LA “GUERRA FREDDA” DELL’EGITTO PER FRENARE L’ETIOPIA

La strategia commerciale dell’Egitto nasconde interessi politici: il piano è isolare il suo nemico più prossimo, l’Etiopia. È da poco arrivata la firma del protocollo che istituisce il Joint Business Council egiziano-senegalese. Il ministro del Commercio e dell’Industria Nevine Gamea e il suo omologo a Dakar Assome Aminata Diatta hanno co-presieduto alla prima riunione del consiglio tenutasi nell’ambito dell’Egypt-West Africa Bridges Forum. Obiettivo dell’intesa è il miglioramento delle relazioni commerciali tra il Cairo e i Paesi dell’Africa occidentale e centrale, la creazione di progetti di cooperazione e la ricerca di nuove opportunità economiche e di investimento offerte da questi mercati in espansione. Gli accordi con il Senegal e con altri Stati africani, in realtà, vanno letti in una logica di “accerchiamento” dell’Etiopia, la rivale del Cairo per il controllo delle acque del Nilo. Da dieci anni, infatti, lo Stato del Corno ha avviato la costruzione di una delle più grandi dighe idroelettriche del continente sul Nilo Azzurro, la Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD). Tutti i negoziati con Sudan ed Egitto si sono rivelati infruttuosi e il confronto si è infiammato con l’avvio della seconda fase di riempimento del bacino, che ha provocato le proteste del Cairo, dove il fiume non è solo questione di sicurezza nazionale, ma è vitale per l’irrigazione e il consumo idrico di milioni di persone. «L’intesa con il Senegal rappresenta il tentativo egiziano di penetrare nel continente per raggiungere un duplice fine: proteggere i suoi confini e acquisire un vantaggio strategico su questioni vitali, come quella del Nilo. L’obiettivo è arrivare ad avere un’influenza politica, economica e commerciale in Africa», spiega Giuseppe Dentice, dottore di ricerca in “Istituzioni e Politiche” presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e responsabile del Desk Medio Oriente e Nord Africa del Ce.S.I. – Centro Studi Internazionali.

Si può dire che con questo accordo l’Egitto punti a espandere la propria influenza sul continente africano?

Leggendo le dichiarazioni ufficiali dei Ministeri dell’Industria dei due Paesi, cioè gli attori principali di questo accordo, l’obiettivo sotteso sembra essere quello di espandere il più possibile il commercio egiziano nell’intero continente, facendo di quest’ultimo un continuum in termini di prospettiva e di penetrazione economica. Quindi l’idea è quella di usare il Senegal come via di accesso per l’Africa occidentale e, in questo senso, ci sono alcuni aspetti da considerare. L’Egitto è un Paese africano e una naturale porta verso il continente, come diceva Nasser. Eppure, sinora aveva sempre rivolto il suo sguardo alla parte orientale, scendendo giù verso il Sudan e verso il Corno, fino al Sud Africa. Poi, in questi ultimi anni, la questione del Nilo e una serie di considerazioni strategiche tra il Mar Rosso e gli Stati vicini – Libia e Sudan in primis – lo hanno spinto a spostare il suo raggio d’azione e a guardare il continente nella sua totalità, non solo lungo la direttrice orientale, ma anche lungo quella occidentale. Questa è un’area non poco rilevante ma, nell’ottica egiziana, storicamente poco interessante anche a livello di prossimità geografica. Ecco allora che il Senegal diventa oggi una strada privilegiata per l’Africa dell’ovest e, in più, la sua economia è tra le più dinamiche dell’area. Nonostante stia vivendo una stagione di difficoltà interne, amplificate dalla pandemia, è importante in termini di cooperazione economica e commerciale, ma anche politica. E qui si inserisce la contesa sul Nilo, perché questo agire egiziano e il suo espandersi da est a ovest, da nord a sud, è un tentativo non solo di ingaggiare una serie di attori chiave, ma di utilizzare il contesto dell’Unione Africana per produrre una sorta di accerchiamento strategico dell’Etiopia, che è il Paese con il quale ha gli attriti maggiori su questa questione. Allo stesso tempo, una serie di interessi economici e commerciali lo spingono a espandere la propria struttura economica e il proprio commercio estero verso l’intero continente, considerato da tutti gli attori internazionali come una sorta di nuova terra promessa, e a internazionalizzare, ma anche a regionalizzare, la questione all’interno del contesto africano. In questo senso, vede nell’Unione una garante delle proprie aspettative rispetto a quelle etiopi. Il problema della diga, infatti, risiede nel fatto che l’Egitto, trovandosi a valle, considera la costruzione della diga da parte dello Stato del Corno un pericolo per le proprie disponibilità d’acqua rispetto a un Paese a monte, dove nascono due dei tre affluenti principali del Nilo. Quindi, questa nuova iniziativa con il Senegal rappresenta la nuova proiezione africana del Cairo, che guarda a una profondità strategica nel continente per arginare le minacce alla sicurezza nazionale lungo i suoi confini e lungo i temi di interesse fondamentale, Nilo in primis. È chiaro, allora, che questo dinamismo ha un valore elevato in termini politici, economici e strategici.

La Grand Ethiopian Renaissance Dam sul Nilo Azzurro

Perché l’accordo arriva proprio in questo momento? Potrebbe disegnare un nuovo scenario? Quale?

L’accordo è importante perché aiuta a dare forza a questa prospettiva egiziana in Africa, lo aiuta a diversificare i mercati esteri e a espandere il suo commercio verso più realtà del continente, ma gli permette anche di avere lì una nuova presenza. In un certo senso, questa è una variante di politica estera nuova rispetto alla tradizione, almeno degli ultimi trenta, quarant’anni, che si è avuta con Mubarak e con i suoi predecessori, ma è anche tempo di dare priorità alle necessità e agli interessi strategici dell’Egitto, e la questione del Nilo è una di questi. Ovviamente non è l’intesa con il Senegal che definirà questo nuovo contesto, o che potrebbe aiutare a definire un nuovo contesto, ma sicuramente, guardando anche a tutti gli accordi che l’Egitto ha firmato con Paesi come il Burundi, la Tanzania, lo Zambia e il Sudan stesso, è chiaro che l’obiettivo è avere forza e presenza politica, economica e commerciale in Africa e utilizzarla per consolidare i propri interessi geopolitici, geo economici e strategici. È presumibile pensare che il trend sia questo e che verrà rafforzato nel prossimo futuro. Il punto è capire quanto effettivamente le capacità egiziane potranno trovare una loro forma e piena dimostrazione anche nei confronti delle controparti, nel senso che l’Etiopia non è un Paese piccolo o con capacità inferiori rispetto a quelle del Cairo, ma è un Paese che ha avuto una crescita economica e uno sviluppo molto importante sin dagli anni Novanta, quindi non può essere considerato minore. Allo stesso tempo, se questo è un banco di prova, è sicuramente un banco di prova impegnativo per l’Egitto, che non può utilizzare la risorsa militare in maniera esplicita, ma solo paventarla come forma di dissuasione e deterrenza. Questo perché, naturalmente, nessuno è interessato a entrare in guerra, soprattutto in un contesto che è già piuttosto complesso e che potrebbe portare più problemi che soluzioni.

Come tutte le economie, anche quella egiziana è stata duramente colpita dal Covid-19. Questo accordo può essere di aiuto nel risollevare la situazione?

L’accordo ha altre motivazioni e guarda ad altre logiche quindi, da questo punto di vista, non impatterà in maniera diretta o indiretta sulla questione Covid-19. Ci sono, invece, altre situazioni che evidenziano l’interesse egiziano nella lotta al Coronavirus, ad esempio il patto firmato con la cinese Sinopharm che fa del Paese un hub per la produzione dei vaccini. Tale punto di forza potrebbe tornare utile in termini diplomatici, di “vaccine diplomacy”, con i governi con i quali sta stringendo relazioni e non è improbabile che anche il Senegal possa trarre vantaggio da questo tipo di accordo. Quindi, nonostante si tratti di un’intesa di diversa natura, può avere riflessi su altre situazioni. Però questo ulteriore effetto subentra in un secondo momento e diventa prioritario qualora coinvolga quei Paesi che l’Egitto considerata di volta in volta “interessanti” nella sua ottica di “accerchiamento” dell’Etiopia. Basti pensare al dialogo avviato in queste settimane con il Burundi per una potenziale cooperazione medico-sanitaria: questo può essere un esempio già più calzante, in chiave “Covid-19”, rispetto a quello del Senegal.

Nonostante la presenza di “big player” internazionali nei mercati africani, pensa che l’Egitto abbia una via di accesso privilegiata? Cosa lo avvantaggia?

L’Egitto ha un vantaggio strategico dato dalla posizione: la sua forza è la geografia, che lo aiuta ad avere un ruolo decisivo in Africa. Però ci sono anche elementi politici ed economici che, oltre a farne un punto di riferimento per i “big player”, possono consolidare e aumentare il suo status e la sua presenza nel continente. Presenza che non è nulla di nuovo ma che, ripeto, è data dalla sua geografia perché, ricordando le parole di Nasser: “L’Egitto è un Paese arabo, musulmano e africano”. E i tre cerchi della politica del Cairo acquistano ora un nuovo vigore.

Questa strategia di investimenti porterà sicuramente benefici alle economie locali, ma attirerà anche capitali stranieri nei Paesi interessati? E in Egitto?

Sicuramente può avere dei riflessi per le aziende egiziane che vanno a investire negli Stati interessati dagli accordi. Gli investimenti stranieri in Senegal, invece, ci sono già – dalla storica presenza francese, alle monarchie del Golfo, ai turchi – e, in questo senso, forse l’Egitto è l’ultimo ad arrivarci. Il processo avviato dal Cairo non fa altro che rafforzare una dinamica di compenetrazione del continente che, senza guardare alla storia, va avanti da oltre un decennio. L’Egitto ha riscoperto la sua natura africana e sta cercando di colmare questo gap. Però l’iniziativa in sé è molto limitata: basti pensare che il valore dell’interscambio commerciale con il Senegal nel 2020 era di poco meno di 70 milioni di dollari. Per quanto le relazioni economiche abbiano prospettive di crescita, non impattano direttamente né sulla scala produttiva, né sulle capacità stesse del Cairo, ma possono agevolare l’ampliamento del commercio estero e del business egiziano verso il continente. Sicuramente il Senegal può rappresentare una porta d’accesso a un mercato di consumatori molto importante quale è l’Africa occidentale ma, come dicevo, l’accordo ha anche, e soprattutto, una valenza politica.

E l’Italia? Potrebbe trarre vantaggi da questo accordo? O, in generale, la nuova strategia messa in atto dall’Egitto può avere riflessi nel nostro Paese?

Nell’accordo in sé non vedo un effetto sull’Italia. Indiretto magari sì, per altri motivi. Però è anche vero che questi discorsi sono un po’ slegati, nel senso che l’interesse dell’Egitto per determinate tematiche deriva da situazioni di natura differente: a volte più politica, a volte il più commerciale, più economica, militare. Quindi, a seconda dei casi, le questioni si legano a interessi specifici e definiscono anche la materia oggetto di attenzione: le relazioni tra Italia ed Egitto sono legate ad altri contesti e, di conseguenza, se l’impatto c’è, è davvero minimo.

Qual è la situazione economica e finanziaria dell’Egitto?

Dal punto di vista economico e finanziario, l’Egitto non se la sta passando benissimo. Ci sono stati diversi “round” di svalutazione della lira egiziana nel recente passato e le molteplici richieste di aiuto rivolte al Fondo Monetario Internazionale esprimono un forte disagio, che è il riflesso delle politiche economiche e monetarie portate avanti dal governo. Da questo punto di vista, non ci sono elementi né innovativi, né tantomeno legati al nuovo scenario che si è venuto a creare, ma c’è una sorta di continuità rispetto al passato. Il punto è capire quanto effettivamente la pandemia abbia influenzato determinate situazioni, ovviamente in maniera negativa. L’Egitto ne ha subito con forza i contraccolpi: la spesa pubblica è in continua crescita e le ripetute esortazioni delle istituzioni internazionali a tagliare i sussidi, che costituiscono un’uscita significativa nel rendiconto generale dello Stato, dimostrano che è molto più facile a dirsi che a farsi, perché comunque i beni sussidiati sono necessari non solo a calmare le proteste sociali, ma hanno anche un elevato valore politico. Quindi, è chiaro che ci sono diversi aspetti che si incrociano e che non sono sempre direttamente riconducibili all’interesse politico o alla richiesta del soggetto che presta denaro per avviare delle riforme, in questo caso il Fondo Monetario Internazionale. Alcune riforme sono state attuate, ma questa è solo una minima parte rispetto a quello che sarebbe necessario fare per rendere l’economia egiziana meno statalista, più sburocratizzata e, soprattutto, efficace ed efficiente. A questo punto, però, parliamo di obiettivi di lungo periodo che sarebbero auspicabili in un contesto migliore. Con una situazione economica interna così complicata, è difficile rendere tali proposti realistici e attuabili.

Prospettive economiche dell’Egitto