LE CHIUSURE STABILITE DAI DPCM HANNO TAGLIATO LE GAMBE A UN SETTORE CHE COINVOLGE PIÙ DI 30MILA STRUTTURE. SAN CARLO, LA FENICE, ALLA SCALA: LA DANZA PUNTA SULL’ART BONUS

Piange il mondo della danza, piegato dalla pandemia e dalle chiusure imposte dall’emergenza sanitaria. «Il settore si prepara a ripartire con fiducia per il nuovo anno scolastico, nella consapevolezza che dovremo convivere ancora a lungo con questa situazione. AIDAF sta seguendo in prima linea tutto lo sviluppo della situazione, per poter intervenire a supporto della categoria», spiega Amalia Salzano Presidente di AIDAF, Associazione Italiana Danza Attività di Formazione AGIS. «In Italia non esiste ancora una mappatura scientifica delle scuole di danza private in Italia: il settore è frammentato in tante configurazioni diverse e non è regolamentato. I criteri indispensabili per effettuare un censimento preciso sono molto differenti e variabili e ne rendono l’attuazione molto difficile».

Il settore, però, coinvolge tante strutture e forza lavoro…

«Riteniamo che il numero si aggiri sulle 30.000 unità, per un totale approssimativo di circa 3 milioni di aspiranti ballerini tra i 4 e i 20 anni, anche se non è semplice dare una risposta precisa a questo quesito, in quanto le Scuole di Danza non si identificano tutte in un’unica realtà, bensì si configurano con ragioni sociali differenti: dalle ASD e SSD afferenti al CONI, alle Srl, le Associazioni Culturali, alle Cooperative e così via. A questo aggiungiamo che non esiste una categoria degli insegnanti di danza riconosciuta dallo Stato».

Che differenza c’è tra le scuole private e quelle registrate come associazioni sportive?

«Prevalentemente di carattere fiscale. Molte realtà hanno scelto di diventare Associazioni sportive – ASD o SSD – per poter usufruire delle agevolazioni fiscali riservate allo Sport e al CONI. Tutte le altre realtà, che invece si sono configurate come Srl, Associazioni Culturali, Cooperative, e/o come Enti del Terzo Settore, rientrano nella definizione di Scuole di Danza private non afferenti allo Sport. Tuttavia sul piano delle attività che vengono svolte all’interno delle une e delle altre, su un piano strutturale, non c’è alcuna differenza».

Quanto hanno perso in questo anno e mezzo e come si preparano a ripartire?

«Le scuole di danza, insieme a tutto il settore dello spettacolo dal vivo, sono stati tra quelli maggiormente penalizzati dalla situazione della pandemia e dalle chiusure e restrizioni a cui sono stati costretti. Prima del lockdown il settore era in crescita. Nei vari DPCM, purtroppo, non si è mai fatto esplicito riferimento a loro, che sono state sempre assimilate alle palestre, nonostante le condizioni di svolgimento delle attività siano molto differenti. Le chiusure prolungate hanno messo in ginocchio molte scuole e, purtroppo, tante sono state costrette a chiudere definitivamente. Adesso ci si prepara a ripartire con fiducia per il nuovo anno scolastico, nella consapevolezza che siamo ancora in emergenza e che dovremo convivere ancora a lungo con questa situazione. Per questo motivo sarà importantissimo  continuare a seguire tutti i protocolli di sicurezza e le  nuove indicazioni fornite dal Governo, anche relative all’utilizzo del green pass che va letto  come una opportunità per poter continuare a lavorare in sicurezza e non come uno strumento punitivo. AIDAF, come sempre, sta seguendo in prima linea tutto lo sviluppo della situazione a supporto della categoria».

Al di là della pandemia, a oggi solo quattro fondazioni liriche italiane hanno mantenuto il proprio corpo di ballo, mentre le altre dieci hanno dovuto dismetterlo per questioni di bilancio…

«In questi anni hanno chiuso i battenti dal Maggio di Firenze alla Fenice di Venezia, da Bologna a Torino. E contemporaneamente tanti giovani sono stati costretti a emigrare all’estero per inseguire il loro sogno e un contratto di lavoro. Ma oggi c’è una aumentata sensibilità verso questo argomento. Sono d’accordo con Roberto Bolle che sottolinea come a Londra e New York ci sia molta attenzione ai donatori privati, anche piccoli a fronte di un intervento pubblico che in quei Paesi è molto ridotto. Anche io sono per un equilibrio, come sta accadendo al Teatro alla Scala, in generale l’aiuto dei privati deve essere incentivato sempre di più con detrazioni e agevolazioni fiscali. Si chiama “art bonus” (consente un credito di imposta, pari al 65% dell’importo donato, a chi effettua erogazioni liberali a sostegno del patrimonio culturale pubblico italiano, ndr). Lo strumento esiste anche nel nostro Paese e si sta cercando di estenderlo il più possibile».

Il mondo della danza ha protocolli da applicare molto rigidi…

«È vero che i protocolli da applicare sono stati molto rigidi, ma non impossibili da attuare. Certamente hanno richiesto molto impegno, anche da un punto di vista economico e per il quale sono stati previsti da parte dello Stato appositi incentivi; l’impegno è stato necessario sia da parte delle insegnanti e dei collaboratori, sia delle allieve e degli allievi per attenersi scrupolosamente al rispetto delle norme, ma tutti si sono adoperati al meglio pur di poter proseguire nelle attività quando ce ne è stata data la possibilità. Non dimentichiamo che la danza è una disciplina artistica molto seria e impegnativa e che il rispetto delle regole e la disciplina sono alla base dello studio di qualsiasi stile. Tutti vengono educati in questo senso dai docenti, sin dalla più tenera età. Quindi è stato davvero facile far seguire le regole anche ai più giovani. L’importante è poter riaprire e continuare a lavorare in presenza».

Anche in sala tante sono state e sono ancora le restrizioni

«In aggiunta a tutte le norme di sicurezza già previste normalmente, come l’igienizzazione delle mani e l’utilizzo della mascherina e del distanziamento di un metro negli spazi comuni, ci sono state molte restrizioni. In sala è stato previsto un distanziamento tra gli allievi  di almeno 2 metri sia in senso antero–posteriore, che lateralmente, quindi è stato necessario considerare uno spazio di almeno 4 metri quadrati per ciascuno e, di conseguenza, riconsiderare la capienza delle sale; inoltre questo ha escluso la possibilità di contatto tra gli allievi e, quindi, si sono dovuti escludere anche alcuni tipi di attività, come il passo a due per la danza classica o la contact improvisation per la contemporanea. Ci sono stati tanti obblighi da rispettare, come l’areazione e la disinfezione tra una lezione e l’altra ma, ripeto, nessuno si lamenta per questo. Tutti vogliono soltanto avere la possibilità di lavorare».

In questo lungo periodo di sofferenza, c’è anche la “punizione” del ruolo dell’insegnante, figura non regolamentata. A che punto è la legge sul riordino del settore dello spettacolo?

«Questo argomento costituisce il cuore della “mission” di AIDAF–AGIS, l’associazione di categoria che rappresento e che si è fatta carico da anni delle problematiche degli insegnanti e delle scuole di danza. La crisi in cui ci ha trascinato il Covid-19 ha portato allo scoperto tutte le debolezze del settore, che, annaspando a destra e a sinistra, si è affannato da più parti a rivendicare, in tutti i modi possibili, diritti e privilegi, senza però avere la consapevolezza che, anche per presentare le proprie istanze ai Ministri e al Governo occorre rispettare delle modalità ben precise. AIDAF, grazie al supporto di AGIS e di FEDERVIVO, dialoga da anni con il Governo e e dall’inizio della pandemia e ha portato ottimi risultati. Per merito di questo tipo di lavoro tenace e ininterrotto abbiamo già raggiunto un traguardo storico con l’approvazione della Legge n.175 del 22 Novembre 2017, che per cause di forza maggiore  non ha ancora trovato attuazione, ma per cui abbiamo ottimi motivi di ritenere che sarà nuovamente riaperta a breve la delega».

Dopo il primo lockdown, però, le scuole hanno ricevuto un ristoro di 10 milioni di euro…

«Durante questo difficile periodo AIDAF ha continuato con forza e tenacia a portare avanti la sua azione di interlocuzione e sensibilizzazione presso le Istituzioni e il risultato più rilevante di tutto questo lavoro è stato il conseguimento del Decreto Franceschini, che ha assegnato il contributo a fondo perduto alle scuole di danza non afferenti allo sport. Questo risultato costituisce un grandissimo riconoscimento da parte del Ministero della Cultura nei confronti delle scuole di danza, non soltanto da un punto di vista economico, ma soprattutto perché il Ministero ne ha riconosciuto l’identità artistica ponendosi come riferimento: un risultato storico».

Pandemia a parte, la danza resta la Cenerentola delle arti: quali sono le difficoltà del settore e di che cosa avrebbe bisogno?

«Non ho mai pensato che la Danza fosse la Cenerentola delle arti, ma piuttosto che finora non ci sia stata una specifica volontà politica di darle il giusto riconoscimento e una adeguata regolamentazione che consenta a tutto il settore di estrinsecare al meglio le proprie potenzialità. Le cose sono cambiate molto negli ultimi anni. La Legge n.175 si occupa proprio del riordino di tutto lo spettacolo dal vivo e del nostro settore e, soprattutto, va sottolineato che le istituzioni sono ormai molto attente e preparate sull’argomento. È indispensabile creare un “sistema danza” che coinvolga a 360° la produzione e la distribuzione e in cui la formazione abbia il ruolo di primaria importanza, che le spetta. Sappiamo bene che le scuole private in Italia rappresentano un comparto importante, in quanto la formazione dei danzatori in Italia, è affidata quasi totalmente a loro. È dalla formazione che parte la filiera di questo “sistema”, i danzatori di domani, le compagnie, le produzioni, la circuitazione degli spettacoli. Inoltre è importante anche il supporto delle nuove tecnologie, che durante questo periodo si sono dimostrate di grande importanza per la sopravvivenza del settore, ma senza rinunciare mai all’esperienza della visione e della trasmissione dei saperi dal vivo, quale momento fondamentale per la crescita dell’individuo».

Che 2022 sarà, da dove ripartire?

«Dobbiamo guardare al futuro con fiducia e con speranza. La danza non può fermarsi. I nostri allievi hanno già perso tanto in termini di studio, esperienze, programmi e possibilità personali in questi quasi due anni. Tutta la categoria è stata già tanto penalizzata e molti hanno pagato davvero a caro prezzo questa situazione. Inoltre, parallelamente continueremo il lavoro sui decreti per l’attuazione della Legge n.175. Mi auguro che tante persone vorranno unirsi a noi in questo percorso, continuando a sostenere le nostre azioni. AIDAF continuerà a battersi per tutelare il settore e continuerà a lavorare incessantemente per tutta la Danza, portando avanti sempre anche la sua attività istituzionale di rappresentanza e tutela degli insegnanti e delle scuole di danza e sono certa che raggiungeremo i nostri obiettivi a tutela della categoria».©