• giovedì, 2 Dicembre 2021
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Le ultime riforme rivolte ad alcune delle più grandi aziende in Cina vogliono diminuire il gap tra ricchi e poveri: politiche che fanno parte del piano di “prosperità comune” voluto fortemente dal presidente Xi Jinping, ma con importanti ripercussioni economiche e finanziarie.

COS È LA PROSPERITÀ COMUNE – Un misto tra riforme politiche, forze di mercato e filantropia forzata, bollito tutto insieme nel calderone del Partito Comunista cinese (PCC) con lo scopo di eliminare, o meglio attenuare, il gap tra super rich e poveri. Ma attenzione, come hanno affermato gli stessi ufficiali del PCC, non stiamo parlando di rubare ai ricchi per dare ai poveri. Non è egualitarismo puro, bensì una nuova rinascita del socialismo tra i confini cinesi. Un socialismo 2.0 in altre parole. Questo concetto non è nuovo in Cina: era stato introdotto infatti dal fondatore del PCC Mao Zedong negli anni ‘50. L’incremento nel riutilizzo in occasione del centesimo anniversario della fondazione del Partito è un chiaro messaggio di come sarà fondamentale nel futuro dell’operato del governo cinese. La promessa è dunque quella di creare una più grande e ricca classe media ed aziende che investono nella società di cui fanno parte anziché realizzare utili e basta, trasformandosi da semplici commodity in vere e proprie community.

CRESCITA ECONOMICA E NUOVI EQUILIBRI – Se prosperità comune significa incrementare il focus sull’emergente classe media, questo può rappresentare un vantaggio per i business globali che hanno come target questa classe: potrebbe controbilanciare la crescita del Paese, rendendola più legata all’aumento dei consumi e riducendo esportazioni e investimenti. Questo sarà possibile grazie all’incremento dei consumi nelle zone rurali, derivanti da potenziali miglioramenti di previdenza sociale e dell’assistenzialismo. Per il cinese medio, non sarà quindi necessario risparmiare troppe somme di denaro in quanto i servizi principali saranno accessibili senza patemi. In altre parole, si può avere una situazione con minori risparmi a favore di una maggiore spesa in consumi di breve termine, che guiderebbero la nuova traiettoria della crescita economica cinese. Questo può essere un plus per le aziende che hanno beni di consumo su larga scala. Ma la crescita legata al settore privato può subire forti danni. Nello specifico, le aziende del lusso potrebbero essere fortemente penalizzate da questa retorica della ridistribuzione delle eccedenze. La Cina rappresenta il secondo mercato più grande per questo settore e il primo per crescita annuale. Per questo se i cinesi non comprano più Rolex, borse LV o cinture Gucci, questo settore rischia davvero di subire una perdita senza precedenti. Un’altra delle conseguenze più visibili della prosperità comune è stata il refocusing delle aziende cinesi verso il mercato domestico. Il gigante del Tech Alibaba, che negli ultimi anni ha visto un incremento notevole del proprio business estero, ha dichiarato sotto la guida dal boss Daniel Zhang di voler aiutare a promuovere la prosperità comune, destinando circa 13,4 miliardi di euro a iniziative e attività volte in tal senso. E non a caso, è stata scelta Zhejiang (dove ha sede Alibaba), come zona in cui avviare la prima sperimentazione reale della prosperità comune. Il rivale Tencent (proprietario di WeChat, l’app di telecomunicazione più usata dai cinesi) ha stanziato 6,7 miliardi di euro per la stessa causa. La Zhejiang Geely Holding Group Co ha avviato una nuova policy di remunerazione dei dipendenti basata sull’emissione di proprie azioni. Così, piano piano, la Cina si chiude in sé stessa.

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