Il profilo del tipico founder di Startup in Italia sfata lo stereotipo del giovane genio solitario: è uomo, ha in media 39,6 anni (contro i 40,3 delle colleghe) e spesso ha già esperienza imprenditoriale. Le donne scontano ancora il peso della maternità come ostacolo all’avvio di imprese (fonte: Osservatorio Startup Thinking Politecnico di Milano). Le Startup, inoltre, nascono quasi sempre da team: la collaborazione è nel DNA degli innovatori e la varietà di competenze è fondamentale per affrontare il Mercato. Solo il 10% delle nuove imprese ha una leadership completamente femminile, mentre il 49% è guidato da soli uomini. Il restante 41% è a guida mista. A livello europeo, l’età media dei founder è in lieve calo rispetto al 2021, quando superava i 41 anni. Un segnale, forse, che l’ecosistema dell’innovazione sta cambiando, ma più lentamente di quanto si creda.

«Il fattore età ha inciso nel processo di avvio? Direi di sì, ma in senso positivo. La nostra esperienza e maturità ci hanno dato la determinazione per affrontare la sfida con consapevolezza, senza smettere di sperimentare e metterci in gioco. Aver accumulato competenze in diversi ambiti ci ha reso più flessibili e creative. La più grande difficoltà non è stata (e non è) tanto farsi spazio, quanto far comprendere che l’innovazione può nascere anche da una solida tradizione: non significa romperla, ma reinterpretarla e portarla in una nuova dimensione», dice a il Bollettino Barbara Fani, CEO & Co-founder di BettaKnit.
Ci spieghi meglio
«Bettaknit è una Startup italiana che ha innovato il settore della maglieria fai da te, distribuendo filati di alta qualità e kit creativi per il knitting (lavoro con i ferri) e il crochet (lavoro con l’uncinetto, n.d.r.). La nostra missione è rendere il lavoro a maglia accessibile, moderno e sostenibile, rivolgendoci sia a chi è alle prime armi sia a chi è già esperto. Non offriamo solo gomitoli, ma un’esperienza: kit pronti con tutto il necessario, istruzioni semplici e video tutorial. Il nostro obiettivo è creare una community internazionale di knitters e crocheters che condividono la passione per il “fatto a mano” e riscoprono, attraverso il nostro brand, il valore del tempo lento, della creatività e della sostenibilità»
Quali sono stati i primi passi?
«Semplici e sperimentali: abbiamo iniziato quasi come un hobby aziendale, dedicandoci alla ricerca dei filati, alle prime prove di packaging e al confronto con knitters di ogni livello. La validazione è arrivata con il lancio del nostro e-commerce e l’utilizzo dei social, strumenti che ci hanno permesso di costruire una community attiva e partecipe. In parallelo abbiamo guardato anche ai Mercati internazionali, consapevoli del grande appeal del knitting fuori dall’Italia. Questi test iniziali ci hanno dato indicazioni preziose su cosa funzionava e su cosa invece andava migliorato».

Che posto occupa nella vostra mission la sostenibilità?
«Per noi la sostenibilità è un valore fondante, non un trend. Vivere e lavorare a Prato, capitale europea del riciclo tessile, ci ha ispirato fin dall’inizio. Utilizziamo filati naturali, biologici e riciclati, sia pre che post consumer, tutti prodotti a Km0 nel nostro distretto, riducendo sprechi e valorizzando ciò che già esiste. Vogliamo anche dimostrare che il lavoro a maglia ha un impatto ambientale minimo: non richiede macchinari né energia, solo tempo e creatività. Allo stesso tempo incoraggiamo i nostri clienti a vivere la maglia come un atto slow: realizzare un capo a mano significa allontanarsi dal fast fashion, ridurre l’impatto ambientale e creare qualcosa che dura nel tempo, bello e sostenibile».
Quali sono le difficoltà di trasformare un’attività da tradizionale a digitale?
«La principale è stata comunicare online il calore e la tattilità di un prodotto come il filato, che dal vivo conquista subito. Abbiamo dovuto investire in fotografia, video e storytelling per far percepire qualità e sensazioni attraverso uno schermo. Un’altra sfida è stata educare al knitting digitale, offrendo tutorial chiari e accessibili. Infine, il lavoro dietro l’e-commerce è complesso: logistica, customer care, internazionalizzazione. Portare un’attività così “fisica” nel digitale ha richiesto un grande sforzo creativo, ma oggi ci permette di raggiungere knitters in tutto il Mondo».
Come si fa ad avviare un business che possa funzionare?
«Servono 3 elementi chiave: una visione chiara, la capacità di ascoltare e tanta resilienza. La visione ti guida nei momenti di dubbio; l’ascolto dei clienti ti aiuta a creare un prodotto davvero utile; la resilienza ti permette di non mollare quando arrivano le difficoltà, che ci sono sempre. In più, è fondamentale essere autentici: le persone percepiscono quando dietro a un brand c’è passione vera. Bettaknit funziona perché non vendiamo solo filati, ma un Mondo di valori che condividiamo in prima persona».

Tre consigli per un giovane founder?
«Primo: non aspettare che tutto sia perfetto prima di iniziare. Il lancio sarà sempre un test, e da lì si imparerà cosa migliorare. Secondo: costruire una rete, non solo di clienti, ma anche di mentori, collaboratori e altri imprenditori, perché nessuno ce la fa da solo. Terzo: non avere paura di sbagliare. Gli errori sono inevitabili e fanno parte del percorso, e serve tanta umiltà per accettarli e imparare da essi. Non basta una laurea per essere founder: l’esperienza vera si costruisce sul campo, giorno dopo giorno. E, se posso aggiungere un extra, ricordare di divertirsi: senza un po’ di leggerezza, sarà difficile trasmettere energia al progetto».
Cosa c’è nel vostro futuro?
«Stiamo lavorando su più fronti: dall’ampliamento della gamma di kit creativi all’ottimizzazione della nostra piattaforma web, per renderla ancora più semplice e coinvolgente. Abbiamo in cantiere un progetto editoriale a cui teniamo molto e stiamo preparando il lancio di una linea di prodotto finito fatto a mano, pensata per chi ama l’artigianalità ma non lavora ai ferri o all’uncinetto. Parallelamente continueremo a valorizzare i filati rigenerati e le collaborazioni con brand e designer che condividono i nostri valori. Il futuro di Bettaknit sarà sempre più sostenibile, creativo e internazionale, con una community in crescita e sempre più attiva».
Quali sono gli ostacoli maggiori come donna e imprenditrice?
«Credo che sia fondamentale credere in sé stesse e nel proprio progetto, senza aspettare il “momento giusto” o l’approvazione di tutti. Più che come donna, sento spesso pregiudizi legati al tipo di attività: si parla ancora troppo facilmente di calzetta, senza cogliere la vera rivoluzione che il knitting rappresenta oggi. Dietro Bettaknit non c’è un passatempo casalingo, ma un modello di consumo più sostenibile, creativo e comunitario. Io sto ancora imparando a riconoscere e celebrare i successi, anche piccoli, ma so che è importante farlo. Il consiglio è di non avere paura di alzare la voce, circondarsi di persone che sostengano il tuo percorso e trasformare le difficoltà in carburante per proseguire».
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📸 Credits: Canva.com
Articolo tratto dal numero del 15 novembre 2025 de Il Bollettino. Abbonati!
