• lunedì, 15 Agosto 2022

Pallanuoto: il gap delle sponsorizzazioni affonda le società

Tra le squadre della serie A1 di pallanuoto ci sono divari abissali: di performance, ma anche economici. Si va da squadre come la Pro Recco, che a giugno si è riconfermata per la seconda volta campionessa d’Europa e le cui disponibilità finanziarie sembrano illimitate, a squadre che lottano per la salvezza, con bilanci anche 20 volte più piccoli. Ma quali sono i meccanismi finanziari dietro il successo di società come quella recchese? «Le possibilità sono differenti», dice Fabio Conti, ex nuotatore da argento olimpico e oggi Direttore Tecnico del settore pallanuoto della nazionale. «C’è chi affronta il campionato con due milioni per vincere e chi con 100mila euro per la salvezza. All’interno di questa forbice ci sono una serie di situazioni con possibilità e obiettivi molto diversi. La cosa più importante è che ognuno adegui il suo bilancio al suo target. Questo perché spesso, quando negli anni ci sono stati fallimenti, sono capitati a chi ha voluto fare “il passo più lungo della gamba”». Un’indicazione non sempre rispettata, in un campionato in cui apparentemente di soldi non ne girano molti. Anche se talvolta, da sotto il pelo dell’acqua, affiorano sommersi di dimensioni impensabili.

Quali sono le principali fonti di sostentamento per le squadre che militano nelle serie maggiori?

«Al momento, come tutto lo sport dilettantistico, siamo fortemente legati a sponsorizzazioni private più o meno importanti. Detto ciò, ci sono nei campionati alcune differenze storiche: alcune squadre, come la Polisportiva Lazio o il Circolo Canottieri Posillipo, hanno tradizionalmente alle spalle dei circoli di soci solidi, che provvedono al sostentamento delle attività. In generale, i budget vanno dai livelli della Pro Recco, campionessa d’Italia, che ha un budget che si aggira intorno ai 2 milioni di euro a stagione, a quelli delle squadre di bassa classifica, che chiudono la stagione anche con 150mila euro».

Che tipo di sponsor si interessano al mondo della pallanuoto?

«Questa realtà è estremamente variegata. Si va da chi si occupa di attrezzature per piscine, alle imprese di costruzioni, a quelle energetiche. Il principale comune denominatore è che queste sponsorizzazioni tendono a essere legate al territorio, anche se esistono brand che selezionano i loro partner a livello nazionale».

Elisa Queirolo, attaccante della Nazionale femminile e della Plebiscito Padova
Qual è il volume di scambio del mercato?

«Parlando delle prime squadre, ogni anno non ci sono più di 25 o 30 trasferimenti importanti, includendo anche l’arrivo di stranieri. Stabilirne il valore non è facile, perché nelle federazioni dilettantistiche, come è per la pallanuoto, non esiste ufficialmente la possibilità di vendere un cartellino. Ovviamente a meno di attenersi a parametri federali molto restrittivi, che riguardano a malapena i giocatori presenti in nazionale. Al di fuori di questi parametri, non c’è un valore ufficiale».

Il dominio della Pro Recco ha danneggiato il campionato o ha stimolato le altre squadre a migliorarsi?

«La Pro Recco negli anni ha creato un po’ di squilibri, perché si è trovata in una certa fase a dominare il mercato smantellando la concorrenza. Ma dopo un passo indietro iniziale degli altri, negli ultimi dieci anni si sono strutturate altre realtà importanti, come il Brescia o il Trieste. Questo è avvenuto anche perché la stessa Pro Recco ha, non dico ridimensionato, ma sicuramente ottimizzato la sua gestione finanziaria. Prima avevano praticamente un’intera squadra per il campionato e una per la coppa, con un numero di giocatori impressionante».

Quali sono i premi in palio per chi trionfa?

«A livello di premi in denaro, sia in Italia sia in Europa, si naviga più che altro su cifre simboliche. Quello che si ottiene dipende dagli accordi con gli sponsor. Nel caso della Pro Recco, avendo partecipato anche alla Champions League, che è trasmessa su Sky, ha ottenuto qualche diritto televisivo, ma il premio in sé è come se non ci fosse, a livello federale».

L’avvento del professionismo potrebbe cambiare le cose?

«Per pensare al professionismo bisogna prima avere i giusti finanziamenti economici. Le attività al momento sono in mano a poche persone con una passione viscerale. Nella pallanuoto si vive ancora di sport, più che di numeri. In più, siamo sempre legati al mondo delle piscine, per cui una scuola di pallanuoto al vertice del campionato è l’apice di un percorso che avviene all’interno delle strutture, a partire dalle scuole nuoto, che hanno milioni di praticanti. In un mondo così, non so se saremmo pronti a gestire il professionismo, innanzitutto in termini di investimenti. Poi è chiaro che da una parte porterebbe grandi vantaggi, ma molto dipenderebbe anche dagli spettatori che si riesce ad attirare. Essendo realistici, noi nelle partite casalinghe possiamo portare fino a mille, forse 1500 spettatori, ma solo su pochissimi impianti in Italia. È chiaro che, anche moltiplicando per il prezzo del biglietto, non essendoci diritti televisivi, sarebbe difficile».

Né nella normativa della serie A1 né nelle Norme Organizzative generali dei campionati di pallanuoto della FIN compaiono riferimenti alla retribuzione degli atleti. Lo sport patisce questa deregolamentazione?

«In generale la pallanuoto è legata alla normativa applicata al mondo del nuoto e in generale delle piscine. L’atleta è considerato come un collaboratore sportivo, con una contrattualistica simile a quella di un istruttore di nuoto. Essendo una federazione dilettantistica, non è proprio previsto dallo statuto che noi entriamo nel merito delle retribuzioni. Queste sono definite, in quanto collaborazioni sportive, con una regolamentazione agevolata fino ai 10mila euro e poi tassata progressivamente per fasce».

Risale a non molto tempo fa lo scandalo legato ad alcune grandi squadre che retribuivano gli atleti in nero. Non c’è il rischio che una retribuzione poco regolamentata incentivi in qualche modo il sommerso?

«Chi opta per il sommerso, lo fa a suo rischio e pericolo. Personalmente non capisco perché: nel momento in cui uno ha le disponibilità sufficienti, non vedo perché dovrebbe pagare i giocatori in un’altra maniera, visto che comunque una contrattualistica c’è. Dal mio punto di vista, l’unica ragione valida è quando si ha a che fare con fondi già sommersi, ma allora il discorso è un altro».          ©

Foto di Giorgio Scala/ DBM

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