Gli investitori chiedono che profitto e responsabilità sociale diventino sempre più inscindibili. Non basta il ritorno sugli investimenti, dopo la crisi finanziaria del 2007-2008 e la pandemia questo paradigma sta cambiando, volgendosi sempre di più alla finanza etica. Chi decide di dare fiducia a un’impresa con il proprio denaro vuole che questo gesto abbia un impatto positivo su ambiente e società.

Infatti, per l’87% delle aziende a livello globale la sostenibilità è una priorità strategica, un valore che tocca il 91% se rimaniamo in Italia. L’83% delle aziende globali e il 59% di quelle italiane ritiene, inoltre, che iniziative in ambito di sostenibilità costituiscano un vantaggio competitivo (fonte: BDO – Global Sustainability Survey – From strategy to spend, 2025). L’anno in cui gli investimenti sostenibili hanno raggiunto il loro apice è stato il 2024, coinvolgendo circa il 79% degli investitori (fonte: Deloitte e The Fletcher School of Tufts University, 2024).
Quando nasce la finanza etica e perché ci interessa?
Il concetto di finanza etica nasce nel mondo anglosassone, in particolare nel Regno Unito. Nel 1765 a Birmingham l’imprenditore manifatturiero John Taylor e il magnate del ferro di religione quacchera Sampson Llyod danno vita alle Barklays e Lloyds Bank che rifiuteranno sempre di investire in soggetti coinvolti nella tratta degli schiavi.
Nel 1928 a Boston nasce il Pioneer Fund, il primo fondo d’investimento che esclude dalle proprie scelte finanziarie aziende nel settore delle armi, dell’alcool, del gioco d’azzardo e del tabacco. Gli anni ’90 vedono la nascita, in Italia, delle Mag ossia le Mutue di Autogestione realtà fondate sulla conoscenza diretta e la fiducia reciproca tra risparmiatori e debitori che insieme decidono quali progetti finanziare (link interno).
Nel 2006 l’economista e banchiere Mohamed Yunus, oggi primo ministro ad interim del Bangladesh, si aggiudica il Premio Nobel per la Pace per aver perfezionato il sistema del microcredito. Uno strumento che prevede prestiti di piccolo importo rivolti a soggetti fragili che non riescono ad accedere a formule di credito bancario tradizionali, come immigrati, disoccupati e microimprese.

Nel 2009 nasce la Global Alliance for Banking on Values, una rete che raccoglie oltre 70 istituti di credito in tutto il mondo, che dal 2013 ogni anno dedica il mese novembre al tema della finanza etica.
La finanza etica oggi ha un ruolo importante perché promuove l’inclusione finanziaria, permettendo di accedere al credito anche ai soggetti più fragili e investendo in progetti sociali, ambientali e di cooperazione internazionale.
Gli istituti di credito e le aziende che scelgono questo approccio all’economia finanziaria si distinguono per una governance trasparente, che coinvolge non solo i soci ma anche i risparmiatori. Questi, inoltre, si pongono a sostegno dell’economia reale, dando fiducia ai loro territori e supportandone le imprese e gli esercizi commerciali.

Ma soprattutto, là dove la finanza tradizionale tende spesso a sottovalutare le esternalità negative dei suoi investimenti, la finanza etica valuta i rischi di ogni investimento servendosi dei parametri ESG (Enviromental Social and Governance – link interno) che considerano l’impatto sociale e ambientale degli investimenti, consentendo di escludere aziende che emettono grandi quantità di CO2 o i settori dei combustibili fossili e delle armi.
La finanza etica davanti alla bolla dell’AI
Una sfida alla finanza etica oggi è la temuta bolla legata agli investimenti delle big tech in AI. In questi giorni, gli amministratori delegati delle più importanti big tech statunitensi, i cosiddetti magnifici 7, hanno visto i prezzi delle loro azioni salire alle stelle.

Sono apocalittiche le parole del Ceo di Google Sundar Pichai che, contestualmente al lancio di Gemini 3, avverte che se la bolla esploderà colpirà tutti.
Negli scorsi giorni, Stefan Hoops, Ceo del Gruppo Dws, ha dichiarato a Reuters che non esiste alcun manuale per fronteggiare il rischio che la bolla dell’AI può rappresentare per i mercati globali. Sarebbe qualcosa di inedito, paragonabile solo al boom e al conseguente crollo delle dot-com negli anni ’90.
La Bank of England ha evidenziato il rischio di una correzione improvvisa nei mercati globali, giudicando vulnerabile il trend degli investimenti in AI. Tony Yoseloff, dell’hedge fund Davidson Kepner, ha dichiarato che si sta riproponendo il dilemma del prigioniero: le big tech si sentono obbligate a investire in AI per rimanere competitive nonostante i ritorni sull’investimento, almeno nel breve periodo, siano incerti. Le prospettive per il 2026 non sono rosee.
David Solomon, Ceo di Goldman Sachs, avverte che il mercato dell’AI potrebbe diventare insostenibile se l’hype non dovesse tradursi in utili reali. Tuttavia, per le big tech, nonostante questa incognita, lo scenario sembra rimanere positivo, sia a livello macroeconomico sia per quanto riguarda i mercati finanziari.

Il dibattito etico, tuttavia, si concentra su alcuni punti fondamentali. Innanzitutto, le big tech mostrano pratiche di governance ancora opache con scarsa trasparenza su dati, fiscalità e impatto sociale. Chi investe in AI, inoltre, punta su un modello di innovazione che ha esiti ancora incerti riguardo la tutela della privacy, l’automazione del lavoro e la dipendenza tecnologica.

In questa ottica non si può ignorare il potenziale sostitutivo che in molte mansioni l’AI ha nei confronti dell’uomo, avrebbe senso allora parlare di una finanza etica se questa non dà più valore alla persona? Inoltre, è noto l’impatto ambientale che i data center hanno per quanto concerne l’utilizzo del suolo. Se la finanza etica non vuole essere un semplice ‘trend’ deve allora porsi il problema di un’innovazione non fine a sé stessa, ma che sappia mettere al centro l’individuo e l’ambiente in cui vive. ©
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