venerdì, 14 Giugno 2024

JUVENTUS: CON LO STADIO IL TITOLO CI GUADAGNA

C’era una volta il calcio giocato. C’era, appunto, perché la stretta attualità del mondo del pallone impone una nuova nomenclatura: analisi di bilanci in rosso, pseudo trattative con i fondi del private equity e una disperata ricerca di sponsor per risollevare le gesta di un settore in declino. Non più giocate memorabili da applaudire ma liquidità da reperire, in fretta. L’annosa crisi che avvolge il calcio italiano, messo in ginocchio dalla pandemia, guarda anche agli stadi di proprietà come possibile boccata d’ossigeno per i conti in rosso. L’esempio più longevo è la Juventus: lo Stadium ha spento da poco le dieci candeline. Non si tratta solo di una questione meramente sportiva, ma soprattutto economica: la società bianconera ha incassato grazie al proprio impianto 494,8 milioni di euro. Solo l’ultima stagione regolarmente disputata al vecchio “Delle Alpi” (2010/2011), fruttò al club bianconero 11,9 milioni di euro. Cifra ampiamente triplicata con il trasloco allo Stadium e che ha raggiunto il suo record nella stagione 2018/2019 con l’arrivo di Cristiano Ronaldo: 83,4 milioni di ricavi, con il 13,4 per cento di impatto sul fatturato totale del club. Che tradotto in termini finanziari significa che da quando la Juventus gioca nel suo nuovo stadio di proprietà, l’aumento dei ricavi è stato del 600%. È grazie a questa liquidità che il club di Agnelli ha saputo costruire le sue fortune commerciali, arrivando a fatturare la somma di 400 milioni di euro all’anno, partendo da un investimento iniziale di circa 155 milioni per trasformare il Delle Alpi nel nuovo Stadium. Un trend positivo confermato anche dalla Borsa; il tonfo post bocciatura SuperLega (chiusura a -13,7%) è ormai solo un amaro ricordo. Il titolo della società bianconera su base settimanale mantiene forza positiva rispetto all’indice, dimostrando un maggior apprezzamento da parte degli investitori (performance settimanale +1,46%, rispetto a +0,31% del principale indice della Borsa di Milano). Sulla scia della Juventus, oggi si contano solo 3 società di Serie A che dispongono di un impianto di proprietà. L’Udinese della famiglia Pozzo, che nel 2013 ha acquistato stadio e terreno su cui sorgeva il “Friuli” per ammodernarlo e trasformarlo nella Dacia Arena. Costo dell’operazione: 25 milioni di euro. Il Sassuolo degli Squinzi ha speso decisamente meno: solo, si fa per dire, 11 milioni di euro per rilevare il vecchio “Città del Tricolore” di Reggio Emilia ed edificare il nuovo Mapei Stadium. L’ultima è stata l’Atalanta di Percassi. Stessa operazione compiuta dalle precedenti: fuori l’”Atleti Azzurri d’Italia” e dentro il “Gewiss Stadium” per un costo complessivo di 44 milioni di euro. Sia a Udine sia a Reggio Emilia e Bergamo i costi sono stati assicurati in parte o in toto da sponsor e investimenti privati, creando quel mondo d’affari ibrido che caratterizza la quasi totalità degli investimenti sportivi in termini di stadi di proprietà. E le altre di A? Sognano in grande, consapevoli del margine di miglioramento di bilanci e liquidità ma si scontrano, troppo spesso, con lungaggini burocratiche e “nient” lapidari che arrivano dal Credito Sportivo o dalle amministrazioni locali. A Roma, è ben nota la vicenda sfociata in un’inchiesta giudiziaria su presunte tangenti per la realizzazione del progetto, peggiorata dalla crisi epidemica e che di fatto ha cancellato l’opzione stadio. Anche se la nuova proprietà Friedkin non ha mai fatto mistero sulla volontà di costruire un nuovo impianto. Ambizione da verificare anche con la nuova consiliatura, da poco insediata al Campidoglio. Stessa situazione a Milano: Milan e Inter hanno detto sì alla nuova “cattedrale” per 1,2 miliardi di euro e vorrebbero arrivare al nero su bianco entro la fine del 2021. Un’operazione che garantirebbe ricavi per 120 milioni di euro a stagione, da spartire in due. Si attende la decisione finale di Palazzo Marino, che spinge per far restare in piedi almeno una porzione di San Siro da destinare a progetti sportivi e artistici. A Bologna invece, la situazione è di stallo. La società di Saputo ha già siglato l’accordo con il Comune per l’ammodernamento dello stadio “Dall’Ara”: 100 milioni complessivi, 60 dei quali a carico del patron canadese e 40 messi a disposizione da Palazzo D’Accursio. La frenata è dovuta allo stadio temporaneo in cui giocheranno i rossoblù, la “Fico Arena”, interamente realizzata dalla famiglia Saputo, che non vedrà la luce prima della fine dei mondiali in Qatar del 2022. Incertezza a Firenze. La proposta di edificare un nuovo stadio, respinta al mittente dal primo cittadino Dario Nardella, coincide con l’inizio del calvario di Rocco Commisso, patron e presidente della Fiorentina. Dopo un debutto in Serie A che ha visto il patron protagonista nell’intento di ammodernare in fretta un nuovo Franchi, si è passati nell’arco di un anno e mezzo a un brusco dietrofront della proprietà: con i vincoli imposti dalla Soprintendenza, che elevano lo stadio di Firenze a monumento, il presidente ha invitato il Comune a mettere mano al portafogli: della serie, se il Franchi è patrimonio artistico, spetta alla municipalità provvedere all’esborso economico. Un affare concluso con un’inedita novità: i costi verranno coperti dalll’Europa, che ha accettato di destinare 95 milioni di euro del Recovery Plan per il progetto di ristrutturazione dell’impianto di Nervi. Soldi che poi la collettività dovrà restituire e che chiudono, almeno per quanto riguarda la vicenda dello stadio di Firenze, una storia molto da Belpaese e che mette a fuoco bene come il calcio nostrano sia rimasto così indietro nella competizione con il resto d’Europa.                                            

©Luca Maddalena

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