UNIVERSITÀ E PNRR, Ferruccio Resta: «Le cifre sono importanti, ma abbiamo bisogno di misure coraggiose, riforme strutturali e più semplificate»

PNRR e università: la rivoluzione di un Paese impegnato a fare riforme e progetti per sfruttare al meglio i soldi europei, comincia dagli atenei. «Lo scorso anno, in lockdown, in quindici giorni abbiamo convertito tutto in didattica a distanza, oggi dobbiamo portare a valore questa esperienza», dice Ferruccio Resta, rettore del Politecnico di Milano e presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane. «Abbiamo strutture pronte alla trasformazione digitale e lo sforzo di riuscire a mantenere viva la relazione tra studenti e docenti ci ha restituito anche l’essenza dell’università, un luogo di crescita professionale ma anche personale fatta di confronto, incontro, e, perché no, anche di scontro. Due sono gli errori da non commettere: da un lato andare sul digitale incondizionatamente dimenticando l’importanza della comunità, dall’altro perdere tutto quello che abbiamo messo in piedi spegnendo le telecamere. È dal binomio di questi due fattori che nasce l’università di domani».

Per il capitolo Istruzione e Ricerca sono 28,49 i miliardi previsti nel PNRR. Di questi 16,72 per “Potenziamento delle competenze e diritto allo studio” e 11,77 per il punto “Dalla ricerca all’impresa”: sono cifre sufficienti e divise equamente?

«Sono cifre importanti, non considerarle tali sarebbe un errore, e anche la suddivisione ha una sua ragionevolezza. Ma il problema non è la quantità o la ripartizione delle risorse. Abbiamo bisogno di misure coraggiose, di riforme strutturali e semplificate, di una faculty più preparata, più internazionale e multidisciplinare. Sul come verranno spesi, con che tempi e che modalità, speriamo non ci sia la volontà di disperderli a pioggia, ma di ripartirli sui punti di forza del nostro territorio, che vuol dire andare a cogliere le vocazioni di ogni realtà universitaria tra chi fa ricerca e innovazione con sistemi di monitoraggio severi e con indicatori di prestazione chiari. Se dopo tre anni non si sono raggiunti questi indicatori magari sarebbe giusto convertire le risorse in altro, perché sarebbe un peccato indebitarci e restituire dei fondi all’Europa».

Da dove sarebbe il caso di ripartire?

«Credo che sia necessario fare un progetto di ammodernamento della formazione universitaria, in termini di contenuti, guardando ai nuovi trend, con una compartecipazione dei saperi, unendo il digitale alle scienze umanistiche. L’aula con 300 persone non sarà più attuale, bisognerà potenziare l’interazione durante la lezione e puntare sugli spazi mettendo al centro il valore del progetto un po’ come accade per lo smartworking».

Il Politecnico di Milano è risultato essere uno degli atenei più attivi nella risposta all’emergenza sanitaria…

«Gli spazi studio, le biblioteche sono sempre rimaste aperte e i servizi garantiti. Abbiamo portato online 2.400 corsi per garantire il regolare svolgimento delle lezioni con oltre 45.000 ragazzi collegati in streaming. Alcuni docenti hanno espresso la necessità di fare lezione in ateneo, per via di strumentazioni particolari, e quindi abbiamo attrezzato aule ad hoc, in piena sicurezza. Contemporaneamente abbiamo laureato da remoto oltre 6.000 nuovi dottori. Lo sforzo per gestire la didattica a distanza centralmente, con un unico strumento, mantenendo l’orario che avevamo e in diretta, è stato molto grande».

14 settembre 2020 riprendono le lezioni in presenza al Politecnico di Milano.

Quanto è costato garantire che la vita universitaria non si fermasse?

«Per l’allestimento tecnologico di 400 aule la spesa è stata di circa 4 milioni di euro. A questa somma vanno aggiunti tutta una serie di costi necessari legati alla messa in sicurezza dell’Università, termoscanner e termometri a infrarossi per rilevare la temperatura agli ingressi, mascherine e guanti per migliaia di docenti, ricercatori e personale. Ma oltre ai fondi per ammodernare le aule, abbiamo anche moltiplicato il numero di postazioni per le lezioni e gli esami a distanza a disposizione dei professori. Il distanziamento ha prolungato gli orari, stabilendo più turni per i docenti e qui l’impatto è stato di qualche milione. In totale abbiamo speso circa 8 milioni di euro».

Un’enorme macchina organizzativa che continuerà?

«La didattica a distanza ha funzionato, i nostri studenti hanno colto e trasformato i loro strumenti per seguire le lezioni con grande facilità. C’è ancora da migliorare sulla fase di esame di valutazione. Parlo per esperienza personale: durante il colloquio orale c’è una comunicazione non verbale che aiuta la valutazione. Mi riferisco a quell’aspetto fisico – emozionale che lo schermo non consente di percepire. Dall’altra parte c’è da dire anche che molti esaminandi hanno cercato scorciatoie… Nulla di criminalizzato, lo studente ci ha sempre provato, è nella sua indole. Ma le scorciatoie a lungo termine non servono. Rimango dell’idea che la pandemia è stata un grande acceleratore per la trasformazione digitale. Il nostro principio è che la didattica vada svolta in presenza, i ragazzi hanno bisogno del confronto. Ma ora disponiamo degli strumenti digitali necessari per arricchire l’esperienza della lezione universitaria».

La digitalizzazione forzata ha spinto a puntare sui Mooc (Massive open online courses) per rafforzare l’offerta formativa…

«Il successo è nei numeri: se sono oltre 180 milioni gli iscritti ai 17mila corsi online gratuiti sulle principali piattaforme internazionali, il Politecnico registra 100 mila iscritti a Polimi Open Knowledge (POK), 75 programmi dedicati al supporto della didattica curricolare e alla formazione permanente di professionisti e insegnanti: un settore in pieno sviluppo».

Nei 51 elenchi pubblicati dall Qs World University Rankings by Subject, l’università leader in Italia è il Politecnico di Milano, con sette dei suoi programmi classificati tra i migliori 50 al mondo…

«Il posizionamento migliore lo abbiamo nell’ambito del Design (dove l’ateneo si aggiudica il quinto posto), e dell’Architettura (decimo posto). L’ingegneria è tra le prime venti posizioni, e, in questo caso, la competizione è altissima. Cresciamo nelle classifiche internazionali e confermiamo una posizione di eccellenza. Ne siamo orgogliosi, ma ora serve uno scatto in avanti. Il Covid-19 ci ha messo di fronte a scelte che cambieranno il futuro dell’università. Il digitale, la collaborazione internazionale, le nuove modalità didattiche e di ricerca sono le leve su cui agire per riconfigurare la nostra posizione nel panorama globale e per indirizzare la crescita delle università e dei territori di riferimento. In Italia il Politecnico di Milano si conferma la prima università tecnica».

Milano, 20 gennaio 2020 foto di Beatrice Rossato, © Lab Immagine Design POLIMI (progettazione, produzione e gestione di prodotti comunicativi) Dipartimento di DESIGN, Politecnico di Milano – 02-2399.7805/06 – labimmagine-design@polimi.it

Secondo l’Osservatorio Talents Venture, che ha l’obiettivo di analizzare costantemente lo stato dell’università italiana e delle opportunità occupazionali che questa offre, l’attuale crisi farà registrare 35 mila nuovi iscritti in meno e perdite per gli atenei da 46 milioni di euro…

«Noi registriamo un + 2% sulle iscrizioni. Si attendevano un 50% di presenze e invece la percentuale è del 75% per le matricole e del 60% per gli studenti degli ultimi anni. C’è una leggera flessione sugli studenti internazionali che, però, stiamo recuperando. Il numero totale è di 46.311. Il bilancio 2020 è positivo e continua a dimostrare una grossa stabilità e robustezza».

Purtroppo, a causa della situazione e dell’isolamento dovuto alle chiusure, molti giovani soffrono di problemi come ansia e depressione…

«Un po’ come tutti noi, combattuti tra la voglia di difesa della salute, il desiderio di vita e di ripresa socio economica, hanno vissuto un’altalena di sentimenti. Credo che siano però quelli che ne hanno sofferto di più, perché quest’altalena è avvenuta per loro in un momento di crescita personale, una fase in cui si è più vulnerabili e più deboli. L’ho avvertito dalle richieste dei miei studenti di mantenere l’università in presenza».

Uno studio del Politecnico evidenzia come il Covid-19 abbia cambiato anche la ricerca scientifica rendendola “individuale”. Secondo lei diverrà uno standard?

«Spero di no, la ricerca ha bisogno di un approccio multidisciplinare, di laboratori frequentati da gruppi e non sempre universitari ma anche ricercatori: pubblico e privato devono lavorare insieme. Mi auguro si ricostituisca la volontà di fare massa critica per la ricerca. Quello che ci ha insegnato la pandemia è che nessuno può farcela da solo. Ma di attività messe in campo ce ne sono diverse, sia con le imprese sia con altri enti di ricerca e università in Italia e all’estero».

Siamo già indietro rispetto a Germania e Francia: in che cosa l’Università italiana è manchevole e che cosa può fare per diventare più competitiva?

«Possiamo considerarla sufficientemente europea per esempio nei modelli di governance, essendo una delle poche pubbliche amministrazioni che si è dotata di un sistema di valutazione (ANVUR). Inoltre abbiamo una buona capacità di fare ricerca, soprattutto pro capite. Siamo invece sicuramente più deboli perché troppo piccoli, con frammentazioni elevate e un numero di docenti per studenti che è circa 20 contro la media europea che è di 15. Siamo poco internazionali rispetto ai nostri competitor come Francia, Germania, Olanda, con una faculty sostanzialmente nazionale. Pochi atenei sono attrattivi in maniera significativa sugli studenti internazionali. Infine soffriamo tutto il comparto della pubblica amministrazione e i sistemi troppo burocratici. Credo fermamente in una pianificazione seria del reclutamento, che ci permetterà di avere anche un numero di laureati maggiori. Fondamentali anche le riforme del pre ruolo, dei concorsi, dell’offerta formativa».

Quali sono secondo lei le professioni, le figure che il mondo del lavoro richiederà maggiormente e quindi le facoltà più gettonate?

«Innanzitutto, non dovremo mai perdere di vista il valore primario ed essenziale dell’università, ovvero quello di garantire trasmissione di conoscenza ma anche di esperienza. In secondo luogo, per essere al passo con i tempi, bisognerà investire sulle STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) un insieme di competenze chiave per il futuro, se si pensa che l’80% delle professioni saranno rivoluzionate dalle scienze, dalle tecnologie, dalla matematica. Le professioni di domani? Sicuramente tutte quelle legate al mondo sanitario, ai dati, alle grandi transizioni ecologiche, l’elettrico, l’energia, la chimica e la chimica verde, manifatturiero, meccanica, il digitale. Tutto questo con un occhio di riguardo alle studentesse, per le quali c’è una volontà fortissima di riequilibrio di genere. Tutte le aziende stanno avviando dei programmi di questo tipo e, dal momento che le STEM sono in disequilibrio su questo fronte, certamente una ragazza laureata in ingegneria o matematica piuttosto che in fisica non avrà alcuna difficoltà a trovare occupazione nel futuro».

Il PNRR apre a una possibile rivoluzione per l’accesso alle professioni: l’esame di laurea varrà come quello di Stato per una serie di abilitazioni (Odontoiatria, Farmacia, Medicina veterinaria, Psicologia). Per altre, invece, si lascia la discrezionalità agli Ordini…

«La notizia va nella direzione della semplificazione e di rendere più accessibile il mondo del lavoro. Ci auguriamo che ciò venga esteso al più presto a tutte le professioni, che altrimenti vedrebbero non comprensibili asimmetrie».