• venerdì, 27 Maggio 2022

La carenza di semiconduttori dall’Est blocca il mercato. Cuomo, IWBank: «Col Chips Act, dall’Ue 43 miliardi per essere autonomi»

Quella per i semiconduttori promette di essere una delle lotte europee più cruciali. Per ridurre il rischio di rimanere tagliata fuori dall’arena l’UE spinge con forza il suo Chips Act, che punta a mitigare gli effetti dell’attuale global shortage del prodotto e ad essere tra i player più avanzati nel settore. «Esistono alcune eccellenze europee, che però hanno deciso da tempo di concentrarsi su mercati che non richiedono l’uso delle tecnologie più avanzate. Attraverso fondi alla ricerca il Chips Act intende riportare l’Europa al livello tecnologico dei concorrenti», dice Andrea Cuomo, Presidente di IW Bank, che si chiamerà IW Private Investment Sim, e già executive vice President in STMicroelectronics. «Qualsiasi futura disruption nelle supply chain mette a rischio non solo l’industria dei semiconduttori, ma anche quella dell’automobile, e qualsiasi altro ambito che li utilizzi, compresa la sicurezza (dalla difesa alla cibernetica, alla salute e alle comunicazioni). Di conseguenza, si tratta di avere in Europa tutta la gamma tecnologica necessaria a fronteggiare possibili cambiamenti degli scenari globali, come possono essere contesti di guerra o una pandemia».

Il mercato globale sta subendo uno shortage di notevoli proporzioni. Com’è possibile superare quest’impasse?

«L’attuale crisi, sebbene esacerbata dallo stop-and-go dovuto alla pandemia,  è  un fatto ciclico, ben noto a qualsiasi esperto del mercato. Storicamente, quello dei semiconduttori è da sempre un settore ad altissima intensità di capitale. Serve 1 dollaro di investimento per crescere di 1 dollaro all’anno di fatturato. Per questo, l’industria tende a espandersi solo nel momento in cui la sua capacità produttiva è esaurita dalla domanda. Di conseguenza, si muove solo a grossi scatti, a gradini. E il processo è continuo, perché la domanda di chip al giorno d’oggi cresce continuamente: il mercato consta oggi di circa 500 miliardi di dollari e si prevede che nel 2030 ne raggiungerà 1000. In questo momento siamo nella fase di saturazione, che prelude a una nuova espansione della produzione, aprendo un nuovo ciclo. Uno degli intenti del Chips Act è proprio mitigare queste oscillazioni, attraverso la messa a punto di strumenti avanzati per cercare di prevedere l’evoluzione del mercato ed evitare future crisi di approvvigionamento». Un tema che può essere fondamentale per l’Italia: è notizia recente che Intel ha annunciato un investimento di circa 4,5 miliardi per la creazione di una fabbrica di ultima generazione nel nostro Paese, che porterà, secondo le previsioni, circa 5000 nuovi posti di lavoro.

Spesa in conto capitale totale annua nel mercato dei semiconduttori. Fonte: Semico Research Corp.
Quello che vediamo col Chips Act è un fatto nuovo. Si è fatta un’eccezione alle regole per rispondere a una carenza contingente. L’UE sta stabilendo un precedente?

«L’articolo 107, comma 3 del trattato sul funzionamento dell’UE prevede,  in alcuni casi specifici, che gli Stati possano colmare il financing gap fino al 100%. Un’applicazione di questo genere costituisce un precedente importante, quasi rivoluzionario, che, associato al concetto di “first of a kind” consente di finanziare tecnologie, innovative, che non si riuscirebbero a realizzare in Europa senza un sostegno pubblico competitivo con quanto praticato in altre aree del mondo. Il fine è di cercare di essere presenti in un mercato sempre più strategico. E nulla esclude che, una volta adottata in un settore, questa soluzione non possa essere applicata ad altri».

Uno degli obiettivi di medio termine dell’Unione Europea è attirare investimenti privati. Che cosa può spingere attori stranieri a investire in Europa?

«Ci sono due ragioni. Una di mercato e cioè che l’Europa è il centro dell’automotive, assieme al Giappone, del settore industriale. Perciò, si tratta di essere geograficamente più vicini ad alcuni dei maggiori acquirenti a livello mondiale. Un altro grande motivo è strategico, dovuto al fatto che oggi la maggior parte dei semiconduttori è fatta nei Paesi dell’Est, tra Corea, Cina e Taiwan».

A livello italiano, quali sono le prospettive che si aprono per l’industria dei semiconduttori?

«Innanzitutto, questi ultimi provvedimenti dell’UE possono essere importanti per ST, principale attore del settore in Italia, come veicolo per alcuni investimenti. Ma hanno effetti anche sull’industria dell’automobile, che si troverà ad avere meno dipendenze da ecosistemi diversi da quello europeo. In più, potrebbero spingere alcuni importanti player internazionali a considerare investimenti in Italia. Tra l’altro già oggi, i semiconduttori in Europa sono prodotti in gran parte in Germania, Francia, Olanda e Italia. Vi sono poi fabbriche in altri Paesi. L’Italia ha senz’altro una importante partita da giocare».

Al momento, i dati ci mostrano che la produzione e l’assemblaggio di semiconduttori sono quasi interamente in mano a Cina, Taiwan e Corea del Sud, mentre sul design sono gli Stati Uniti a farla da padroni. Può l’UE diventare una potenza negli ambiti di produzione o le sue ambizioni si limiteranno soprattutto al design?

«Se l’Europa non ha un’autonomia, anche manifatturiera, rischia di esporsi in futuro a qualunque problema nella catena di rifornimento. Storicamente, Taiwan ha ottenuto un grande vantaggio nel momento in cui Intel, per varie ragioni, ha perso il suo amplissimo margine competitivo a favore di TSMC. La stessa TSMC venne creata da Philips negli anni ’80 proprio con un modello di business in cui i progetti erano realizzati in Europa e prodotti a Taiwan, consentendo strategie asset-light alle aziende microelettroniche. E questo funziona finché gli altri producono per te, ma nel momento in cui si interrompono le forniture, anche per ragioni politiche, cominciano i guai. E negli anni recenti abbiamo visto non pochi problemi di questo tipo. Un importante provvedimento contenuto nel Chips Act autorizza la Commissione, in casi di assoluta necessità, a forzare la priorità alle consegne destinate all’Industria Europea».

Società più importanti del mercato dei semiconduttori per vendite. Fonte: Gartner
Proprio Taiwan ha di recente emanato un divieto di esportazione verso la Russia. Basterà ai Russi la relazione con la Cina per riuscire a evitarne le conseguenze, anche militari?

«Sarà difficile triangolare. Esistono due tipi di semiconduttori: quelli standard e quelli più avanzati. Sui primi, la Russia non dovrebbe avere problemi, mentre sui secondi è probabile che sarà in difficoltà. Già oggi non è possibile esportare certi macchinari in Cina, per cui è indispensabile acquistare a Taiwan, in Corea del Sud o negli Stati Uniti, il che al momento è impensabile. Infatti, le aziende che producono questi chip sono pochissime, solo TSMC, Samsung e Intel. E progettare un semiconduttore di quel livello di avanzamento ex novo richiede come minimo anni di lavoro, ammesso che ci siano le conoscenze e il denaro necessari. Detto questo, non ci è dato sapere se la Russia abbia la capacità di sviluppare questo tipo di prodotti. E comunque non saprebbe dove produrli».

La Russia, sebbene sia legata solo a una fetta molto piccola dell’indotto del mercato dei semiconduttori, è uno dei maggiori produttori mondiali di alcuni dei materiali più usati in quest’industria. Costituisce un rovescio della medaglia a queste sanzioni?

«Esistono effettivamente alcuni materiali che potrebbero avere dei problemi di fornitura in conseguenza delle sanzioni. Ma la questione è, come sempre, di prezzo. Va ricordato che l’industria dei semiconduttori lavora con quantità di materiale sempre relativamente piccole: un wafer di silicio pesa pochi grammi. A breve, ci potrebbero essere piccoli problemi nella riorganizzazione delle forniture, ma sul lungo termine la questione non si pone».                      ©

Marco Battistone

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Foto di Jason Jarrach da Unsplash

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