• venerdì, 2 Dicembre 2022

Ecco perché colmare il Gender Pay Gap fa bene anche all’economia

Gender

Raggiungere lo stesso tasso di occupazione tra uomini e donne genererebbe un impatto economico di ben 11.200 miliardi di dollari. Un dato che evidenzia quanto sia necessario intervenire rapidamente. Soprattutto in Italia, dove il divario è tra i più ampi: circa il 20% in più per gli uomini rispetto a una media europea del 14%. Un fenomeno che pur raggiungendo tutte le categorie, colpisce particolarmente le lavoratrici autonome. «Se ci fossero parametri per i compensi equi ritengo che ci sarebbero meno discriminazioni», dice Anna Rita Fioroni, Presidente nazionale di Confcommercio professioni. «E aggiungo che in un contesto generale di arretramento dei redditi per larga parte delle professioni, occorre puntare anche sulla valorizzazione della qualità del servizio e sulla riconoscibilità delle competenze acquisite». Il fenomeno del divario retributivo di genere presenta dinamiche ambigue e aumenta con il progredire dell’età anagrafica: fino ai trent’anni la forbice, rispetto ai colleghi maschi, è di circa 1.900 euro annui, di 17mila euro tra i 40 e i 50 anni, di oltre 22mila euro tra i 50 e i 60 anni.

In che modo bisogna intervenire?

«Occorre dare seguito al principio dell’equo compenso per tutti i professionisti, che va rafforzato con riferimento all’ambito di applicazione, soprattutto nei confronti della Pubblica Amministrazione. È necessario individuare dei parametri specifici anche per i professionisti non organizzati in ordini o collegi. A tale scopo sarà importante valorizzare la funzione delle associazioni di rappresentanza e la loro reale capacità rappresentativa, come imprescindibili strumenti per i professionisti per dare riconoscibilità nel mercato anche alle prestazioni qualificate che essi rendono».

Le risorse stanziate dal PNRR quanto sono determinanti per superare il Gender Gap?

«Il PNRR fornisce una chiave di lettura importante perché tra le priorità trasversali è stata inserita la parità di genere, che significa garantire stesse opportunità economiche e sociali tra uomini e donne. Tra le misure di inclusione e coesione, il Fondo impresa femminile è stato esteso anche alle lavoratrici autonome in possesso della partita IVA aperta da meno di 12 mesi alla data di presentazione della domanda di agevolazione. Sono, quindi, ricomprese le professioniste iscritte agli ordini professionali e quelle esercenti una delle professioni non organizzate in ordini o collegi ai sensi della legge 4/2013. Un bel risultato, ma sarà importante rifinanziare la misura. Occorre, inoltre, includere i lavoratori autonomi in ogni azione di sostegno alla genitorialità (interventi in tema di maternità, asili nido, dopo-scuola, baby-sitting) con la promozione di misure di welfare per la conciliazione vita-lavoro».

Nove autonomi su dieci (89,9%) lamentano la presenza di notevoli difficoltà nello svolgimento del proprio lavoro: una condizione che risulta peggiore solo in Grecia (92,3%). Quanto bisogna investire per agevolare il lavoro autonomo in Italia?

«Ormai la libera scelta del proprio lavoro, in effetti, non è più così libera per il lavoro autonomo professionale. È necessario investire di più attraverso politiche che assicurino le indispensabili tutele insieme a interventi che ne favoriscano la competitività e la crescita. Sarebbe più semplice se al centro di ogni scelta di politica settoriale si mettesse un’idea di lavoro attenta alla persona, dando risalto a due concetti chiave: formazione e competenze. Vanno, inoltre, promossi servizi e strumenti orientati verso il professionista. Bisogna in primo luogo guardare alle opportunità derivanti dal welfare complementare per i lavoratori professionisti che versano contributi alla Gestione separata INPS, ma che potrebbero essere titolari di pensioni non adeguate; fondamentale è, dunque, l’integrazione dei trattamenti pensionistici di I pilastro».

In che modo?

«Al riguardo, novità recente arriva da Confcommercio che ha scelto di destinare ai lavoratori autonomi e liberi professionisti una forma pensionistica di natura collettiva e di derivazione contrattuale – già istituita per i lavoratori dipendenti del Terziario, Fondo Fon.Te.- rispondendo, in tal modo, alle esigenze previdenziali dell’intera platea dei soggetti rappresentati. Grazie all’ampliamento della platea degli aderenti a Fon.Te., si sfruttano, inoltre, le economie di scala già raggiunte e si creano nuove potenziali sinergie, possibili anche in forza dello stimolo reciproco delle adesioni tra imprenditori e lavoratori iscritti al medesimo fondo pensione. Vantaggiosa, poi, la deducibilità dei contributi versati alla previdenza complementare; un’agevolazione fiscale che, tuttavia, dovrebbe essere estesa anche ai contributi versati dai lavoratori autonomi alle forme di sanità integrativa, e non soltanto ai fondi interamente integrativi del Servizio Sanitario Nazionale».

Il regime fiscale di vantaggio secondo lei andrebbe mantenuto?

«Sì, però bisogna trovare soluzioni per incoraggiare la crescita dei professionisti e dovrebbe essere ipotizzato uno specifico intervento in favore dei costi della formazione che sono il vero investimento delle professioni. Positivo che con la legge di bilancio abbiamo avuto il superamento dell’IRAP per i lavoratori autonomi professionali e attendiamo ora il definitivo superamento promesso per tutti.

Servono azioni sui codici ATECO?

«Occorre una riforma, al fine di garantire che ogni professionista abbia un codice realmente corrispondente all’attività in concreto svolta. In questa fase di incertezza dovuta al succedersi delle crisi da pandemia e poi legate ai costi energetici è indispensabile prevedere ulteriori moratorie dei versamenti fiscali con rateizzazioni straordinarie dei debiti accumulati per far assolvere i debiti con il Fisco in ragione delle condizioni di ognuno».

Cosa ne pensa dell’ISCRO (Indennità Straordinaria di Continuità Reddituale e Operativa)?

«Un notevole passo in avanti anche se solo in via sperimentale, ma occorre un suo monitoraggio per puntare alla riduzione dell’aliquota di contribuzione aggiuntiva per l’annualità 2023. Inoltre, nel momento in cui questo ammortizzatore sociale sarà reso strutturale, va ampliata la platea dei destinatari. Come associazioni di rappresentanza delle professioni vorremmo essere coinvolte a tutti i livelli, nazionale e regionale, nella definizione dei percorsi di formazione per la parte dell’ISCRO relativa alla riqualificazione professionale».

In testa alle difficoltà degli italiani spicca il carico burocratico (il 25,8% degli autonomi contro il 13,1% della media europea). Dove bisogna intervenire?

«Questo è un altro tema attualissimo, sicuramente legato alle difficoltà di una legislazione confusa, dovuta a una proliferazione di norme a diversi livelli che si sovrappongono e creano incertezze per chi opera tutti i giorni nei rapporti con una PA, che fatica ad innovarsi. Spesso anche la digitalizzazione si è trasformata per la PA in nuovi adempimenti a carico dei professionisti che ne hanno appesantito il lavoro anziché, al contrario, alleggerirlo. I professionisti possono fare la differenza, ma devono essere ascoltati e coinvolti nelle scelte di semplificazione. In questo senso, la procedura di iscrizione al portale del reclutamento per la PA, a cui possono ora accedere anche i professionisti, compresi i professionisti di nuova generazione (per intenderci i non ordinistici), in modo da dare competenze fondamentali alla pubbliche amministrazioni e non solo nell’attuazione del PNRR, rappresenta un importante passo. Una nota stonata, che voglio evidenziare, è presente nell’ultima Legge di Bilancio, in cui è stata riconosciuta la possibilità di sospendere la decorrenza di termini relativi ad adempimenti a carico del professionista in via generale in caso di malattia e infortunio, ma non per tutti i professionisti, essendo esclusi i professionisti dalla Legge 4/2013».

Quanto saranno determinanti le tecnologie 4.0 nello sviluppo delle libere professioni?

«Innanzitutto, dobbiamo guardare al progresso tecnologico come opportunità, se colta nel giusto modo ed indirizzata anche per la crescita professionale. Per questo i lavoratori autonomi professionali devono avere gli strumenti più idonei per sfruttare le possibilità della tecnologia e del digitale. Mancano in tal senso adeguate politiche di incentivazione come, ad esempio, un credito d’imposta per le spese in beni strumentali che hanno determinati requisiti tecnologici necessari per innalzare il livello digitale dei servizi e sarebbe opportuna l’estensione ai professionisti del credito d’imposta per la formazione 4.0. Un primo segnale di attenzione in questo ambito c’è stato attraverso l’estensione del voucher per la connettività ai professionisti, anche quelli non ordinistici, presenti su tutto il territorio nazionale. Si tratta sicuramente di un primo segnale di attenzione verso la transizione 4.0 per le professioni e ci auguriamo ne arrivino altri per le singole specialità: penso ai professionisti del digitale, ai designer, ai manager dell’innovazione, agli esperti ambientali e per la sicurezza sul lavoro, fino ai formatori e ai content creator. Sotto un altro punto di vista, grazie alla rivoluzione digitale, importanti realtà economiche possono creare nuove tipologie di servizio, costruendo nuovi modelli di business».

Quali?

«Ad esempio, quello cosiddetto “a piattaforma”. Vanno interpretati questi cambiamenti alla ricerca del giusto equilibrio, da un lato per migliorare le proprie attività e dall’altro per contenere gli effetti della disintermediazione che avviene con il digitale, che può minare le basi del rapporto di fiducia tra cliente e professionista». ©

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