• lunedì, 18 Ottobre 2021

RICERCA PUBBLICA: «Fuga di cervelli e di progetti, per bloccare l’emorragia investire di più»

Investire di più per proteggere i talenti italiani e sviluppare i progetti nel nostro Paese invece di vederli realizzati altrove. «Per interrompere l’emorragia costante di conoscenze e competenze preziosissime che finiscono per contribuire alla crescita di altri Paesi è prioritaria l’immissione di risorse stabili nella infrastruttura di base della ricerca che faccia fronte alla precarietà diffusa della figura di ricercatore, le basse retribuzioni e le scarse prospettive professionali. Dobbiamo adeguarci agli standard europei», dice Marco Carbone, ricercatore italiano di gastroenterologia, vincitore nel gennaio 2021 del Premio Internazionale Rising Star Award, promosso dall’UEG (United European Gastroenterology), ente che unisce tutti i principali specialisti europei impegnati nella salute dell’apparato digerente. «La frazione di PIL stanziata per la ricerca pubblica nel nostro Paese è dello 0.5% mentre in Germania ad esempio arriva all’1%. Quindi auspico, e ho sottoscritto, la realizzazione della proposta del “Piano Amaldi”, che prevede un aumento strutturale e permanente dell’investimento dello Stato: occorre devolvere maggiori fondi e soprattutto dedicarli ai meritevoli».

Che cosa si deve fare per migliorare?

«La ricerca è fatta da persone e per migliorarne la qualità in modo non casuale l’unico modo è quello di premiare chi fa ricerca migliore. Se valutiamo l’assegnazione dei Consolidator Grant dell’European Research Council per il 2020, i ricercatori di nazionalità italiana si sono classificati primi su 39 nazionalità partecipanti con 47 progetti. È un peccato però che dei 47 progetti vinti solo 17 verranno sviluppati in Italia».

Perché avviene questo?

«È sicuramente un problema culturale e politico. La percentuale di PIL stanziata in Italia è bassa in partenza. Francia, Germania, Inghilterra o Israele devolvono alla ricerca una parte di PIL superiore, alle Università così come alle startup. Inoltre c’è la questione di come le risorse sono state storicamente distribuite. Il finanziamento pubblico alle università in Italia è sempre stato all’insegna del “riequilibrio” tra le diverse sedi. Dal 2008 è stata introdotta una “quota premiale” che prevedeva l’assegnazione fino al 30 per cento dei fondi sulla base di indicatori di qualità. Oggi abbiamo la “Valutazione della Qualità della Ricerca” (VQR), che è un processo centralizzato di “revisione dei pari” (peer review), un metodo imperfetto ma utilizzato universalmente per valutare la qualità della ricerca. Quindi stiamo andando nella direzione giusta, ma c’è ancora molta strada da fare».

Il Covid-19 come ha cambiato la ricerca, soprattutto economicamente?

«La pandemia ha rilanciato sotto vari aspetti l’importanza del ruolo della scienza e della ricerca scientifica. Certamente ha orientato tanta ricerca clinica e gruppi di lavoro direttamente verso il Covid-19, ri-destinando così anche diversi fondi. Ma non si poteva fare altrimenti. La gestione della situazione passa esclusivamente dalle ricerche e la produzione di vaccini in tempi record ne è testimone… questo grazie ai massicci investimenti pubblici che l’Europa, ed altri Paesi, hanno riversato sulle grandi industrie farmaceutiche. Però c’è stata una rivoluzione che io vedo in un’ottica assolutamente positiva. Il più grosso risultato è che la crisi ha reso necessario uno sforzo economico europeo senza precedenti. Una parte rilevante del piano di ripresa che aiuterà i Paesi UE ad uscire dalla crisi sanitaria ed economica è dedicato a ricerca e innovazione. E l’Italia non può perdere l’occasione del Next Generation Eu per invertire un trend che ci ha visto arretrare enormemente in termini di risorse destinate al settore della ricerca, sia per le infrastrutture sia per gli addetti».

Campagna vaccinale: sono le aziende farmaceutiche a dettare le regole all’UE e alle nazioni?

«Sicuramente le Big Pharma hanno un gran potere nelle stanze dei bottoni. Probabilmente la Comunità Europea e l’Italia non sono riuscite a porsi con loro alla pari. Però è dipeso anche dall’abilità nel dialogo. L’Inghilterra ma anche altri Paesi si sono mossi molto presto nel prendere accordi sui vaccini con le aziende. L’anno scorso ad agosto si erano già firmati dei contratti, in una serie di rapporti privilegiati. Quelle farmaceutiche però sono aziende che non vanno demonizzate, è anche grazie a loro se si fa molta ricerca e arrivano fondi. Devono rispettare criteri rigorosi prima di far arrivare un prodotto in farmacia, ma la gente ha preso l’abitudine di dubitarne. Per l’appunto, un problema ulteriore legato a questo è stato la disinformazione. Molti temi posti nel modo sbagliato hanno attecchito sulle persone povere di strumenti per interpretarli. Si parla ad esempio molto degli effetti collaterali dei prodotti, quando gli effetti collaterali sono delle costanti di ogni farmaco. Tante persone non hanno più fiducia negli enti regolatori, e per spiegare il fenomeno si entra nei gironi danteschi dei social. Personalmente io ho fiducia nel Governo e in chi deve governarci. Spero che la campagna vaccinale, comunque, sia abbastanza rapida da bloccare la possibile quarta ondata».

Il TAR ha bocciato tachipirina e “vigile attesa” come metodi di cura in casa: che cosa è cambiato?

«Secondo me c’è stato anche qui un grosso problema di comunicazione tra le società di esperti e i medici di base. Il concetto di “vigile attesa” è fuorviante perché ha sovrastato quello di “monitoraggio attivo”. Abbiamo assistito a una estrema eterogeneità nel comportamento dei medici di base, che spesso hanno consigliato o prescritto terapia antibiotica o anticoagulanti (anche pericolosi) per gestire febbre e dolori muscolari. Ci sono stati fraintendimenti tra i pazienti nell’uso di questi farmaci. Viceversa, ci sono stati poi pazienti che si sono precipitati in pronto soccorso anche senza consultare i medici di base, ingolfando il SSN. C’è stata molta paura all’idea di attendere, ma questa va appunto interpretata come l’idea di monitorare attivamente».

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