono un terreno di battaglia che vale miliardi, combattuta da governi e da importanti società del settore. Dalla Libia alla Turchia, da Israele al Libano all’Egitto, la mappa delle piattaforme offshore è la chiave di comprensione indispensabile». 
Il progetto è su un binario morto?
«Il Coronavirus ha segnato nel profondo le economie del bacino del Mediterraneo e i mercati energetici, colpiti da gravi fluttuazioni nei prezzi del petrolio e del gas naturale. Al contempo, il trio Israele-Grecia-Cipro soffre il protagonismo strategico della Turchia di Erdogan, intenta a giocare su più tavoli. Ankara si muove con cinismo in Libia e aumenta la pressione su Cipro, immaginando un ruolo da protagonista nelle rotte del gas». 
Il progetto è costoso e le politiche Ue fissano al 2050 l’uscita dagli idrocarburi, riducendo al 2030 le emissioni del 55%. Il Recovery Fund va verso la green economy e una transizione energetica…

«Sì: i costi stimati del piano sono lievitati sino a 7 miliardi e questo ha sollevato forti dubbi sulla profittabilità del progetto stesso e, in particolare, sulla possibilità che i gas israeliano e cipriota arrivino in territorio europeo a un prezzo realmente competitivo. I dubbi sono davvero molti, tanto che uno dei principali sponsor del programma, la Commissione Europea, sembra stia facendo marcia indietro». 


E poi c’è la Turchia che blocca
«Ankara vuole un posto al tavolo e i problemi lì si stanno moltiplicando da quando Erdogan ha cominciato a mettere i bastoni tra le ruote con svariate rivendicazioni territoriali: prima di tutto allargando la sua influenza in Libia, sostenendo militarmente il governo di Tripoli contro le forze del maresciallo Haftar avendo in cambio un accordo marittimo che estende le acque territoriali della Turchia su una parte della zona da cui dovrebbe passare EastMed. Accordo che ha messo in allarme l’Europa e la Nato, che hanno cercato di riportare Ankara a più miti consigli, ma senza ottenere grandi risultati».
E se fallisse?
«Se EastMed non si farà, i perdenti saranno tutti i Paesi che avevano trovato un accordo di spartizione delle risorse di quell’area: Israele con la scoperta dei maxi giacimenti Tamar e Leviathan, sperava di diventare un potente e ricco esportatore. Grecia e Cipro, come partner essenziali del progetto vedranno frustrate le loro ambizioni. E anche l’Egitto che, dopo le ingenti scoperte offshore degli anni scorsi, era convinto di diventare un importante hub regionale e continua a coltivare l’ambizione di poter trasformare in LNG il gas israeliano e cipriota nei suoi impianti e da lì esportarlo».
Che cosa c’è dietro?
«Gli equilibri sono davvero molto labili. Questa situazione è stata in gran parte creata dal disimpegno americano, che apre un vuoto di potere immenso, lasciando la competizione su scala regionale. Ma per capire bisogna guardare allo scenario internazionale totalmente cambiato negli ultimi dieci anni. Se prima gli Stati Uniti erano il grande attore globale, ora per svariate ragioni hanno deciso di cambiare atteggiamento smettendo i panni del poliziotto e compiendo una sorta di ritirata strategica dal quadrante mediorientale, focalizzandosi più sulla lotta con il Dragone, la Cina».
Vuoto appetibile per altri attori… 
«Chiaro. E infatti è stato riempito da nuove realtà emergenti, che stanno diventando sempre più influenti. Prima la Cina, ma a seguire quelle del Medio Oriente, quindi Russia, Turchia, Arabia Saudita, che confliggono per primeggiare. Questo ha cambiato di molto anche gli equilibri che conoscevamo in Medioriente, provocando le tensioni che abbiamo visto scatenarsi in questi anni. Ed EastMed si inserisce in questo quadro di competizione regionale, con da una parte l’Egitto, Emirati e Arabia Saudita e dall’altra la Turchia, la cui strategia è chiara».
Ovvero?
«Erdogan deve uscire da una situazione percepita di isolamento nel Mediterraneo, traccia nuove frontiere sulle acque ignorando i trattati internazionali, le concessioni petrolifere assegnate ad aziende francesi, italiane e statunitensi. Vuole essere al centro di una sfera d’interesse allargata dalla Libia all’Azerbaijan, sfruttando le debolezze altrui per entrare a far parte della partita sui giacimenti e garantire un mercato alle sue industrie e avere un ruolo di potenza».
La tensione rischia di crescere
«Eccome, la grande preoccupazione è proprio che l’aumentare della conflittualità in quella parte di Mediterraneo e Medioriente possa conflagrare anche in scambi militari violenti. Inoltre c’è un’altra questione irrisolta a Cipro, dove la parte Nord è occupata dalla Turchia, mentre la Cipro “greca” fa parte dell’Unione Europea. In più la Turchia è un membro Nato, quindi c’è una tensione anche tra i membri Nato: la Francia vorrebbe una posizione Europea molto più dura contro Ankara, ma Italia e Germania sono più dialoganti, hanno convenienza a mantenere rapporti amichevoli. Nel Mediterraneo dell’Est è in atto una crisi intorno alla quale in questo momento ruotano molte tensioni».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *