ECONOMIA DIGITALE: LA CINA SU DEL 9,7%, MA L’UE ARRESTA LA CORSA SULL’EXPORT

L’UE si scaglia contro gli investimenti esteri sul suo territorio, riportando la decisione di Bruxelles di frenare sull’ok dell’accordo con la Cina e definisce «distorsivi» i finanziamenti che arrivano da fuori nei confronti di aziende straniere o acquisite con capitali esteri, chiedendo maggiori controlli. «L’apertura del mercato unico è la nostra più grande risorsa. Ma richiede correttezza», ha detto la vicepresidente esecutiva Margrethe Vestager. La nuova strategia industriale delineata dalla Commissione definisce 137 prodotti «molto sensibili all’offerta esterna al mercato unico»: sono tutti necessari all’Europa e provenienti dall’estero, la metà dalla Cina. Di questi, 34 preoccupano maggiormente perché scarsi sul territorio dell’Unione, con la conseguente necessità di importarli da fornitori stranieri. Tra i settori centrali emergono le tecnologie avanzate per cloud (archiviazioni dei dati nella rete) ed edge computing (elaboratori di dati che non necessitano di server fisicamente distanti dalla fonte) e i semiconduttori. La lista include anche ingredienti farmaceutici attivi, idrogeno, batterie, materie prime. Almeno la metà del totale proviene dalla Repubblica Popolare e, in tema di investimenti, Pechino ha aumentato di 50 volte la propria presenza nella UE in soli dieci anni. I finanziamenti del Paese asiatico nei confronti delle proprie compagnie oltreconfine sono da tempo nel mirino delle politiche comunitarie, che vedono nelle iniziative cinesi uno strumento di facilitazione all’ingresso nei mercati dell’Unione, cosa che non accade per le aziende europee interessate al mercato cinese. Un ruolo preponderante nell’economia comunitaria di domani sarà giocato dalle tecnologie avanzate per l’industria 4.0 applicate, in particolare, a manifattura, servizi e settore energetico. Nella loro catena del valore, la Repubblica Popolare ha una presenza non indifferente: è proprio la Cina a emergere nella corsa globale al digitale, con investimenti tali da abbassare i prezzi dell’intero mercato mondiale. Per l’UE, al contrario, la maggior parte delle tecnologie chiave sono un rischio sistemico: se competenze e conoscenze sono spesso europee, il prodotto finito e le sue componenti vengono commissionati all’estero per rendere il prezzo competitivo. La Cina rappresenta un collo di bottiglia importante: se l’obiettivo dell’Unione è l’autonomia tecnologica, il controllo dell’intera filiera diventa essenziale. Intanto il colosso asiatico continua a crescere e a sviluppare la propria economia digitale anche, e soprattutto, grazie alla spinta della pandemia, che ha permesso al settore di raggiungere i 39,2 trilioni di yuan (circa 6 trilioni di dollari) nel 2020. È quanto emerge dal libro bianco “Digital Economy Development in China” (2021), pubblicato dalla China Academy of Information and Communication Technology (CAICT), think tank affiliato al Ministero dell’Industria e dell’IT. «È evidente che il digitale è il principale stimolo allo sviluppo economico», si legge nel documento. Secondo il rapporto, il segmento è cresciuto del 9,7% lo scorso anno, pari a tre volte il tasso di incremento del PIL nazionale nello stesso periodo. Questo vuol dire che il settore rappresenta il 38,6% dell’economia cinese. Basti pensare che a Pechino e Shanghai ha rappresentato più della metà del PIL regionale. Il Paese asiatico si colloca al secondo posto nel mondo, dopo gli Stati Uniti, per la digital economy, e l’obiettivo di costruire una Cina che guarda in questa direzione ricopre un ruolo centrale nel suo quattordicesimo piano quinquennale (2021-2025). Il comparto ha sostenuto, da solo, lo sviluppo della Repubblica Popolare, dimostrando di essere un elemento di traino, tanto che la Cina è stata la prima grande economia a mostrare una ripresa dai danni causati dal Covid-19. «Il quattordicesimo piano quinquennale descrive un periodo di grandi opportunità strategiche per lo sviluppo economico e sociale della Cina, in questa fase è necessario accelerare ulteriormente la digitalizzazione», ha detto Wang Zhiqin, vice capo della CAICT. Il settore comprende l’elettronica, le telecomunicazioni, internet e i servizi software, ma anche l’applicazione della tecnologia alle imprese tradizionali. L’economia digitale rappresenta rispettivamente l’8,9% delle industrie agricole, il 21% delle manifatturiere e il 40,7% di quelle dei servizi. I dati dimostrano il ruolo fondamentale giocato dal comparto nella prevenzione e il controllo dell’epidemia: robot negli ospedali, app per i servizi sanitari, istruzione online e lavoro da remoto hanno permesso al Paese di rimanere operativo, nonostante l’isolamento forzato. ©