La sicurezza energetica europea si decide nei choke points marittimi. L’escalation militare tra l’asse Usa-Israele e l’Iran innesca una nuova ondata di volatilità sui Mercati. Il passaggio delle navi cariche di GNL, il gas naturale liquefatto, dallo Stretto di Hormuz è il termometro della stabilità finanziaria europea: il balzo repentino delle quotazioni di greggio e gas naturale, registrato subito dopo l’offensiva, minaccia di trasferirsi rapidamente sulla componente energia delle bollette e sui prezzi alla pompa, erodendo il potere d’acquisto delle famiglie.
I prezzi e il cambio di rotta
La crisi nel Mar Rosso ha già dimostrato la fragilità del sistema. Ogni rallentamento o deviazione delle metaniere si traduce istantaneamente in una fiammata dei prezzi al TTF di Amsterdam, con ricadute dirette su inflazione e politiche monetarie. La necessità di circumnavigare l’Africa non comporta solo un ritardo fisico di 10-15 giorni, ma una ridefinizione dei flussi di capitale. L’allungamento delle rotte riduce la disponibilità effettiva della flotta globale, facendo schizzare i noli marittimi e i premi assicurativi. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, questo significa importare inflazione energetica, che costringe la BCE a una cautela sui tassi che frena la ripresa industriale.
Rispetto ai giorni scorsi, quando il Brent si aggirava intorno ai 72 dollari al barile, la quotazione è ora salita a circa 79 dollari, segnando un rialzo vicino al 10%. Andamento simile anche per il WTI, che è passato da 66,5 a 72,8 dollari al barile. Ancora più marcato l’aumento del gas: l’indice TTF registra un balzo del 25%, toccando quota 39,85 euro al megawattora, il livello più alto da febbraio 2025.
Il paradosso delle infrastrutture
Il flusso dagli stretti si fa incerto. L’Italia allora spinge l’acceleratore sui rigassificatori (come le unità FSRU di Piombino e Ravenna). È una mossa a doppio taglio: se da un lato garantisce la sicurezza degli approvvigionamenti, dall’altro espone il sistema al rischio di stranded assets. Infrastrutture costose che potrebbero rivelarsi sovradimensionate se la domanda industriale continuasse a contrarsi o se la transizione green accelerasse improvvisamente.
Il fattore dollaro sulle bollette
Spostare l’asse dell’approvvigionamento dal gas via tubo (russo) al GNL via mare (americano o qatarino) introduce una variabile finanziaria spesso sottovalutata: il rischio cambio. Il GNL si paga in dollari. Una crisi negli stretti che indebolisca l’euro rispetto al biglietto verde renderebbe la nostra bolletta energetica doppiamente salata, erodendo la competitività delle nostre imprese esportatrici. In sostanza, la vulnerabilità degli stretti è la nuova tassa occulta sullo sviluppo del Vecchio Continente.
©
📸 Credits: Canva.com
