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domenica, 3 Dicembre 2023

Riciclo rifiuti: l’Italia è prima in UE. Grasso, CYRKL: «Ma mancano gli impianti»

riciclo

A dare una spinta a risparmio e occupazione c’è l’economia circolare. Una realtà di gestione che ha principi ben definiti: condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo. «Ci sarà un grosso shift di mansioni lavorative, i cosiddetti Green jobs», spiega Simone Grasso, Country Manager Italia – Sviluppo marketplace e consulenze di CYRKL. «Un’azienda che sposa questa filosofia può arrivare a risparmiare mediamente dal 15% al 45%: un range abbastanza ampio che dipende da quanto un’impresa sia già avanzata dal punto di vista della gestione ottimizzata dei rifiuti e delle loro risorse». Malgrado ciò la circular economy non gode di ottima salute, non solo in Italia ma a livello globale. Tra il 2018 e il 2020 il tasso di circolarità è sceso dal 9,1 all’8,6%. La causa è da ricercare nell’aumento dei consumi, che negli ultimi cinque anni sono cresciuti di oltre l’8% (da 92,8 a 100,6 miliardi di tonnellate – Gt), a fronte di un incremento del riutilizzo di appena il 3% (da 8,4 a 8,6 Gt). In Europa nel 2020, a parità di potere d’acquisto, per ogni kg di risorse consumate sono stati generati 2,1 euro di PIL. L’Italia è arrivata a 3,5 euro (il 60% in più rispetto alla media UE). Nello stesso anno, il tasso di utilizzo circolare di materia nell’Unione europea è stato pari al 12,8%.

Il valore aggiunto dell’intera Unione europea relativo ad alcune attività dell’economia circolare (riciclo, riparazione, riutilizzo) nel 2018 è stato di 130.800 milioni di euro, pari all’1% del totale dell’economia. In Italia è stato di 19.457, l’1,1% del totale, in linea con il dato UE. Quali prospettive si possono creare da un punto di vista occupazionale?

«Se da una parte si chiuderanno alcune posizioni, dall’altra si avranno tante opportunità nel mercato del lavoro futuro. Tutto ciò è fisiologico quando avviene uno sviluppo industriale e tecnologico. Da anni monitoro annunci di posizioni di lavoro: quelli che riguardano la sostenibilità nell’ultimo triennio sono aumentati in modo esponenziale».

Quali benefici economici può dare l’intelligenza artificiale nel settore dei rifiuti?

«Risparmi nel facilitare la connessione tra le aziende. Per esempio, sulla nostra piattaforma abbiamo le società che offrono rifiuti, sottoprodotti o macchinari, e imprese che li riutilizzano. In questo modo riusciamo a far incontrare domanda e offerta con un algoritmo. Ma l’artificial intelligence nell’ambito dell’economia circolare può fare molto altro, come i robot che smistano i rifiuti nella raccolta differenziata».

Il PNRR mette a disposizione 2,1 miliardi di euro per migliorare la capacità di gestione efficiente e sostenibile dei rifiuti e il paradigma dell’economia circolare. I finanziamenti dovranno servire a rafforzare le infrastrutture per la raccolta differenziata, ammodernando o sviluppando nuovi impianti di trattamento, colmando il divario tra il Nord e il Sud del Paese e realizzando “progetti flagship” che siano innovativi per le filiere strategiche. Basterà?

«Tutto dipenderà da come questi fondi saranno utilizzati. Non importa la somma destinata. Bisogna riflettere sulle carenze impiantistiche in alcune regioni d’Italia rispetto ad altre. Non sempre è facile aumentare le percentuali di riciclo perché mancano impianti. Come il caso della Sicilia. La direzione che si segue va sempre verso la creazione di nuove discariche. E qui entra in gioco questione di mentalità».

La Commissione Europea nel marzo 2020 ha adottato il nuovo Piano d’azione per l’economia circolare: il Parlamento europeo ha richiesto obiettivi vincolanti per il 2030 per rendere più sostenibili i prodotti di largo consumo a partire dalla loro progettazione. Il raggiungimento degli obiettivi del Green Deal sarà possibile solo se l’UE implementerà un modello di economia circolare e tale cambiamento creerà nuovi posti di lavoro e opportunità commerciali. Siamo sulla buon strada?

«L’Europa ha dato un messaggio chiaro: l’economia circolare entra a tutti gli effetti tra le strategie dell’agenda 2030 ed è una delle colonne portanti del Green Deal. In Italia ritengo positive le predisposizioni che sono state date alle aziende per migliorare gli standard del nostro Paese».

Cosa differenzia l’Italia dagli altri Stati europei in termini di circular economy?

«Complessivamente, per quanto riguarda la gestione dei rifiuti, abbiamo il punteggio circolare maggiore, testa a testa con la Francia. Parigi, invece, è particolarmente avanzato nel riutilizzo dei materiali. Entrambi, nel 2021, abbiamo aumentato la quota di rifiuti inviati a riciclo. Spagna e Germania hanno mantenuto un tasso costante, segnale negativo, invece, per la Polonia. Nel nostro Paese, il tasso di riciclo è del 68%, il più alto dell’UE. Anche il trattamento dei rifiuti è diverso in base ai vari Paesi. In Italia, Spagna e Francia si cerca maggiore valore aggiunto. L’obiettivo delle aziende che già inviano a riciclo i propri scarti è quello di trovare la soluzione più conveniente (abbattendo costi ed emissioni). In Stati come la Slovacchia, si lavora per divergere i rifiuti nelle discariche».

Ci sono differenze da un punto di vista normativo?

«È vero che le legislazioni sono diverse, ma su molti aspetti sono uniformate. Questo è l’aspetto positivo di lavorare in Europa. Qualche differenza c’è sulla classificazione sottoprodotti. In Italia l’interpretazione è più stringente. Molti degli aspetti, comunque sono comparabili. Un approccio molto glocal».

Nell’anno della pandemia la produzione di plastica riciclata post consumo è aumentata del 12% mentre l’utilizzo di prodotti nuovi è cresciuto del 15%. In generale si ricicla di più. La quantità di rifiuti in plastica inviati agli impianti di riciclaggio è aumentata dell’8% e il tasso di riciclaggio è arrivato al 35%. Il dato negativo è che però il 65% dei rifiuti in plastica finisce in discarica o inceneritori…

«Qui si apre un argomento molto ampio. Bisogna sottolineare che le plastiche si distinguono in centinaia di tipologie. Da queste si possono ottenere pneumatici, sedili, paraurti, tapparelle, reti e molto altro. La plastica ha un processo di riciclo molto sviluppato. Cosa che accade molto meno per i rifiuti dell’edilizia».

È anche il materiale più ricercato…

«Sì. Solitamente le aziende che trattano questo materiale hanno intrapreso il percorso di digitalizzazione da più tempo».

Lavorate più con le aziende del Nord o del Sud Italia?

«Molte sono del Settentrione, soprattutto quelle che commerciano plastiche. Poi siamo in contatto anche con imprese del Centro, del Sud e delle isole».

Quale ruolo giocherà l’economia circolare nei prossimi anni?

«Io mi auguro che abbia un ruolo predominante ed è anche quello che penso che avverrà date le strategie della Commissione europea con il Green Deal e il Piano dell’economia circolare. La direzione che si comprende è in linea con un programma politico e degli investimenti che sono stati fatti e che sono programmati per questo decennio. In questo le aziende hanno maggiori opportunità di investire. Due i punti fondamentali nell’ambito degli incentivi alle imprese: viene conosciuta maggiormente questa opportunità ed è una scelta non solo sostenibile ma anche conveniente. Nel momento in cui si abbattono i costi, si ottengono ricavi, si hanno risparmi, lì c’è il vero incentivo. Questo è uno dei motivi per cui penso che l’economia circolare nei prossimi anni avrà un grosso successo». ©

Mario Catalano