• domenica, 2 Ottobre 2022

LUSSO Mergers and acquisitions: tutti i protagonisti

Le grandi acquisizioni nel mercato del lusso e del fashion non tramontano. Anzi la crescita è costante. Ma con delle novità: sta emergendo un nuovo genere di Mergers and Acquisitions che non guarda solo alla concentrazione dei brand per realizzare grandi poli del lusso, ma cerca di creare delle aggregazioni fra sub-fornitori di componenti o di lavorazioni particolari per prodotti o tende a rafforzarsi nella supply chain integrandosi a monte della filiera produttiva.
«È questo un trend che sta diventando significativo negli ultimi anni. Per molti grandi marchi al crescere dei volumi di prodotti venduti è diventato molto importante assicurarsi la richiesta di altrettanti livelli di fornitura di pelletteria, di tessuti, di accessori o di lavorazioni particolari: le acquisizioni sono un modo per garantirsi i volumi di produzioni necessari, magari sottraendoli ai propri concorrenti», dice Maurizio Castello Partner KPMG Advisory responsabile della Fashion & Luxury Practice.


«Questo problema è correlato all’elevato tasso di crescita del fatturato delle grandi maison: ad esempio Gucci fra il 2017 e il 2019 è salita del 50% in fatturato. Per sostenere una tale crescita diventa fondamentale assicurarsi anche quella dei fornitori. Il tema è delicato perché a volte lo stesso fornitore della pelle o di certe lavorazioni specifiche non si occupa solo di Gucci ma anche dei suoi diretti competitor. È quindi chiaro che diventa cruciale il ruolo del fornitore di elevata qualità, affidabile, che produce secondo i canoni del brand».
Perché il settore Mergers and Acquisitions sta virando verso questa direzione?
«Le acquisizioni di concorrenti continueranno, ma il numero dei marchi appetibili da aggregare in poli del lusso, è diventato ormai molto esiguo. L’unico nuovo degno di menzione, oltre a LVMH, Kering e Richmont è OTB – Only The Brave – holding creata dal patron di Diesel, Renzo Rosso, che ha acquisito quote di maggioranza in piccole e prestigiose case di moda, spesso in crisi, in tutta Europa: Maison Margiela, Marni Viktor & Rolf e altri. Per il resto quei pochi marchi alti di gamma che sono rimasti autonomi, sono anche poco interessati a vendere. Prada ad esempio non sembra averne intenzione e ha preferito anni fa quotarsi sulla borsa di Hong Kong per essere più vicina al mercato cinese. Così come pare non avere intenzione di vendere Ermenegildo Zegna».


Esiste già qualche polo di piccoli fornitori?
«Sì. Qualche mese fa è nata la holding Florence che ha suscitato stupore e interesse nel mondo della moda. Non solo perché ha segnato il ritorno nel lusso di Francesco Trapani, ex amministratore delegato di Bulgari, ma anche per il peso degli investitori che l’hanno promossa, un consorzio formato dalla Vam Investments guidata dallo stesso Trapani con Fondo Italiano di Investimento e Italmobiliare di Carlo Pesenti. Nel mirino qui non ci sono le acquisizioni di marchi più o meno famosi, ma si vuole aggregare piccoli-medi produttori italiani d’eccellenza che lavorano per terzi, soprattutto per i grandi brand internazionali. Finora le aziende acquisite sono tre, tutte toscane, familiari e storiche: la pisana Giuntini (outerwear), l’empolese Ciemmeci Fashion (abbigliamento in pelle) e l’aretina Mely’s (maglieria), produttori per Chanel, Hermès e per i marchi dei gruppi LVMH e Kering».
È l’unico o ce ne sono altri?
«Recentemente KPMG Advisory ha aiutato il fondo di Private Equity Equinox a creare il primo polo del lusso di produttori conto terzi di gioielleria di fascia alta, entrando nel capitale di due fornitori di eccellenza nel distretto di Valenza. Se prima esistevano pochi marchi specializzati nella creazione di preziosi, ad esempio Cartier, Bulgari e Tiffany, ora molti grandi marchi di moda propongono sul mercato prodotti di alta gioielleria che vengono realizzati da laboratori altamente specializzati. In Italia esistono tre grandi distretti di gioielleria: Arezzo, Vicenza e Valenza. In particolar modo a Valenza si concentra la produzione di gioielleria più esclusiva».


Resta il fatto che, sia che si tratti di Private Equity o di Strategic Buyer, il numero delle operaziondi M&A continua a essere in crescita, soprattutto da parte di aziende straniere. Quante sono state le acquisizioni fatte negli ultimi anni?
«Secondo le nostre ricerche, negli ultimi due anni, 2019 e 2020, ne sono state fatte 126. Il 40% di queste hanno riguardato quello che chiamiamo il comparto moda, quindi l’abbigliamento. Cito qualche nome per darle un’idea, Roberto Cavalli che è stato comprato dalla società d’investimenti privata Vision Investments, con sede negli Emirati Arabi Uniti, di proprietà di Hussain Sajwani, già presidente della società immobiliare Damac. In Vicktor & Rolf è entrata la holding di Renzo Rosso Only The Brave mentre Bluemarine è stata acquisita al 100% da Marco Marchi, fondatore con il fratello di Liu Jo».
Oltre all’abbigliamento?
«Un 20% dei deal sono stati fatti nel comparto accessori, che continua a performare molto bene. Un altro 16% nella pelletteria. E anche il lifestyle sta avendo notevole interesse, intendendo l’arredamento in senso ampio, non solo mobili, ma anche il lighting è molto ricercato. L’8% dei deal sono nel settore del tessile. E infine un 6% è relativo a gioielli e orologi ».
Ma chi sono questi compratori e i Paesi acquirenti?
«Per il 52% dei casi sono corporate, brand che comprano altri brand. Per il 32% Private Equity che a volte riescono a fare ritorni sugli investimenti altissimi. Per fare un esempio, recentemente Golden Goose è stata venduta al fondo Permira da Carlyle per un miliardo e trecento milioni di euro, quando era stata acquistata per circa 500 milioni. Una gran bella operazione direi. Per quanto riguarda i principali paesi acquirenti ci sono essenzialmente gli Stati Uniti per il 25% dei casi, poi UK e la Francia».


Facciamo qualche numero in più: quante operazioni di Mergers and Acquisitions sono state fatte su asset italiani da parte di investitori stranieri e quante invece da parte di investitori italiani?
«Il 64% sono Italia su Italia, quindi aziende italiane o Private Equity nazionali che acquisiscono in Italia. Il 26% estero su Italia. Le acquisizioni Italia su estero arrivano solo al 10%, un dato davvero residuo. E purtroppo queste percentuali sono simili anche in passato».
Se il gruppo che acquista è quotato in Borsa, che cosa cambia con l’arrivo di altri marchi?
«Certe acquisizioni quotazioni riescono a far lievitare i titoli in modo importante come pure certi titoli hanno avuto nel 2020 tassi di crescita eccezionali, soprattutto quelli specializzati nell’e-commerce dei prodotti di moda in-season. Il titolo Farfetch, per esempio, quotato nel 2018, nel 2020 ha avuto una performance notevole, del +465%. Un’altra piattaforma e-commerce di prodotti moda in-season è MyTeresa andata in IPO, al Nasdaq il 21 gennaio di quest’anno, e pare che abbia già raccolto 400 milioni di dollari».
C’è in previsione qualche nuova acquisizione?
«Ci sono diversi rumors sul mercato con gradi di affidabilità differenti: tra queste Birkenstock pare essere in vendita, e pur non essendo un marchio alto di gamma ha generato interesse per due o tre modelli “green” postati e usati da influencer e sembra abbia raggiunto valori intorno ai 4 miliardi di euro. Jil Sanders, potrebbe essere comprata da OTB di Renzo Rosso, ma pare ci siano altri buyer interessati a questo storico marchio. Infine anche Luisa Via Roma, storico negozio multimarca di Firenze, e da alcuni anni molto attiva tra le piattaforme e-commerce per prodotti in-season, è sul mercato».

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