martedì, 13 Gennaio 2026

Umani, AI e macchine: come costruire un equilibrio

Sommario

In fatto di intelligenza artificiale, gli interrogativi di ciascuno di noi superano di gran lunga le certezze.

Ma da quando la tecnologia è sotto gli occhi – e nelle vite – di un po’ tutti, la letteratura in materia si è fatta foltissima. Da quelli più tecnici ad altri rivolti agli aspetti etici, produttivi, di formazione e nuove skill, saggi e trattati sull’AI proliferano.

Ma cosa leggere per essere aggiornati sul tema? Ecco 5 titoli utili per tutti, dall’utilizzatore alle prime armi all’utente più rodato.

Sarà cosciente?

In quest’epoca di sviluppo veloce, multiforme e anche caotico, è importante distinguere tra promesse realistiche, da un lato, e suggestioni fuorvianti, dall’altro. Ma non sempre è semplice distinguere con esattezza tra cosa sta da una parte o dall’altra di questo binomio. È il caso, ad esempio, di questo dilemma: in futuro arriveremo a un’AI cosciente?

Quando si parla di prospettive, prima o poi è inevitabile chiedersi se questi sistemi evoluti, magari collocati all’interno di robot, capaci di percepire e agire autonomamente, potranno mai diventare una sorta di nuova specie intelligente sul Pianeta, capace di introspezione e riflessione. In una parola, di trasformarsi in esseri coscienti.

Secondo alcuni esperti in materia, non ci saranno mai robot veramente coscienti, perché la coscienza sarebbe un’esclusiva dell’intelligenza biologica. «È un’idea abbastanza bizzarra, perché anche i nostri cervelli sono delle “macchine”, agglomerati di neuroni “stupidi” quanto i loro corrispondenti digitali, ed è difficile trovare un motivo per cui dovrebbero avere delle proprietà così speciali rispetto ad altre forme di materia», fa notare Stefano Machera nel suo libro intitolato Come l’Intelligenza artificiale cambia il mondo, pubblicato da FrancoAngeli.

Secondo altri specialisti, alcuni sistemi di AI esistenti sarebbero già coscienti. Del resto, è già capitato che Google abbia licenziato un suo ingegnere convinto che un sistema analogo a ChatGPT fosse una persona cosciente e gli dovessero essere riconosciuti diritti individuali.

Machera arriva a questa conclusione: «È difficile dare una risposta a questo dilemma finché non stabiliamo meglio cosa sia la coscienza “naturale”. Dopotutto, anche il cervello umano non è altro che un insieme di unità elaborative e di connessioni modellate dall’esperienza».

Da qui, un altro dilemma: l’AI è una straordinaria benedizione o una micidiale minaccia?

«Per quanto naturale, forse addirittura inevitabile, credo che questa sia una domanda sbagliata. Il compito che abbiamo in questo momento non è fare un pronostico e aspettare gli eventi per vedere se avremo avuto ragione. Piuttosto, dobbiamo capire cosa bisogna fare perché l’AI si dimostri una benedizione per l’umanità, e farlo».

Sarà empatica?

Secondo l’Enciclopedia Treccani, l’empatia è «la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato, prevalentemente senza ricorso alla comunicazione verbale».

Essere empatici significa quindi fare lo sforzo di mettersi nei panni degli altri per comprenderne meglio i pensieri e le emozioni. In altre parole, implica il vivere e il condividere lo stato emotivo di un’altra persona, cercando di capire sia le sue emozioni, sia le motivazioni alla base dei suoi comportamenti.

Con l’evoluzione delle tecnologie di intelligenza artificiale e l’aumentare della loro presenza nelle nostre vite quotidiane, sta emergendo sempre più un nuovo paradigma: l’empatia artificiale.

«Questa volta non siamo di fronte alla conversazione tra esseri umani, ma tra un essere umano e la macchina stessa», osserva Massimo Canducci nel volume che s’intitola proprio Empatia artificiale, pubblicato da Egea, la casa editrice dell’Università Bocconi.

«Si tratta del processo attraverso il quale le macchine saranno presto in grado di rilevare e interpretare gli stati emotivi degli esseri umani. Di conseguenza, potranno rispondere a questi in modo appropriato, simulando la capacità di mettersi nei panni dell’interlocutore umano e agire nel migliore dei modi al fine di raggiungere i loro obiettivi».

Una capacità che si sviluppa rapidamente, con i progressi nell’elaborazione del linguaggio naturale, nella computer vision e nell’AI tradizionale e generativa.

«È fondamentale sottolineare che l’empatia artificiale non è da considerarsi come una replica dell’empatia umana. Ma piuttosto come una simulazione ben progettata per realizzare capacità comunicative più naturali ed efficienti tra esseri umani e macchine. Le macchine non provano realmente emozioni, ma possono essere costruite per riconoscerle e per fornire risposte che appaiano emotivamente appropriate. Creando un’esperienza che l’essere umano potrà percepire come empatica e naturale».

Fare squadra

I due mondi, umano e artificiale, non vanno visti come contrapposti, bensì come due grandi risorse e potenzialità che possono dare i frutti migliori proprio lavorando insieme.

«La collaborazione tra l’uomo e l’intelligenza artificiale, nota anche come Human-AI Teaming, rappresenta un passaggio fondamentale, che punta a sfruttare le capacità complementari di entrambe le parti per raggiungere risultati superiori rispetto a quelli ottenibili singolarmente», rimarca Emanuele Frontoni, Professore Ordinario di Informatica all’Università di Macerata, co-director del VRAI Lab sull’innovazione, e autore di AI, Ultima frontiera, edito da ROI Edizioni.

«Questo approccio si basa sul concetto di sinergia cognitiva. In pratica, le abilità analitiche, la capacità di elaborazione dati e l’apprendimento rapido dei sistemi AI si combinano con l’intelligenza emotiva, la creatività e il pensiero critico umano».

La collaborazione si manifesta in diverse forme, tra cui i sistemi di supporto decisionale, gli assistenti virtuali evoluti e le piattaforme di co-creazione, che stanno ridefinendo i processi lavorativi in numerosi settori, dalla sanità alla finanza, dall’industria manifatturiera alla ricerca scientifica.

Cos’è importante per il successo di questo percorso? «La consapevolezza delle prospettive e l’accettazione della tecnologia AI da parte degli utenti umani giocano un ruolo cruciale. Fattori come la trasparenza algoritmica, la spiegabilità delle decisioni di AI e la percezione di controllo da parte dell’Uomo influenzano molto il livello di fiducia e, di conseguenza, l’efficacia della collaborazione. In quest’ottica, le organizzazioni stanno implementando strategie di change management e programmi di formazione per facilitare l’adozione di queste tecnologie, enfatizzando i benefici in termini di produttività e innovazione. Mentre affrontano le preoccupazioni legate alla privacy dei dati e all’impatto sull’occupazione».

La via da percorrere

Per portare avanti al meglio tutte queste potenzialità, occorre farlo attraverso «tre tappe essenziali. Si tratta di un insieme di attività che si rafforzano a vicenda e che coltivano l’abilità e l’adattabilità umana: scoprire, sviluppare e implementare», spiega Matt Beane, nel suo Il DNA delle competenze (Egea).

Come primo passo, dobbiamo scoprire, ma cosa? «Innanzitutto, gli approcci specifici e concreti che preservano il patrimonio dell’abilità nei vari contesti, come un team, un’organizzazione, una professione o un particolare settore».

Quindi, si passa alla fase successiva. «Sviluppare organizzazioni e tecnologie che promuovano tanto la produttività quanto livelli sani di sfida, complessità e connessione. Per ottenere risultati efficaci, e allo stesso tempo progredire sempre».

Infine, si passa alla messa a terra: dobbiamo considerare «il modo in cui implementiamo la tecnologia, come modifichiamo i vari processi di lavoro, chi coinvolgiamo in questa ridefinizione, e come configuriamo le tecnologie alla luce di tutto ciò. Qualsiasi soluzione dovrà gestire sia il lato tecnico, sia quello sociale, se vogliamo preservare l’abilità umana e assicurarci l’incremento di produttività promesso dalle nuove tecnologie».

E l’autore rivela: «un approccio che ho visto funzionare è quello di coltivare una cultura organizzativa basata sulla sicurezza psicologica: una cultura in cui le persone sono più disposte a condividere i loro apprendimenti con l’AI, perché sono sicure che non verranno punite dall’AI per questo. Ad esempio, rendendo obsoleta, inutile e sorpassata quella loro stessa funzione lavorativa da parte dell’Uomo».

La personalizzazione

Il primo passo per personalizzare un’AI «è fornire istruzioni chiare e contestualizzate. Un’AI non sa chi sei, cosa fai e quale sia il tuo obiettivo, a meno che tu non glielo dica. Se apri un’interazione e scrivi una richiesta generica, riceverai una risposta generica e probabilistica», scrivono Alberto Puliafito e Mafe de Baggis nel volume E poi arrivò DeepSeek, stampato da Apogeo del gruppo Feltrinelli.

Analogamente, se spieghi chi sei, a chi ti rivolgi, qual è l’intento del tuo messaggio, l’output sarà molto più preciso e utile. Invece di lamentarci di come ci rispondono le AI, dovremmo pensare che a volte il problema sono le domande.

Un livello più avanzato di personalizzazione riguarda la capacità dell’AI di apprendere dalle interazioni passate. «Alcuni strumenti, come ChatGPT nella sua versione a pagamento, offrono una funzione di memoria: nel tempo, la macchina raccoglie informazioni su di te e le usa per rendere le conversazioni più coerenti. Ma anche quando questa funzione non è disponibile o è limitata, possiamo aggirare il problema con un uso strategico delle istruzioni iniziali».

Scrivere un prompt (la nostra richiesta all’AI generativa) ben strutturato può fare la differenza tra ottenere un elaborato che sembra scritto da chiunque e uno che riflette davvero il nostro stile e il nostro pensiero.

«Il passaggio ulteriore è quello della creazione di un assistente AI personalizzato. Alcune piattaforme permettono già di costruire veri e propri modelli customizzati, impostando regole operative fisse e database di conoscenza specifici. Questo è il punto in cui l’AI smette di essere un semplice strumento e diventa un’estensione del nostro modo di lavorare». ©️

Articolo tratto dal numero del 1° settembre 2025 de Il BollettinoAbbonati al giornale!

📸 Credits: Canva

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, imprese, tecnologie e innovazione. In oltre 20 anni di attività, ho lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Gruppo Mediolanum, Università IULM. Mi piacciono i progetti innovativi, il teatro e la cucina come una volta.