• giovedì, 2 Dicembre 2021

INVESTIMENTI: TROPPE DIFFERENZE CON GLI ALTRI PAESI. «Il FUS qui è lo 0,01 del PIL, in Germania il 3%, in Francia il 2%»

Investimenti: l’Osservatorio dello Spettacolo SIAE mette nero su bianco la crisi vissuta dal settore nell’ultimo anno e mezzo: complessivamente gli eventi sono diminuiti del 69,29%, gli ingressi hanno segnato un calo del 72,90%, la spesa al botteghino è scesa del 77,58% mentre quella del pubblico ha avuto una riduzione dell’82,24%. «Chiudono anche gli stessi uffici SIAE, segnale che occorrerebbe un’indagine conoscitiva e più approfondita dei territori per ragionare sulla distribuzione delle risorse», dice Lello Serao, presidente ARTEC, Associazione Regionale Teatrale della Campania. Ma nonostante l’anno nero alle spalle, la Campania ha deciso di tornare a fare spettacolo dal vivo ideando “Campania è Teatro, Danza e Musica”, un evento che si protrarrà fino a ottobre. Si compone di oltre 700 date e vede la partecipazione di 60 imprese, identità distinte che hanno deciso di fare sistema e di unire tutte le componenti dello spettacolo, fatta esclusione di quello viaggiante con il quale si è ipotizzata una collaborazione dal prossimo anno. «La sinergia vuol dire da una parte economia di scala dall’altra rispondere all’ipotesi di ripresa in maniera unitaria. Per costruire questo progetto, siamo partiti a marzo. L’adesione e il sostegno è di tutti anche se la partecipazione non è al 100%. Abbiamo dialogato al plurale grazie anche al consenso dei due organismi in house della Regione Campania che sono SCABEC e Fondazione Campania dei Festival parlando con una sola voce».

Quanto costa mettere in piedi un evento del genere?

«L’investimento è di oltre 3 milioni di euro che mette a sistema le risorse erogate dalla Regione Campania e dal Ministero. Ci tengo a precisare che non è un fondo speciale, né un intervento straordinario ma risorse che le imprese hanno avuto attraverso la legge 6 della Regione Campania e il Fondo Unico dello Spettacolo. Sono soldi che sarebbero potuti servire a organizzare la stagione invernale e che invece si è deciso di riversare in Campania è. È la somma di tutte le risorse che ognuno di noi invece di gestire singolarmente decide di mettere a disposizione dell’evento».

Rappresenta anche una buona occasione di lavoro

«Garantiamo più di 2.800 assunzioni. Abbiamo fatto un calcolo molto semplice: ogni produzione in media non ha meno di 4 persone a lavorare. Il numero moltiplicato per i 700 spettacoli porta a questo risultato. Sicuramente la cifra sarà ancora più alta. A ottobre faremo un report più preciso per capire quanto abbiamo restituito al mercato del lavoro».

Da attore, regista e presidente di Artec lei ha vissuto da ogni lato la crisi dello spettacolo…

«Sono emerse tante fragilità, perché per tanto tempo abbiamo avuto la percezione ma non la conoscenza diretta del Covid -19. La cura non sarà ripartire da dove ci siamo fermati ma immaginare un futuro completamente nuovo. Mi riferisco a relazioni diverse con le istituzioni, impegno da parte delle imprese a sostenere con tutte le proprie risorse il piano lavoro per far emergere e curare le criticità, ridistribuzione più equa: il Sud deve essere riequilibrato dal punto di vista del finanziamento, in Campania sulla legge 6 bisogna attivare dei correttivi che tengano insieme il dato consolidato delle imprese e che permettano la crescita di nuove esperienze evitando una stagnazione permanente».

Qual è il futuro dello spettacolo?

«Qualcosa cambierà anche dal punto di vista del linguaggio. Ci porteremo dietro il risultato di questa pandemia: distanziamento, mascherine, spazi ripensati. Avremo un calo di fatturato che si protrarrà per lungo tempo perchè si è abbassata la capacità di spesa da parte del pubblico e sono aumentati i costi per quanto riguarda il mantenimento degli standard che il Covid-19 ci richiede. Al di là di questo spero che la drammaturgia futura da un lato tenga conto della tragedia che abbiamo vissuto, ma che dall’altro dia risposte di speranza. Mi auguro di non ricevere testi in cui si parli sempre e solo della pandemia».

PNRR, la terza componente della Missione 1 è interamente dedicata a Turismo e Cultura 4.0. Gli investimenti previsti per la Cultura ammontano nel complesso a 4,275 miliardi di euro a cui si sommano nel Fondo Complementare gli investimenti del Piano Strategico Grandi attrattori culturali, per 1,460 miliardi di euro, finalizzati al finanziamento di 14 interventi di tutela, valorizzazione e promozione culturale: sono cifre soddisfacenti?

«I soldi sono tanti ma non sono ripartiti nella materia corretta. Cosa arriverà al Sud non lo sappiamo e non mi riferisco solo allo spettacolo. Il PNRR per il Sud prevede 82 miliardi, pari al 40% del totale delle risorse collegamenti, connessioni, servizi sociali e sostenibilità per il rilancio, ma non si parla di cultura. Tra l’altro il FUS riversa solo il 22% delle risorse al Sud in base a criteri di storicità che andrebbero superati. Credo che la riforma, con il completamento dell’iter del Codice dello Spettacolo, sia un appuntamento da non perdere, potrebbe essere la vera occasione di rigenerare la scena italiana, non a caso uso il condizionale perché le spinte conservatrici prodotte dalle lobby in questo Paese sono da sempre in grado di trasformare le buone intenzioni in pie intenzioni, trasformando senza trasformare. In questo quadro auspico anche un forte riequilibrio territoriale che guardi al superamento della spesa storica e a un vero rilancio di tutto il Sud Italia».

Teatro in cammino – Baracca dei Buffoni (Lacedonia) – foto Pino Miraglia

Di cosa avrebbe bisogno il comparto?

«Ci lamentiamo da tempo. Riteniamo che il Sud non abbia allocate le risorse che servono. Non abbiamo spazio per danza e musica e le strutture sono carenti. Manca un piano di sviluppo anche di start up e di strutturazione di imprese resistenti, un piano formazione per lo spettacolo dal vivo. C’è tanto da fare».

Da dove partirebbe?

«Dal FUS che rappresenta solo lo 0,01 del PIL, in Germania è il 3%, in Francia il 2%. Bisogna riattivare il principio che la ricerca possa avere un tempo: la produzione culturale non è numeri da produrre. La cultura è anche il prodotto della ricerca – di metodologia, linguaggio, organizzazione) alla quale bisogna dare valore, che vuol dire anche tempo che non dà risultati. Come si faceva negli anni settanta. Al Sud poi, per esempio, sono solo due le fondazioni bancarie che intervengono sul settore. Il governo centrale deve intervenire a sanare una sperequazione che da anni condanna il Sud a perdere imprese, intelligenze e mercato, siamo di fatto la vera e unica porta verso il Mediterraneo e pensare che il futuro sia ancora il nord Europa è pura cecità».

Digitalizzazione e cultura possono viaggiare insieme?

«La tecnologia aiuta ma non posso non partire da un dato elementare: il teatro è artigianato dal quale non si può prescindere ed è anche la ragione per cui ha resistito ai secoli. Se viene meno questa componente, la manualità nel cucire i costumi, l’arte costruttiva delle scuole di scenografia, i processi di relazione che solo lo spettacolo dal vivo è in grado di elaborare tra attori e spettatori, viene meno la ragione stessa del nostro fare. Noi produciamo un bene immateriale, la digitalizzazione velocizza, conserva, riproduce, ma dietro resta la sensibilità dell’autore e dell’uomo». ©

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