Si asciuga le lacrime il mondo del turismo e si prepara a riaprire presto, in vista di una diffusione maggiore dei vaccini e di nuove politiche economiche. Il settore impiega circa 27 milioni di persone e rappresenta il 10% del PIL dell’UE, al momento sono sei i milioni di posti di lavoro a rischio. L’Europa, la prima destinazione turistica mondiale, ha accolto il 66% in meno di turisti internazionali nella prima metà del 2020 e il 97% in meno nella seconda.

«L’Italia – dove il turismo vale il 13% del PIL e contribuisce per il 15% all’occupazione totale, con 2 milioni di addetti nel solo settore, senza quindi contare i posti di lavoro generati in altri settori – tra marzo e dicembre 2020 ha perso, rispetto allo stesso periodo del 2019, 77,5 milioni di arrivi (-65% che diventa -80% se misurato solo sui flussi di origine estera) e 232,6 milioni presenze/notti (-58% che diventa -76% sui soli flussi di origine estera)», spiega Luca Patané, Presidente Confturismo Confcommercio. «A ciò vanno aggiunti 36 milioni di viaggi degli Italiani all’estero che non sono stati effettuati. Il valore della produzione del settore – inclusa nel computo la perdita per quelli più direttamente collegati – è sceso di 100 miliardi di euro sui 190 che registravamo nel 2019».

Come possono essere quantificati i danni subiti dal turismo italiano fino a oggi?

«Tra gennaio e febbraio 2021 c’è stata un’ulteriore riduzione di 10 milioni di arrivi e quasi 14 milioni di presenze in meno rispetto allo stesso periodo del 2020, e per i viaggi degli Italiani all’estero un ulteriore contrazione per Pasqua, che praticamente non c’è stata per il secondo anno di fila. Bisogna tornare al 2019 per avere un dato di riferimento: allora si mossero 7 milioni di Italiani, l’80% dei quali aveva scelto destinazioni nazionali. Sono oltre 1 milione i posti di lavoro nel settore attualmente a rischio, a meno che non si verifichi un’estate di ripresa piena anche dei flussi internazionali, che al momento è difficile da immaginare».

Gli eurodeputati hanno approvato una nuova strategia europea per rendere il turismo più sicuro e più sostenibile e favorirne la ripresa nel periodo post-pandemia. Il passaporto sanitario potrebbe essere una misura efficace per la ripartenza?

«Lo scarso potere di intervento dell’autorità europea sulle politiche e decisioni dei singoli Stati in molte materie è risultato di tutta evidenza durante la crisi Covid-19. Anche il passaporto sanitario, che diventerà presto realtà, è uno strumento importantissimo ma bisogna poi che tutti gli Stati Membri lo adottino e lo diffondano, altrimenti servirà a poco. Ci auguriamo che ciò avvenga al più presto. Per ora, purtroppo, prevalgono gli accordi bilaterali, come quello che ha portato Germania e Spagna a identificare una serie di aree cosiddette “Covid free” in quest’ultimo Paese, con 300 voli pieni di turisti che sono partiti a Pasqua per le Baleari, grazie al fatto che al rientro in Germania non c’era obbligo di quarantena. Su questo fronte l’Italia è per ora a quota zero: attiviamoci subito per l’estate ma serve coinvolgere almeno 3 Ministeri, le Regioni, l’ENIT, oltre ovviamente agli operatori turistici e dei trasporti».

Che cosa ne pensa dei fondi europei stanziati nel PNRR destinati al settore del turismo: a quanto ammontano e in quali rami sono più necessari al momento?

«Non solo per il settore si stanziano poco più di 1,5 miliardi di euro rispetto ai circa 200 del piano nel complesso, ma intere sezioni del piano sono descritte in modo da impedire l’accesso alle imprese. È il caso, ad esempio, delle ingenti risorse per l’efficienza energetica degli edifici, destinate solo agli edifici pubblici e dell’edilizia residenziale, ma la stessa cosa vale per la transizione digitale, per la formazione, per l’inclusione, per il rilancio delle aree interne».

Un sostegno finanziario continuo e a breve termine è essenziale per la sopravvivenza del settore…

«Bisogna cambiare marcia rispetto al decreto sostegni, che per il turismo contiene alcune misure ma paga la scarsità di risorse disponibili sulla platea enorme di soggetti da aiutare. Uno dei primi settore sui quali investire deve essere il turismo perché fa ripartire tutto il resto dell’economia. Ci servono ristori specifici, sono ben pochi i settori che hanno registrato perdite come le nostre. Anche perché non vedremo prenotazioni fino a giugno,e poi bisogna vedere quante saranno. Ma serve anche un intervento pesante e dedicato per il credito alle nostre aziende, anche se per riprenderci ci vorrà tempo».

Che cosa pensa dell’ipotesi di valutare l’introduzione di investimenti pubblici e privati per la digitalizzazione e la modernizzazione generale del settore, riducendo temporaneamente le aliquote IVA sui servizi di viaggi e turismo?

«Uno dei pilastri del PNRR  è la transizione digitale, ma se andiamo a leggere la descrizione degli interventi previsti nel Piano italiano troviamo solo Pubblica amministrazione, famiglie, ricerca, distretti industriali, telemedicina, monitoraggio delle infrastrutture, soprattutto quelle dei trasporti, insomma tutto tranne il turismo. Non dico che non potremo trarre vantaggio anche da questi interventi – soprattutto per un settore che, per ossequiare gli adempimenti previsti dalla pubblica amministrazione, impiega annualmente 19 milioni di giornate-uomo, ovvero lavorative di 8 ore – ma c’è anche molto altro da fare. Sull’IVA, il Covid-19 ci ha insegnato come cose che prima erano semplicemente improponibili sono diventate non solo proposte concrete, ma addirittura azioni vere e proprie. È il caso dell’applicazione temporanea di aliquote più basse di quelle normalmente imposte, che dovrebbe diventare una regola, non solo in epoca Covid-19, per rilanciare i consumi in fasi cicliche negative. Ma bisognerebbe anche ricordare che ci sono comparti del turismo – ad esempio le agenzie di viaggio e gli stabilimenti balneari – ai quali si applica l’aliquota IVA ordinaria, 12 punti percentuali sopra quella ridotta che si applica al resto del turismo: prendiamo lo spunto da queste grandi aperture – anche a livello europeo – per risolvere questioni annose come questa».

Fa molto discutere il fatto che in Italia non ci si possa spostare da una regione all’altra ma si possa tranquillamente salire su un aereo e raggiungere una località all’estero… quanto penalizza il turismo italiano questa disposizione?

«Di questa vicenda, che testimonia quanto poco siano comprese in Italia le dinamiche reali del turismo,  si sono analizzati tutti gli aspetti tranne uno, il più importante credo. Per quale motivo le isole Baleari – e non solo quelle – sono considerate in Germania una destinazione “covid free” mentre nessuna meta italiana lo è? 300 o più voli pieni di turisti prenotati non si materializzano né in un giorno né in una settimana. Sono mesi che governi, operatori ed enti di promozione turistica di destinazioni mediterranee competitor dell’Italia lavorano in sinergia per ottenere questo risultato. In Italia questo non si fa!».

Quanti di quei voli avrebbero potuto portare turisti nelle nostre isole o nelle mete italiane più note?  

L’estate è vicina. Impariamo dagli errori del passato. Il Governo convochi subito un tavolo di regia su questo tema con i Ministeri coinvolti, le Regioni e – ovviamente – con le nostre categorie del turismo. Se non lo facciamo subito l’estate 2021 rischia di essere ancora peggiore di quella passata per quanto riguarda i flussi turistici internazionali».

La bella stagione è ormai alle porte, che previsioni si sente di fare? «È uno scenario estremamente variabile: per ora tanto interessamento, pochissime prenotazioni, tanto dall’Italia quanto dall’estero, ed è comprensibile in un quadro in cui nessuno riesce a capire quali potranno essere le regole sugli spostamenti quest’estate. Emerge però un dato estremamente rilevante dall’indagine che mensilmente conduciamo con SWG sulla propensione degli Italiani ai viaggi. Il 75% ci dice che, se avesse la certezza di essere vaccinato in tempi brevi, prenoterebbe le vacanze estive: stiamo parlando di 20 milioni di Italiani in attesa. Una cosa però è importate dire, visto che in questi giorni si parla tanto di previsioni addirittura di “sold out” per l’estate: è semplicemente un’assurdità. Se in alcune località turistiche italiane c’è la corsa ad accaparrarsi case in affitto, è un segnale interessante che però va letto bene nel suo significato: gli Italiani continuano ad avere paura della pandemia, soprattutto perché non sono certi che arrivi il vaccino prima dell’estate e cercano una sorta di “bolla” dove trascorrere le vacanze soli con la loro famiglia. Il turismo però è ben altro: 30.000 alberghi, quasi 3.000 campeggi, 120.000 ristoranti, 12.000 agenzie di viaggi, 30.000 stabilimenti balneari, 300 porti turistici, 20.000 guide e un numero molto consistente di altre strutture turistico ricettive, pubblici esercizi e professionisti, tutte categorie che, ad oggi, il sold out lo vedono molto lontano».