giovedì, 23 Maggio 2024
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Calcio europeo nel mirino dei fondi di investimento. Le vecchie proprietà familiari, spesso profondamente legate alla città di origine della squadra, sono state sostituite in molti casi da realtà distanti dal territorio. Anche se alcune vecchie gestioni restano e riescono a essere vincenti – in Italia abbiamo l’esempio della Juventus – è chiaro che a emergere a livello europeo sono soprattutto i club che hanno una grande disponibilità di fondi, con un’interpretazione nuova del calcio.

«La ragione principale per cui ci sono così tanti soldi è che c’è molto denaro a disposizione dei mercati finanziari», dice Andrea Goldstein, economista OCSE. Ma a fianco delle operazioni clamorose  degli sceicchi, Manchester City e PSG su tutti, ci sono anche altri interventi. Sono più oculati e meno noti al pubblico, portati avanti da società, holding o fondi di investimento nord americani. Caratterizzati da spese mirate, limitazione degli sprechi e valorizzazione del brand, queste operazioni tentano di avere un altro tipo di successo: non solo sportivo, ma anche economico.

All’apparenza, questo sport non è un buon investimento. Rendere una squadra profittevole è complicato, e ad alti livelli diventa difficile rimanere competitivi senza massicci investimenti, nelle infrastrutture ma soprattutto nei cartellini e negli stipendi dei giocatori. Eppure questo non sembra aver fermato l’afflusso di capitali, anzi. Negli ultimi quattro anni è andato a buon fine oltre il 60% delle 46 operazioni che hanno portato club del Vecchio Continente a finire in mano a proprietari d’Oltreoceano.

«Nonostante l’aumento dei tassi di interesse deciso dalle banche centrali sia negli Stati Uniti sia in Europa per frenare l’inflazione, le Borse continuano ad avere performance eccellenti. Nel caso specifico dell’America, il Nasdaq ha fatto registrare nei primi sei mesi dell’anno una crescita complessiva del valore delle società quotate di quasi il 40%, raggiungendo picchi da record storico. Questo spinge gli investitori a sondare anche mercati e settori che in precedenza non avevano considerato, e il calcio europeo è il soggetto perfetto per queste operazioni. La ragione per cui questi soldi, che possiamo chiamare in eccesso, finiscono a finanziare i club di Serie A, Premier League e degli altri campionati è che il mondo del calcio viene percepito come un settore con amplissimi margini di miglioramento in fatto di efficienza».

Andrea Goldstein

In questo si distinguono i fondi di private equity

«Sì, appunto, perché, che sia una società sportiva o qualsiasi altra attività, il loro obiettivo rimane quello di razionalizzare le risorse per aumentare il più possibile i profitti. Gli statunitensi basano il loro approccio attorno alla promozione, una loro caratteristica peculiare. Rafforzare il brand in cui investono è parte fondamentale dell’operato, una base da cui partire per poter pensare di fare profitto. In secondo luogo, tendono a investire in più di una società calcistica contemporaneamente.

Lo si vede in moltissime iniziative, tra cui lo stesso fondo RedBird, che oltre al Milan possiede anche la squadra francese del Tolosa. Una situazione genera vantaggi, ad esempio la possibilità di scambiare più facilmente giocatori all’interno del sistema che si viene a creare, ma può anche generare imbarazzi, specialmente se si parla di due o più club europei. Milan e Tolosa ad esempio parteciperanno entrambi a competizioni UEFA. Per il momento la possibilità che i due club si incrocino è minima, dato che i rossoneri sono in Champions League, mentre i francesi in Europa League, ma esiste».

La Premier League

L’Inghilterra è sicuramente la meta preferita degli americani, tanto per le affinità culturali quanto soprattutto per l’importanza centrale della Premier League nel calcio europeo. In questo campionato  già esistono diversi club interamente in mano a fondi di investimento o società statunitensi. A partire dall’Arsenal, che nell’ultima stagione ha lanciato le proprie ambizioni al titolo, sfuggito di mano solo nella seconda parte dell’anno, passando per il Chelsea, il Crystal Palace, il Liverpool e, almeno per ora, il Manchester United. Esistono poi alcune società a partecipazione americana, ma senza un controllo completo. È il caso dell’Aston Villa, del Fulham, del Leeds ora retrocesso in Championship e anche dei campioni del Manchester City.

Anche se il passaggio di proprietà sembra il prossimo passo, l’operato della famiglia Glazer al Manchester United è forse l’esempio più cristallino di investimenti americani ben riusciti nel calcio. Da quando i Red Devils sono passati sotto il loro controllo nel 2005, il fatturato della società è quasi triplicato. È passato da 243 milioni di euro a 711 milioni prima della pandemia da Covid-19. Una crescita che, paradossalmente, ha fatto registrare i cambiamenti più rapidi mentre la squadra usciva da una gestione sportiva leggendaria, quella di Sir Alex Ferguson, per entrare in un periodo di magra dal punto di vista dei titoli sul campo. Ma proprio la lunga serie di stagioni senza vittorie del Manchester United dimostra come il modello di sostenibilità economica che i gli investitori statunitensi propongono prescinda da quasi ogni performance sportiva.

Perché i fondi di investimento, volti al profitto per natura, scelgono il mondo del calcio, che invece è propenso a grandi perdite?

«Il calcio è considerato  un business in perdita perché così è stato interpretato da chi ci ha investito per buona parte della sua storia. Il club era uno status symbol, o un mezzo per altri fini che non erano il profitto. Spesso sono stati usati per creare sinergie altrove: è il caso ad esempio dei costruttori e degli imprenditori edili. Le squadre di calcio venivano acquistate per creare consenso politico. Semplicemente, il profitto non era il fine ultimo di queste proprietà.

Questa è una realtà che abbiamo vissuto per anni in Italia e che ha portato a grandi investimenti a perdere, ma di conseguenza anche a un sistema non sostenibile dal punto di vista economico. Ma questo è anche il motivo per cui oggi, chi vuole investire nel calcio, percepisce in esso grossi margini di miglioramento nella produttività. Spesso le squadre sono gestite ancora in maniera molto poco efficiente, con spese non necessarie se si pensa in maniera orientata al profitto».

I soldi USA nel calcio Italiano

Il nostro Paese è recentemente diventato una meta piuttosto ambita per fondi di investimento e holding americane. La crisi della Serie A seguita ai trionfi dei primi anni 2000 ha aperto la strada a molti investitori esteri, che hanno sostituito le tradizionali proprietà familiari. Uno dei primi esempi è stata la proprietà Pallotta alla Roma. La società è ancora oggi in mano americana, della famiglia Friedkin, proprietaria del principale distributore di veicoli Toyota negli USA. Da quando sono arrivati, i giallorossi hanno vinto una coppa europea, la Conference League del 2022, e hanno raggiunto in questa stagione la finale di Europa League.

Dal punto di vista finanziario, la Romulus and Remus Investments LLC, proprietaria del club e controllata da Thomas Dan Friedkin, nel 2022 ha proceduto al delisting. Ha investito nell’operazione circa 30 milioni di euro, a fronte di un risparmio sui costi di quotazione di circa 3 milioni all’anno. Un’altra proprietà americana di alto profilo in Serie A è quella di Rocco Commisso alla Fiorentina. L’imprenditore televisivo proprietario di Mediacom è appassionato di calcio, tanto da aver acquistato anche i New York Cosmos, che militano in seconda divisione negli USA. Altra acquisizione importante è stata quella del Genoa da parte della holding 777 Partners. Possiede anche lo Standard Liegi, il Vasco da Gama, i Red Star, il Melbourne Victory e la British Basketball League, oltre alla squadra di pallacanestro dei London Lions. Dopo un anno in Serie B, la squadra è tornata nel massimo campionato, e potrà ripartire con nuove ambizioni.

Bologna e Atalanta sono invece due realtà provinciali che sono state in grado di attrarre capitali americani. Per i felsinei si delinea in realtà un’eccezione perché Joey Saputo non è statunitense, ma canadese. La sua società, la Saputo Inc., fondata dal padre Lino, è comunque una delle maggiori industrie nel campo dei latticini di tutto il nord America, USA inclusi.

Oltre ai rossoblu è proprietario anche del CF Montreal in patria. Il principale progetto che Saputo sta tentando di portare a compimento è la riqualificazione dello stadio Dall’Ara, che dovrebbe portare alla squadra una nuova casa, aggiornata agli ultimi standard. Per l’Atalanta invece si è prospettata una operazione molto diversa. Da anni, sotto la guida di Giampiero Gasperini, la Dea ha raggiunto obiettivi sportivi inaspettati. Costantemente nelle prime posizioni della Serie A, è stata protagonista di percorsi europei degni di nota, incluso un quarto di finale di Champions League. Percassi, imprenditore bergamasco e tutt’ora presidente della società, ha costruito una realtà in grado di sostenersi soprattutto tramite la crescita dei talenti del vivaio e un’attività di scouting estesa a tutta Europa.

Durante il 2022 entra però in scena Stephen Pagliuca fondatore di Bain Capital, proprietario dei Boston Celtics, una delle più importanti squadre della NBA. L’imprenditore ha deciso di rimanere nell’ombra, pur avendo il controllo del 55% del club bergamasco. Non è però soltanto la Serie A a beneficiare degli investimenti americani. Anche in Serie B diverse società sono sotto il controllo parziale o totale di statunitensi. Dal Parma di Krause, al Venezia di Niederaue, passando per Pisa, SPAL e Ascoli. Anche in queste realtà più piccole, la caratteristica comune che salta all’occhio è il tentativo di ammodernare le strutture, in particolari gli stadi. Tra mille difficoltà sono in lavorazione progetti di ristrutturazione del Tardini a Parma e la completa ricostruzione dello stadio di Venezia.

C’è molta America nel campionato di calcio italiano. Cosa spinge gli statunitensi, siano essi fondi, investitori privati o holding, a investire nelle società di Serie A?

«C’è sicuramente un fattore di appartenenza che attrae gli investimenti americani nel calcio italiano. Si tratta spesso di italoamericani (Commisso, Saputo, Cardinale ndr), che si sentono in dovere di restituire qualcosa alla terra da cui provenivano i loro antenati, ma anche mostrare le squadre acquistate come dei cimeli. Uno degli obiettivi di questi fondi e società, come di molti altri, è costruire uno stadio di proprietà. È un investimento fruttuoso, che però deve trovare l’appoggio delle autorità locali. L’Italia in questo senso è rimasta molto indietro e gli investimenti esteri possono permettere di recuperare».

Il Milan fa eccezione

E poi c’è il caso del Milan. I rossoneri sono da considerarsi una particolarità. Non solo sono tra i pochi ad essere posseduti da un fondo di investimento vero e proprio, ma sono passati da una proprietà americana all’altra. Nel 2018 Li Yonghong, che aveva preso la squadra da Berlusconi, la cede al fondo Elliott, famoso per operazioni opportunistiche in situazioni al limite. In quattro anni il Diavolo torna però a vincere lo scudetto, venendo ceduto con un profitto di circa mezzo miliardo di euro. Un successo economico che si è coniugato con uno sportivo, circostanza meno comune di quanto ci si potrebbe aspettare.

In Italia c’è stato il caso del Milan con Elliott e poi con RedBird, con lo scudetto vinto. Dal punto di vista finanziario l’operazione ha avvantaggiato la squadra?

«Elliott era un caso eccezionale nel mondo del calcio, un unicum che non si era mai visto e non si è più ripetuto. Chi investe in questo settore solitamente lo fa con un progetto di lungo termine. Il fondo di Paul Singer non ha mai pensato nemmeno per un momento a questa prospettiva. Ha fatto con i rossoneri quello che avrebbe voluto fare con l’Argentina. Non avevano una strategia di lungo periodo come invece potrebbe essere per RedBird. Sono un’altra classe di investitore e hanno modi di lavorare diverso, non è stata una sorpresa che siano usciti.  Investimenti come questo non servono a molto, mentre altri fondi possono creare più valore e un nuovo modello di business nel calcio europeo».

Calcio e sceicchi

Una tipologia distinta dalle altre in questo tipo di investimenti è quella delle ricchissime proprietà legate al petrolio. PSG e Manchester City, su tutti, rappresentano due esempi di club, un tempo non di primissimo piano, in grado di diventare potenze continentali grazie a massicci investimenti a fondo perduto, o quasi. Un modello che, soprattutto per i citizens, ha portato a successi inimmaginabili soltanto due decenni fa. Gli ultimi titoli del Manchester City prima dell’era emiratina risalivano infatti alla fine degli anni ‘60, con una Coppa di Lega Inglese, risalente al 1976, come ultimo trofeo nel palmarès.  Di recente, ha stupito l’acquisto da parte di un fondo sovrano saudita del Newcastle, cui è seguita una campagna acquisti ricchissima per portare molti campioni – tra cui lo stesso Cristiano Ronaldo – a giocare in Saudi Pro League. 

Come si paragonano gli  ultimi investimenti sauditi con altri simili fatti in passato dalla Cina?

«Quello che questi investimenti hanno in comune è la volontà dall’alto che li ha spinti. La differenza è che oggi a muoversi è un singolo soggetto, mentre prima erano varie entità, vari investitori che agivano in modo disordinato. La Saudi Pro League ha quattro obiettivi principali con questo piano di investimenti nel calcio. Il primo è quello di rafforzare questo sport in patria, alzando il livello del campionato con l’arrivo di grandi campioni.

Tramite questo primo passo si arriva al secondo, che è una grossa operazione di “panem et circenses”, che avvicini i giovani al calcio allontanandoli da altre strade anche pericolose come l’estremismo religioso. C’è poi una grande opera di sport-washing, pulizia dell’immagine internazionale del Paese tramite il calcio, per rendere più digeribile l’Arabia Saudita all’occidente. Infine, è un modo di fare concorrenza agli Emirati Arabi Uniti. Anche se i rapporti tra i due Stati non sono più tesi, permane infatti una certa rivalità che si esprime anche nello sport». ©

📸 Credits: Canva, Pixabay, Unsplash

Articolo tratto dal numero del 15 luglio. Per leggere il giornale, abbonati!

Attento alle tendenze e profondo conoscitore della stampa estera, è laureato in Storia del giornalismo all’Università degli Studi di Milano. Dinamico, appassionato e osservatore acuto, per il Bollettino si occupa principalmente del mondo dello sport legato a quello finanziario e del settore dei videogiochi, oltre che delle novità del comparto tecnologico e di quello dell’energia.