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  • giovedì, 2 Febbraio 2023

Mondiali Qatar 2022: successo o sport-washing?

DiMatteo Runchi

1 Dicembre 2022
Mondiali

I Mondiali del Qatar 2022 sono un investimento senza precedenti da parte di un regime che sistematicamente si macchia di violazioni dei diritti umani, ma che da anni prova a fare dello sport la propria maschera di bellezza. L’obiettivo degli emiri che tanto hanno spinto per portare questa gara in mezzo al deserto è duplice. Il primo e più importante è quello pubblicitario: dare da una parte l’idea di un Qatar moderno, all’avanguardia e perfettamente integrato in uno dei fenomeni culturali più significativi per l’Europa, il calcio. Dall’altra dimostrare che è possibile concludere una Coppa del Mondo con i conti in pari, se non addirittura guadagnando qualcosa, e senza pesare sull’ambiente.

Organizzare un Mondiale di calcio significa prima di tutto dotarsi delle infrastrutture necessarie a gestire la manifestazione. Alloggi, strade, trasporto pubblico e soprattutto gli stadi. Quanto un Mondiale costerà dipende molto dalla preesistenza di queste infrastrutture e, di conseguenza, dalle dimensioni che i lavori per aggiornarle o costruirle assumeranno. I capitali da spendere non sono però solo finanziari, ma anche politici. La FIFA è un’organizzazione che si basa su equilibri delicati e spingere troppo per un Mondiale può peggiorare i rapporti dello Stato organizzatore e della sua Federazione con il resto del mondo del calcio.

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Qatar 2022, stadi e infrastrutture: quanto costa organizzare un mondiale?

Date queste premesse, nel quadro delle spese per organizzare la ventiduesima Coppa del Mondo di Calcio il Qatar che situazione presenta? Partiamo dalle infrastrutture:  il settore delle costruzioni è stato la principale spinta alla crescita del Paese arabo in passato, assieme ovviamente a quello energetico. Alcune quindi erano già presenti, ma è chiaro che per sostenere una grande manifestazione e il milione e mezzo di tifosi previsti, hanno richiesto alcuni interventi. Lo sforzo meno scontato è stato quello della metropolitana di Doha. I treni del servizio pubblico servono buona parte degli stadi in cui si svolgerà l’evento, anche se non tutti. Il costo stimato delle tre linee terminate già nel 2019, dopo due anni di lavori, è di 36 miliardi di dollari. 

Importanti interventi, nonostante lo sviluppo urbano senza precedenti degli ultimi decenni, hanno dovuto subire le strutture ricettive del piccolo Paese per nulla pronte a ospitare tutti i visitatori previsti. Così sono sorti decine di alberghi, con servizi annessi e due opere edilizie straordinarie, in linea con lo stile mediorientale del terzo millennio. La prima è The Perl, un complesso residenziale a 10 chilometri dal centro di Doha, con alloggi che variano dagli hotel alle isole private. La seconda è Lusail City, nata attorno allo stadio in cui si svolgerà la finale del 12 dicembre. Un progetto rivoluzionario ed ecosostenibile ma che rischiava di non essere completato in tempo. 

Infine, una parte sostanziale degli investimenti per i Mondiali del 2022 è andata negli spettacolari stadi. Dall’imponente Lusail Stadium, che ospiterà la finale, fino allo Stadium 974, decorato con container riciclati ad evocare l’anima commerciale del Qatar, quasi tutte queste opere sono sorte dal nulla. Il campionato qatariota non ha un’attrattiva enorme e gli stadi delle società che vi partecipano riflettono la sua dimensione. Si va da una capienza di 25.000 posti del più grande agli appena 5.000 del più piccolo. Sono numeri paragonabili agli stadi di Serie C in Italia. Questi impianti non sarebbero mai stati adeguati a ospitare una Coppa del Mondo, da qui la necessità di crearne di nuovi, tutti da almeno 40.000 posti, moderni e climatizzati per contrastare il caldo torrido che, anche a novembre, attanaglia il Golfo Persico. 

Proprio attorno al costo ambientale del Mondiale si stanno addensando diverse ipotesi. Uno degli obiettivi principali espresso dal Qatar nell’organizzazione di questo evento è la carbon neutrality. Secondo le stime degli organizzatori, l’impatto in termini di CO2 equivalente emessa sarà di 3,6 milioni di tonnellate, più delle 2,1 milioni di tonnellate emesse per la Coppa del mondo del 2018 in Russia. Queste stime sono già state criticate da Greenpeace. Per dare un termine di paragone, si tratta di più CO2 di quanta ne emettano piccoli Stati come l’Islanda o l’Albania in un anno; il 5,7% delle emissioni annuali del Qatar stesso.

I costi sociali e mediatici

Ma oltre ai costi economici e a quelli ambientali, il Qatar ha dovuto affrontare anche dei costi sociali e mediatici. L’esposizione dell’evento ha puntato i riflettori sui molti problemi della monarchia qatariota, su tutti gli standard di sicurezza e di diritti dei lavoratori impegnati nella costruzione delle infrastrutture. Molte associazioni per i diritti umani hanno denunciato il trattamento degli operai ancora prima dell’inizio della kermesse e alcune Nazionali di calcio, come la Danimarca, hanno annunciato proteste silenziose a riguardo. Anche l’afflusso di turisti è un problema dal punto di vista dell’immagine che lo Stato del golfo vuole dare di sé all’estero. Un milione e mezzo di tifosi, quasi tutti occidentali, che si scontrano con un Paese con leggi e tradizioni molto diverse, che ha dovuto promettere di non perseguire l’omosessualità per l’occasione, fermo restando l’obbligo di non mostrarla in pubblico. 

Infine, è il mondo del calcio ad avere un problema con questi Mondiali. Tra i costi mediatici che il Qatar deve mettere in conto, c’à anche quello di aver lasciato una pessima immagine di sé tra i tifosi. Le critiche sono cominciate fin dall’assegnazione dell’evento, ma sono proseguite man mano che i dettagli sulla manifestazione emergevano. Dovendosi giocare tra novembre e dicembre, per ragioni climatiche, la Coppa del Mondo in Qatar ha interrotto campionati e coppe internazionali, e causato una stagione di calcio anomala e asimmetrica. I Mondiali inoltre sono eventi molto stressanti per il fisico dei giocatori, con molte partite consecutive e alta probabilità di infortuni.

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Mondiali in attivo: pubblicità a costo zero?

Messi in ordine gli ingenti costi dell’organizzazione della Coppa del Mondo, gli obiettivi del Qatar sembrano tre: parità dei conti, neutralità ambientale e guadagno mediatico. Un’enorme pubblicità a costo zero, che aumenti esponenzialmente il turismo, allontanando il Paese dall’immagine che l’Occidente ne ha di semplice Stato produttore di idrocarburi. Il dato più complesso da elaborare è quello dei conti economici, paradossalmente quello con i numeri più certi. Quantificare le spese sembra già un’impresa: gli iniziali 300 miliardi di dollari sono scesi a 220, per poi arrivare all’unica cifra ufficiale mai resa pubblica, 200 miliardi di dollari. 

Se queste cifre fossero corrette, dal 2010, quando il Mondiale gli fu assegnato, il Qatar avrebbe speso il 10% circa del proprio PIL nell’organizzazione di questo evento. Improbabile immaginare che nel prossimo decennio gli effetti della manifestazione calcistica spingano il PIL qatariota a una crescita a due cifre. Per il 2023, le stime parlano di un +3,7%. Anche i visitatori non coprono che una piccola parte del mastodontico investimento. Sembra quindi complesso che il Mondiale in Qatar si ripaghi da solo, come promesso. L’obiettivo è sicuramente ambizioso, ma forse troppo. Eventi di questo tipo generano altri tipi di vantaggi oltre a quelli economici, su cui il Qatar dovrà capitalizzare. Questo anche alla luce del fatto che buona parte delle infrastrutture, dagli stadi ai complessi ricettivi, non troveranno un utilizzo a breve termine. Al contrario, alcuni dei centri sportivi saranno addirittura smantellati finita la manifestazione.

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La questione della carbon neutrality

C’è poi, come già accennato, da considerare l’impatto ambientale. Alcune associazioni ambientaliste hanno accusato l’organizzazione di aver sottostimato le emissioni di anidride carbonica dovute alla costruzione degli stadi di un fattore di otto. Dalle 200.000 tonnellate dichiarate dalle fonti ufficiali, si passerebbe quindi a 1,6 milioni. Il bilanciamento delle emissioni prodotte dovrebbe essere raggiunto tramite il pagamento di carbon credits e dall’implementazione di misure ambientaliste in Qatar. I numeri ufficiali non saranno disponibili a breve, ma le premesse non sembrano positive. E questa è solo la parte calcolabile dell’impatto ambientale del torneo. Non è possibile infatti stimare quale sia stato l’impatto dei complessi di Lusail e di Doha sulle zone circostanti.

Anche se la parità dei conti e la neutralità ambientale sono obiettivi ambiziosi, a prescindere dai risultati apprezzabili, il vero fine di ospitare una grande manifestazione sportiva è l’esposizione mediatica. Questa, pur non essendo quantificabile in freddi numeri come i benefici economici, sarà molto chiara dalla narrativa che i media e i tifosi di calcio, soprattutto occidentali, costruiranno attorno al Mondiale in Qatar. La vera sfida è tra le critiche occidentali e lo splendore degli edifici di Doha. Se l’esperienza dei tifosi sarà positiva e l’immagine proiettata all’estero abbastanza grandiosa, allora non sarà difficile dimenticare eventuali rossi di bilancio, o qualche tonnellata di CO2. 

Ma la scommessa è rischiosa. Anche la più piccola crepa nella macchina della Coppa del Mondo può aprire un baratro verso tutti i difetti che questo torneo nasconde. Il Mondiale è un’occasione quanto un rischio, come già dimostrato da altri eventi simili, dalle Olimpiadi di Atene a quelle invernali di Sochi. Spesso uscire da queste manifestazioni con la reputazione intatta è già un risultato. Il Qatar punta in alto, ma il pericolo di una caduta è per questa ragione estremo.

Matteo Runchi

Attento alle tendenze e profondo conoscitore della stampa estera, è laureato in Storia del giornalismo all’Università degli Studi di Milano. Dinamico, appassionato e osservatore acuto, per il Bollettino si occupa principalmente del mondo dello sport legato a quello finanziario e del settore dei videogiochi, oltre che delle novità del comparto tecnologico e di quello dell’energia.

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