• martedì, 4 Ottobre 2022

Cambio di passo nelle PMI. Gritti, CEO Tamburi Investment: «Puntiamo sull’etica finanziaria»

Cambio di passo nelle PMI. Non c’è spazio per l’indecisione nel settore investimenti. Né tantomeno per una visione pessimistica. Nonostante il momento storico cruciale, caratterizzato da un riallineamento geopolitico, da un’inflazione elevata, da mercati finanziari volatili e dalla fine di un periodo di 40 anni di tassi di interesse in calo, c’è chi guarda al futuro con ottimismo. 

«A dispetto di quello che sta succedendo, le previsioni per il 2022 restano comunque molto buone, dopo oltretutto un 2021 straordinario», dice Alessandra Gritti, cofondatrice e CEO di Tamburi Investment, la maggiore società  privata di investimento italiana con un portafoglio di 5 miliardi di euro.

«Subito dopo il Covid-19, il mondo non si attendeva un aumento della domanda così importante e l’intervento delle Banche Centrali, per ora, è stato un intervento che non avrà grandi effetti, perché l’utilizzo dei tassi non è una modalità per combattere questo tipo d’inflazione. Ma devo dire che, con grande lungimiranza, almeno per quanto riguarda le aziende che abbiamo in portafoglio, tutte avevano presagito cosa sarebbe potuto succedere e quindi si sono strutturate per affrontare anche questa fase».

Che cosa serve all’Italia per tornare a crescere davvero?

«Smettere di essere individualisti. Noi non abbiamo il senso della collettività e la voglia di riportare un Paese in serie A. Noi manchiamo di un senso di team e di squadra e per questo altri Paesi europei vanno molto più forte di noi. Ma se questo fosse anche abbinato alla grandissima capacità delle aziende di essere resilienti, saremo vincitori su tutta la linea».

È probabile che ci si avvii verso una fase di recessione?

«Sì, ma lo è anche che tale periodo duri molto poco. Farei due considerazioni di fondo: innanzitutto, il mondo dovrà ragionare pensando che l’incremento dei costi resterà e dovrà essere considerato un effetto più strutturale del previsto. È inimmaginabile che i costi delle varie materie prime, dell’energia, della logistica, dei servizi, a questo punto possano subire una forte contrazione. È chiaro, però, che in tale situazione, l’argomento che si deve portare al tavolo riguarda gli aspetti sociali. Perché dovremo, cioè, toccare un tema che da tempo non toccavamo e che riguarda la forza lavoro». 

Stiamo parlando di salari non consoni? 

«Ma certo. Non possiamo immaginare che alcuni livelli attuali di salari in Europa possano essere sufficienti a garantire un livello di sopravvivenza adeguato per il ceto medio. È impensabile che coloro che devono mantenere una famiglia, possano portare a casa lo stesso stipendio di sempre. Con il rincaro dei prezzi non si può garantire loro un tenore di vita accettabile. Questo è un tema fondamentale da discutere e deve prevedere anche un’attenzione molto più ampia sul dialogo tra le parti sociali. Specialmente in ambito aziendale, per far sì che vengano introdotti meccanismi di incentivazione e meritocrazia, al fine di evitare, per esempio incrementi indiscriminati di stipendi a pioggia, in una misura che non corrisponde al valore generato». 

Ma le aziende sono pronte al cambiamento in questo senso?

«Faccio un passo indietro nel discorso. Ciò che è risultato evidente è che la resilienza del nostro Paese è stata tale anche per le minori dimensioni delle aziende in generale. Escludendo Eni, Enel e altre aziende medio grandi che in ogni caso, rispetto alle grandi aziende europee, hanno comunque dimensioni inferiori, il nostro tessuto produttivo è molto più snello rispetto alle pari aziende sia europee che americane. E aver operato con dimensioni più piccole ha permesso di non dover sopportare forti tensioni, ma di essere più efficienti, grazie anche all’acquisto più contenuto delle materie prime. È per questo che ce l’hanno fatta, perché si è riusciti comunque a soddisfare la domanda. Detto questo, ciò non toglie che non potremo andare avanti così, perché non tutte le aziende, soprattutto quelle che non hanno una leadership forte, saranno in grado di scaricare in qualche modo gli incrementi dei costi che, oltretutto, ormai riguardano tutti gli aspetti del conto economico. Per questo,  ci avvieremo verso una stagione di grandi aggregazione». 

Quali sono le peculiarità che servono per diventare una società appettibile e su cui investire? 

«Il criterio fondamentale è un team molto smart in una posizione di leadership. Se parlo di Tamburi Investment Partners, a differenza di altri noi abbiamo  scelto di escludere solo dei settori in cui non potremmo intervenire in maniera importante, come quello, per esempio, del business regolato (bancari, assicurativi, utilities). In tutto il resto, quindi nei segmenti industriali o consumer, ormai vantiamo delle competenze che ci permettono di poter ragionare a 360°.  Ciò che fa veramente la differenza è che l’azienda sia pronta ad aprirsi al team. Ovvero, quello che un tempo era l’imprenditore, oggi, deve essere necessariamente il ”gruppo”».

Intende dire che un unico uomo al potere, oggi, non porta più molto lontano?

«Voglio dire che, al fine del successo di un’impresa, è indispensabile l’imprenditore illuminato che, nell’ambito del business familiare,  si sia circondato di persone competenti. Una società di investimento deve essere assolutamente sicura di avere rapporti con qualcuno che sia sempre in grado di traghettare un’azienda in un processo di sviluppo serio, senza cedimenti “affettivi”. E, infatti, ciò che identifica profondamente le nostre aziende in portafoglio, è proprio la leadership. Non penso che avremmo avuto gli stessi risultati intervenendo su aziende che non sono leader».

Che cosa offre in più a un’azienda il quotarsi in Borsa e perché le PMI sono sempre piuttosto restie a farlo? 

«Il pregiudizio è in parte legato a un fatto culturale. Andare in quotazione vuol dire avere un dialogo con gli stakeholders a 360° e molte famiglie non lo vogliono avere, perché preferiscono ragionare in un ambito più ristretto. Inoltre, buona parte di queste aziende non hanno ancora CEO esterni, o comunque persone di vertice esterni all’azienda, perché per loro è più importante proteggere ciò per cui hanno lavorato una vita, piuttosto che vederlo crescere. Ma il tema della protezione è di nuovo un tema culturale». 

È vero, però, che la storia familiare di un’azienda, il nome legato a un concetto di qualità, ha un valore importante?

«Assolutamente. La storicità e l’appartenenza, sono elementi distintivi che contribuiscono in maniera significativa al successo delle aziende a matrice familiare. È necessario, però, un equilibrio: che significa l’inserimento di manager esterni che siano in grado di dialogare con la famiglia maniera corretta. Questo discorso per dire che se l’impresa familiare non ha una  cultura di condivisione, è pericoloso andare in quotazione, perché questa prevede un rapporto costante con il mercato e un atteggiamento di estrema apertura. Inoltre, andare in quotazione prevede anche tutta una serie di regole e di aspetti formali che spesso non si adattano alle caratteristiche degli imprenditori che temono di mettersi nelle mani di terzi che potrebbero portare via loro l’azienda. Insomma, sul retaggio culturale c’è ancora da lavorare tanto». 

Secondo lei, le nuove generazioni digitali e tecnologiche sono diverse come mentalità da quelle che le precedono e cosa ci vede di buono e di meno buono? 

«Nei giovani vedo di molto buono, un diverso attaccamento all’azienda, rispetto a quello dei padri e dei nonni. C’è un distacco che fa dire loro: «devo fare bene, deve farla crescere, ma non rifiuto la modernità e l’evoluzione. Nei giovani c’è un’apertura mentale molto importante e questo è un elemento forte. Inoltre, buona parte di questi ragazzi, ha studiato all’estero, maturando competenze che li fa ragionare in un’ottica di crescita dell’impresa, piuttosto che di controllo. Hanno strumenti incredibili oggi e, infatti, si cimentano molto in iniziative proprie,  tentano di “startuppare”».

A proposito di start-up, in Italia ci sono delle realtà interessanti e voi supportate lo sviluppo di realtà innovative?

«Sì ci sono realtà interessanti, anche se chiaramente il nostro mercato, rispetto a quello anglosassone, è molto più ridotto. Negli ultimi anni molti giovani si sono dedicati a esperienze internazionali da utilizzare  poi per scommettere sul loro futuro. Hanno però anche però che cimentarsi in Paesi stranieri è molto complicato. Ecco, se i talenti che abbiamo mandato all’estero tornassero in Italia e si cimentassero qui, potrebbero davvero nascere grandi successi». 

Nelle vostre decisioni d’investimento, e in generale, quale peso ha la propensione al business sostenibile?

«Ormai totale. La sostenibilità è fondamentale per le nostre aziende in portafoglio. Tutta la serie di aspetti che riguarda la sostenibilità, soprattutto nella nostra filosofia d’investimento, sono sempre stati presenti. E se, oggi, il mercato americano, ha detto alle aziende, fateci vedere utili e poi riparliamo di sostenibilità, mi sembra  che l’Europa si sia comportata in maniera più ferrea». 

Secondo lei può esistere una finanza più etica?

«Deve esistere, soprattutto in questo “nuovo” mondo in cui, dovremo affrontare scossoni non indifferenti. Basti guardare ciò che è successo: il Covid, una guerra, la natura che si ribella. Necessariamente dovremmo tornare a parlare di etica. In questo senso, torno a dire che le aziende familiari hanno una chance in più delle aziende che appartengono solo ai manager, perché hanno una storia e una tradizione».  

Nel campo della finanza le donne hanno aumentato il loro peso, però il divario di genere resta

«Mi sposterei su un’asse un po’ più oggettivo, che è quello delle società quotate. Onestamente, con l’attuale legge abbiamo ottenuto una rappresentanza nei board delle società quotate che è del 40%. Mi sembra che, per un Paese che si è mosso tra gli ultimi, il risultato sia incredibile. Ora, però dobbiamo mantenere tale percentuale ed è quindi necessario trovare e allevare delle professionalità. Sono del parere che per farlo, manchi un tassello importante. Secondo me adesso il tiro si deve spostare a fare in modo che il tema del genere sia vissuto come un aspetto di eguaglianza fin dal primo giorno. È una battaglia che dobbiamo fare e per la quale gli strumenti ci sono. La certificazione delle aziende virtuose in questo senso, per esempio, è uno strumento importante che se non diventa solo d’immagine, può portare notevoli vantaggi. Rispetto a qualche anno fa è stato fatto tanto. Adesso con questi strumenti dobbiamo essere ancora più bravi a far in modo che venga eliminato il concetto del “panda protetto”». 

Quanto è importante l’educazione finanziaria?

«Importantissima. Ma l’educazione non è solo finanziaria. Avere un certo tipo cultura, un certo tipo di apertura mentale che ti deriva sostanzialmente da quello che dalla scuola al liceo fino all’università dovresti aver imparato, è fondamentale. Quando dico che i giovani d’oggi sono fortunati, lo dico per gli strumenti che hanno a disposizione. Infatti, pur essendo più sfortunati per il periodo che devono attraversare, hanno però degli mezzi molto più sofisticati dei nostri. Per cui l’abbinata di bonus studio, cultura, apertura mentale li può mettere in condizione di fare molto bene e, soprattutto, di accelerare delle tappe che per noi erano più fisse e lunghe. Oggi se sei bravo, a 30 anni hai già fatto cose importanti».                                      

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Simona Sirianni

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