Tra traslochi e sorpassi, la finanza che conta scende a patti con i nuovi equilibri di potere. Spicca il Willy Wonka nostrano, che sposta i capitali oltre confine. Dal dolce all’amaro, il settore del credito vede il tramonto di un’era con l’addio a Piazza Affari di uno storico tempio del potere, almeno stando al verdetto degli azionisti. E poi il declino della bambola più desiderata, costretta a prendere lezioni dagli asiatici, il nuovo sceriffo della lingerie globale e la Duchessa dei misteri…
Ferrero saluta l’Italia
C’è chi la chiama ottimizzazione e chi, più maliziosamente, la vede come la fine di un’era. Dopo la scomparsa a 87 anni di Maria Franca Fissolo, colonna portante e custode della tradizione ereditata dal marito Michele Ferrero, padre della Nutella, il secondogenito Giovanni Ferrero, classe 1964, dà un’accelerazione al riassetto dell’impero consolidando il comando attraverso un nuovo gruppo societario in Belgio, CTH Invests, che possiede già Delacre, Kelsen e Ferrara Candy, attività per quasi 5 miliardi di euro. La maxi-fusione sposta così il baricentro decisionale (e fiscale) lontano dalla storica sede di Alba, in Piemonte, segnando un distacco emotivo e strutturale dall’Italia.
Mentre le Langhe digeriscono l’amaro sapore del Belgio, la classifica di Forbes ufficializza il sorpasso che nessuno aveva osato pronosticare: Andrea Pignataro è il nuovo uomo più ricco d’Italia. Il fondatore di Ion Group, il mago dei dati che si muove nell’ombra tra Londra e Sankt Moritz scalza l’erede della Nutella dalla vetta con un patrimonio di 42,8 miliardi di dollari. Non è solo un cambio della guardia: è la vittoria della finanza algoritmica e dei dati sulle tradizioni manifatturiere. Se Ferrero rappresenta l’industria che profuma di nocciole, Pignataro incarna l’ascesa di un impero invisibile che governa i flussi delle banche centrali e dei Mercati globali. Per fare (e restare nel) business l’Italia non basta più?
Mps e Mediobanca: la strategia di Piazzetta Cuccia
Il Mercato attendeva il segnale e il verdetto è arrivato, secco come un colpo di martelletto. Monte dei Paschi di Siena ha dato il via libera al delisting e alla fusione di Mediobanca, l’istituto bancario fondato 80 anni fa da Enrico Cuccia. Il 27 febbraio ha fatto da spartiacque con la presentazione del nuovo piano industriale, ma nei corridoi di Piazza Affari si sussurra già del vero nodo che toglie il sonno: Assicurazioni Generali Spa. Con l’addio alle azioni quotate, la mappa del potere finanziario milanese si ridisegna, lasciando spazio a interrogativi sulla tenuta degli equilibri storici della finanza italiana. Chi muoverà i fili ora che la nebbia si è diradata?
Se la conferma del tandem Nicola Maione-Luigi Lovaglio (rispettivamente, Presidente e AD) garantisce il rilancio che fino a ieri pareva un miraggio, sono i nuovi ingressi a far venire i brividi ai Mercati. Nomi come Fabrizio Palermo, Corrado Passera e Massimo Caputi rappresentano l’irruzione della finanza di sistema e delle grandi partite infrastrutturali dentro le mura del Monte.
E c’è chi dice che Mps stia preparando la corazza per il prossimo scontro frontale: quello per il controllo della cassaforte nazionale, dove le ambizioni del Tesoro e i nuovi equilibri post-Mediobanca sono destinati a collidere. Sarà davvero così?
Barbie vs Labubu
Compleanno amaro per Barbie, che spegne 67 candeline il 9 marzo. C’è un momento preciso in cui la narrativa del management smette di incantare e i numeri iniziano a mordere. E per Mattel quel momento è arrivato la sera del 10 febbraio 2026, quando il Mercato ha deciso che la favola raccontata da troppi trimestri non valeva più il prezzo del biglietto. La strategia era sulla carta impeccabile: investimenti massicci sull’IP, espansione nel digitale e la promessa che la sfida sarebbe diventata un ecosistema infinito. Ma gli investitori hanno poca pazienza per i sequel che non incassano: il titolo ha lasciato sul terreno il 24% in una sola seduta, bruciando oltre 1,5 miliardi di dollari di capitalizzazione. Peggior performance dal 1999.
Il problema non è solo nel calo dei ricavi netti (5.348 milioni di dollari nel 2025, un -1% che suona come una campana a morto essendo il secondo anno consecutivo in rosso), ma nel dove si perde. Se il Mercato internazionale regge con un +6%, il cuore dell’impero, il Nord America, crolla del 5,3%. Tradotto: i bambini, e soprattutto i collezionisti, stanno guardando altrove. Ma dove?
Mentre a El Segundo si festeggiano ancora i fasti (ormai sbiaditi) del blockbuster cinematografico sulla bambola che ha fruttato oltre 1,4 miliardi di dollari, le mensole delle camerette cominciano a riempirsi di Labubu. Ma il successo si misura nel tempo: la moda di questi pupazzetti quanto durerà?
M&A nel lusso: Guido Campello sfida Victoria’s Secret
Mentre i colossi della lingerie come Victoria’s Secret faticano a ritrovare il vecchio smalto, c’è chi scommette sul lusso artigianale per ribaltare le gerarchie del Mercato. Il protagonista della mossa è Guido Campello, manager italo-americano già alla guida dello storico marchio di intimo Cosabella.
L’operazione, passata quasi sotto traccia, vede la sua Valery Global (società che fa capo alla famiglia Demichelis, eccellenza piemontese della seta) acquisire Journelle, una raffinata catena di boutique di New York. Ma cosa c’è dietro all’acquisizione? Campello non pensa solo a comprare un negozio: sta costruendo un piccolo impero insieme alla moglie, la dermatologa Sapna Palep, con l’obiettivo di rilevare marchi storici del Made in Italy per rilanciarli a livello globale.
I numeri raccontano però una sfida acrobatica. Journelle è una vetrina prestigiosa sulla Grande Mela, ma i suoi conti sono in rosso: a fronte di vendite per 4,4 milioni di euro, l’azienda perdeva oltre 150 mila euro, un EBITDA in rosso per 36.900 euro e trascinava con sé debiti pesanti per 5,2 milioni.
Perché tentare, allora? La scommessa di Campello è puramente strategica: usare la rete di vendita americana di Journelle come testa di ponte per portarci i prodotti di lusso italiani, che garantiscono guadagni molto più alti rispetto ai prodotti economici. L’ambizione è quella di occupare lo spazio lasciato libero proprio da Victoria’s Secret, unendo l’eleganza fatta a mano in Italia a una distribuzione aggressiva negli Stati Uniti. Ci riuscirà?
Il decluttering reale di Sarah Ferguson
Non c’è pace tra le mura di Windsor, ma questa volta lo scandalo non passa dai salotti, bensì dai registri delle imprese. Sarah Ferguson, l’ex Duchessa di York e storica ex moglie del Principe Andrea (fratello del Re d’Inghilterra Carlo III), ha dato il via a una pulizia di primavera fiscale che ha tutto il sapore di una ritirata strategica.
Mentre i tabloid tornano a scavare nei legami della coppia con il defunto finanziere Jeffrey Epstein (al centro di una rete internazionale di traffico di minori), la Duchessa ha chiuso improvvisamente ben sei delle sue società (S. Phoenix Events Limited, Fergie’s Farm, La Luna Investments, Solamoon Limited, Philanthrepreneur Limited e Planet Partners Productions Limited). Nonostante un buco di bilancio stimato in 4 milioni di euro e una passione per lo shopping che, a quanto pare, le costa 120 mila euro l’anno solo in vestiti, Fergie sembra aver deciso di tagliare i ponti con il suo passato imprenditoriale proprio ora.
La mossa solleva più di un dubbio nei salotti della finanza londinese. Il tempismo è sospetto: il suo ex marito, il Principe Andrea, è finito sotto pressione dopo un recente fermo di polizia di 12 ore e rischia l’esclusione definitiva dalla linea di successione reale.
E se le scatole societarie vengono smantellate, la Ferguson intanto è stata avvistata in una clinica svizzera da 15 mila euro al giorno. Un rifugio dorato che molti leggono come un tentativo di rendersi irreperibile mentre i riflettori giudiziari si accendono sui conti di famiglia. La Duchessa sembra aver scelto la fuga, lasciando dietro di sé bilanci vuoti e molte domande senza risposta. Sarà una coincidenza o un’operazione di sganciamento preventivo per evitare che i magistrati mettano il naso nei suoi affari offshore?
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