venerdì, 14 Giugno 2024
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acqua

L’acqua è un bene sempre più scarso, ma il cambiamento climatico non è l’unico responsabile. Spesso, infatti, diventa lo specchietto delle allodole per nascondere i problemi del sistema. È il caso della risorsa idrica, che diventa protagonista del dibattito solo quando non piove da giorni. Nel frattempo, però, le infrastrutture di distribuzione italiane perdono più del 40% dei quantitativi immessi. Una carenza che ha effetti negativi anche sugli impianti idroelettrici, attualmente in affanno. Dighe, dissalatori e depuratori sono strumenti utili a tamponare il problema, ma una soluzione definitiva passa da un cambiamento radicale di mentalità. Secondo Edoardo Borgomeo, esperto di gestione delle risorse idriche e autore del libro Oro blu. Storie di acqua e cambiamento climatico, la soluzione è l’idrofilia.

«La dissalazione può essere una soluzione efficace per le problematiche delle aree urbane, ma la situazione cambia per le aree agricole. Per risolvere il problema siccità è importante distribuire le risorse in modo migliore, come avviene ad esempio in Australia. Bisogna guardare non solo alle tecnologie, ma intervenire anche sulla domanda», spiega Borgomeo.

Cos’è l’idrofilia, il concetto che attraversa tutto il suo libro?

«L’idrofilia è il filo conduttore delle nove storie che racconto, tutte accomunate da questo legame con l’acqua. È un concetto preso in prestito dalla chimica, si intende come la consapevolezza che questa risorsa è molto importante per la società, sia a livello individuale sia comunitario e deve essere gestita in maniera intelligente per evitare che diventi un problema. Ad esempio, una società idrofila non vede nell’acqua solo qualcosa da intubare o inquinare, ma come un’opportunità, ad esempio in campo energetico. Preleviamo l’acqua, la sporchiamo e poi pretendiamo che l’ambiente la restituisca pulita. Il modello idrofilo cerca di cambiare questa relazione prepotente tra noi e l’acqua».

«Le grandi opere idrauliche servono a creare consenso, e permettono di dare un obiettivo comune e una direzione a una nazione», scrive nel suo libro. L’idroelettrico è una tecnologia controversa, alcuni tendono addirittura a escluderla dalla categoria delle rinnovabili. Qual è l’impatto sull’ambiente e quali sono invece i benefici in termini di produzione di energia?

«L’idroelettrico è una fonte a basse emissioni di anidride carbonica, che può rientrare nella categoria delle rinnovabili. Concentrandoci sulle dighe, hanno un valore come strumenti per lo stoccaggio di acqua e di energia. Stoccare la risorsa idrica permette di razionarla ed è uno strumento fondamentale per far fronte alla variabilità climatica che caratterizza il mondo. Nell’era del cambiamento climatico, la variabilità si accentua, quindi lo stoccaggio di acqua diventa ancora più determinante.

Dal punto di vista energetico, le dighe possono contribuire a stabilizzare la rete elettrica immagazzinando energia green. In altre parole, sono impianti multifunzionali, ma è importante avviare un discorso pratico e razionale, prendendo in considerazione tutte le metodologie di stoccaggio di acqua. Le dighe sono una delle opzioni, ma si possono utilizzare anche gli acquiferi. Il tema delle infrastrutture idrauliche, in generale, si lega a quello del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Uno dei problemi principali è che molte sono vecchie. Il messaggio che voglio dare nel libro è quello di inserire l’idroelettrico in una serie di opzioni, ma anche l’importanza di investire negli impianti. Infatti, nel PNRR sono stati stanziati diversi fondi per mettere in sicurezza queste opere».

Restando sul tema infrastrutture idriche, in Italia sono attivi circa 4.783 impianti, con una potenza complessiva di 21,8 GW. Tuttavia, le ultime rilevazioni mostrano che il 70% degli impianti ha più di quaranta anni. Da qui al 2030 servirebbero 10 miliardi di euro di investimenti per risolvere questo problema, secondo uno studio di Bain & Company. Di contro, la siccità diminuisce la disponibilità di acqua e con essa la generazione da idroelettrico. Guardando al medio-lungo termine, ha senso investire in questa fonte di energia oppure rischiamo di finire come il Brasile, dove la gestione dell’acqua è innanzitutto gestione del sistema idroelettrico per evitare interruzioni di elettricità?

«Quando si parla di idroelettrico dobbiamo ricordare che le caratteristiche dell’Italia non permettono di realizzare un numero importante di nuovi impianti, poiché si è già costruito nei posti più adatti ad ospitarli. Infatti, servono determinate caratteristiche per rendere questo investimento fattibile. La discussione sull’ampliamento di questa fonte è dunque limitata per l’Italia, ma questa domanda diventa molto rilevante per Paesi come la Birmania, la Cina, la Thailandia, che hanno un potenziale inutilizzato. Questo può aumentare l’accesso all’energia pulita a basso costo, ma anche la vulnerabilità della produzione elettrica al cambiamento climatico, perché se manca l’acqua l’idroelettrico si ferma. Non c’è una ricetta univoca, il suggerimento è considerare ogni investimento con molta attenzione, non bisogna credere alle soluzioni semplici, in politica energetica e ambientale».

Qual è il maggiore business legato all’acqua al mondo e in Italia?

«Il business dell’acqua in bottiglia è uno dei maggiori business in Italia. Invito i lettori a provare ad assaggiare acqua imbottigliata e di rubinetto coprendo le etichette, sono sicuro che sarebbero in pochi a distinguerle. È un tema che tratto anche nel libro, ma non è un’accusa, bensì un tentativo di far comprendere che l’acqua imbottigliata non è un bene necessario. Inoltre, paghiamo già l’acqua del Sindaco, quindi spendiamo il doppio per questa risorsa. Se consideriamo l’impatto ambientale degli imballaggi, il trasporto e le altre attività collegate, alla società conviene utilizzare acqua pubblica piuttosto che in bottiglia».

irrigazione

Fognatura e depurazione sono due settori che dal 2018 al 2022 ci sono costati oltre 140 milioni di euro di sanzioni europee. Si sta facendo qualcosa?

«In Italia c’è un gap importante tra il Nord e il Sud a livello di qualità della depurazione. Il Sarno è tra i fiumi più inquinati, tanto che è stato sanzionato poiché non in regola con la direttiva quadro sulla qualità delle acque. Questa attività è sempre stata considerata secondaria rispetto alle altre, ma è fortemente strategica. Esistono però alcuni esempi positivi, come il depuratore gestito da Hera in Emilia Romagna».

Le fogne sono spesso bistrattate e trascurate, come succede ai rifiuti. Tuttavia, gestire in modo più efficiente e sano le fognature permetterebbe di disporre di maggiori quantitativi di acqua. Quali sono gli esempi a cui guardare?

«A Singapore hanno realizzato un depuratore che tratta le acqua delle fogne e le rende potabili. È un esempio lampante delle potenzialità di questa risorsa, ma ce ne sono anche altri un po’ meno ambiziosi. Serve, tuttavia, un investimento tecnologico importante per fare passi avanti in questo settore. In Italia ci sono diverse aziende all’avanguardia, ma serve maggiore consapevolezza nei consumatori. È importante sottolineare che il riciclo delle acque nere ha diversi utilizzi. In Israele, ad esempio, la maggior parte della risorsa idrica utilizzata per irrigare i campi arriva dalla depurazione».

acqua di depurazione

Soffermiamoci sul tema siccità. Si parla spesso dei dissalatori come la soluzione alla crisi idrica, cosa ne pensa?

«Il problema principale dei dissalatori è che sono visti come la soluzione semplice di un problema molto più ampio. È importante allargare lo sguardo e andare oltre l’ottimismo tecnologico. La siccità ruota intorno agli sprechi. Si produce più acqua, ma la si immette in un sistema di distribuzione che perde più del 40% della quantità totale. Guardando ai dati dei Paesi del Golfo, queste infrastrutture hanno generato un falso senso di abbondanza. Spendono molta energia, che fra poco potrebbe finire, per produrre acqua potabile. Il paradosso è che oggi sono tra i maggiori consumatori al mondo di questa risorsa. È un paradosso che si genera quando investiamo troppo in tecnologia senza spiegare alle persone l’impatto e i costi. La dissalazione è utile se inserita all’interno di un portfolio di attività e tecnologie. Dobbiamo comprendere che i dissalatori non possono risolvere i problemi irrigui dell’agricoltura, settore che consuma il 60/70% di acqua del mondo. Ottenere un simile quantitativo di acqua con questa tecnologia avrebbe un costo proibitivo».

Parliamo di guerre dell’acqua e migrazioni climatiche. Rischiano di aumentare, considerando che l’Ocse stima che da qui al 2050 la domanda di questa risorsa aumenterà, in particolare in India e nel Sudafrica?

acqua soldi

«Il termine non deve ingannare. È raro infatti che scoppino guerre solamente a causa dell’acqua. Esiste un database che raccoglie tutte le istanze riguardo alle discussioni fra Paese e Paese per l’acqua, da cui emerge che la maggior parte delle volte le interazioni che riguardano questa risorsa sono di tipo collaborativo. Tuttavia, la condivisione dell’acqua si presta a situazioni conflittuali, lo dice la stessa parola rivale, dal latino rivalis, che indicava la persona con cui si condivideva un ruscello. È quello che sta succedendo, ad esempio, nel Nilo. L’Etiopia controlla il flusso dell’acqua che arriva in Egitto, grazie alla diga di Assuan, che gestisce. Sono in corso discussioni per gestire questa diga, infatti gli impianti si prestano a un utilizzo intelligente, che può portare benefici collettivi, mettendo tutti d’accordo. Attribuire invece le migrazioni agli effetti del cambiamento climatico è riduttivo. Infatti, sono fenomeni complessi provocati da diversi fattori. La connessione tra cambiamento climatico e migrazioni fa gioco principalmente alla politica, che sfrutta il climate change per nascondere sotto al tappeto le sue carenze. Ad esempio, il governo siriano non ha fatto nulla per fronteggiare la siccità che da anni affligge il territorio. La recente ribellione è scoppiata per questa inattività piuttosto che a causa del cambiamento climatico». ©

📸 Credits: Canva.com

Articolo tratto dal numero del 1 ottobre 2023 de il Bollettino. Abbonati!

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