• giovedì, 2 Dicembre 2021

ISRAELE-PALESTINA, IL CASO LEVIATHAN E IL RUOLO DEGLI USA: «NON C’E’ UN GRANDE CAMBIAMENTO TRA TRUMP E BIDEN»

A guardare bene al di là delle armi, il conflitto tra Israele e Palestina nasconde interessi economici ed energetici di grande importanza internazionale. Equilibri altalenanti dove entrano in gioco anche le realtà di supepotenze – come potrebbero essere Stati Uniti e Cina – influenti in un territorio da sempre campo di battaglia tra due Paesi che sembrano non trovare pace. ««Le radici della recente esplosione di violenza risiedono soprattutto a livello locale. L’amministrazione americana per ora non ha effettuato praticamente alcun intervento in merito: per esempio, non ha un inviato speciale sul campo. In generale, la politica estera di Biden finora ha in qualche modo trascurato il Medio Oriente. Laddove abbiamo visto interventi, sono stati soprattutto di disimpegno, come in Iraq. Detto questo, il coinvolgimento degli USA in Israele e Palestina è enorme, per cui difficilmente possono tirarsi del tutto fuori dalla questione. Non vedo in ogni caso un grande cambiamento di politica tra Trump e Biden…», dice Daniela Huber, Responsabile del Programma Mediterraneo e Medio Oriente dell’Istituto Affari Internazionali (IAI). Al centro dell’attenzione è in particolare un giacimento di gas naturale, Leviathan, situato al largo delle coste di Gaza ma attualmente sfruttato dagli Israeliani che, stando alle stime, potrebbe da solo coprire il fabbisogno energetico di tutti i territori dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese).

Qual è il ruolo delle risorse off-shore nel conflitto?

«La questione è estremamente rilevante. Nel caso specifico del Leviathan, si parla di un giacimento situato ancora nelle acque di Israele che Hamas ha già cercato, senza successo, di attaccare agendo su alcuni dei siti di estrazione. Come evidenzia uno studio dell’Associazione umanitaria Al-Haq, Israele sta sfruttando anche tratti di mare che, secondo il diritto internazionale, spetterebbero alla Palestina forte del blocco navale esercitato nei confronti della striscia. Questo, nonostante moltissime istituzioni e compagnie abbiano boicottato attività del genere da parte israeliana, rappresenta a oggi un contenzioso notevole tra i due Paesi. Non si parla però solo di gas o dei problemi connessi alle risorse off-shore, ma anche di interessi legati allo sfruttamento di altre preziose risorse naturali, come l’acqua o i materiali da costruzione, nei territori palestinesi occupati dall’esercito israeliano, i cosiddetti Israeli settlements».

Quali sono le principali conseguenze economiche?

«Per i Palestinesi, le conseguenze economiche sono molto gravi e sono già in atto, perché l’occupazione danneggia fortemente le attività produttive, come evidenziano anche diversi studi americani. Per Israele, l’impatto economico dipende molto da cosa avviene sul campo. L’Europa, per esempio, ha avviato da diversi anni una politica di differenziazione, per cui i beni che arrivano dai territori occupati da Israele sono commerciati a condizioni non preferenziali. Questo però significa che il commercio di questi beni può continuare, anche se in termini penalizzati. Per Israele i principali partner commerciali sono gli Europei, e non gli Americani, per cui questo potrebbe avere conseguenze molto ampie».

Ci sono legami con la frizione tra USA e Cina degli ultimi tempi?

«La Cina non sembra al momento avere particolare interesse nell’area. Le origini del conflitto sono locali perché tutto è scoppiato con i fatti di Sheikh Jarrah, sviluppatisi in un contesto in cui da più di cinquant’anni i Palestinesi non hanno la garanzia dei diritti umani fondamentali. Penso che in questa situazione, la reazione violenta dei Palestinesi sia dovuta più a questo che non a circostanze internazionali. È però vero che questi eventi, pur originati a livello locale, potrebbero avere un impatto enorme sul contesto geopolitico, soprattutto in Medio Oriente. Per esempio, gli stati arabi, che negli ultimi tempi avevano fatto accordi di normalizzazione con Israele, adesso devono affrontare le rimostranze delle fasce più basse della popolazione, attraverso mobilitazioni di protesta, come in Marocco».

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