• sabato, 2 Luglio 2022

PIL, la variante Omicron preoccupa. De Romanis: «I rischi sanitari potrebbero avere un impatto negativo»

Vacillano le certezze sul PIL. L’entusiasmo per l’inaspettato traguardo del +6,3% per la chiusura del 2021 si scontra con la paura per l’aumento dei contagi dovuto alla variante Omicron. «Potrà incidere sui prossimi dati, certo. I rischi sanitari dovuti alla variante e all’eventuale lockdown – come ricordano i previsori internazionali, dall’OCSE al Fondo Monetario Internazionale – hanno un impatto ovviamente negativo su aspettative di crescita del PIL», dice Veronica De Romanis, docente di European Economics alla Luiss di Roma e Stanford University di Firenze. «Il governo si augura comunque di recuperare entro la metà dell’anno prossimo il livello di PIL pre-pandemia, ma il punto è che quello non è il nostro obiettivo, perché significherebbe essere tra gli ultimi in classifica. Prima del Covid-19 eravamo un Paese che non cresceva, con una produttività ferma e con una disoccupazione terza in Europa, dopo la Grecia e la Spagna, con un debito pubblico secondo dopo quello greco… eravamo il fanalino di coda».

Qual è la vera sfida?

«Il PNRR: grazie a queste risorse europee dobbiamo cercare di recuperare 20 anni di declino. La vera scommessa è aumentare la capacità di produrre del nostro sistema economico, ecco perché bisogna agire non solo sugli investimenti. Dobbiamo cambiare il nostro contesto economico e, quindi, servono le riforme e la capacità di farle, introdurle, monitorarle e implementarle perché in passato non abbiamo dato grande prova».

La scommessa è anche portarle avanti, queste riforme…

«Certo e questo cambierà quello che si chiama PIL potenziale, che negli ultimi vent’anni è stato dell’ordine dello 0,2-0,3%. L’obiettivo che si è posto Mario Draghi è di raggiungere un livello europeo intorno all’1,2… questo fa capire quanta strada c’è da fare».

Da quale  problema partire per cambiare la situazione?

«Abbiamo un serio problema di capitale umano, quindi di formazione, perché se andiamo a guardare le statistiche abbiamo il più alto elevato di giovani che non studiano e che non lavorano, i cosìdetti neet, quasi il doppio della media europea (24,8 contro 14,4 per cento). Siamo tra i Paesi con il più grande abbandono scolastico, a livello di conoscenza il test Invalsi dice che quasi un maturando su due ha un livello da terza media, quindi è fondamentale investire qui. Poi per quanto riguarda le ragazze abbiamo un problema di occupazione femminile che è 13 punti, (53,8 contro 67,4 per cento), questo perché sono meno formate in quei settori dove c’è maggiore domanda di lavoro. Il governo dentro il PNRR ha messo delle risorse proprio per incentivare la presenza delle ragazze nelle formazione STEM».

Serve anche qualche cosa che esuli dall’apporto economico

«C’è un problema culturale, con stereotipi di genere che tolgono l’opportunità alle ragazze di fare una carriera lavorativa. Ma questa è solo una parte della storia. Poi servono asili nido, strutture per la cura, agevolazioni fiscali…».

E poi, a proposito di giovani e di carriere, c’è il problema della fuga dei cervelli: come possiamo bloccarla e convincere chi se n’è andato a tornare?

«Per rendere il nostro Paese attrattivo per chi vuole venire a investire o a lavorare è fondamentale aumentare la produttività totale dei fattori, cioè fare in modo che operare e investire in Italia sia qualcosa di favorevole. Per farlo bisogna cambiare il nostro contesto economico, ai giovani bisogna dare delle offerte di ampio respiro e una prospettiva di lavoro che sia basata sul merito, sulla competenza, sull’impegno e sulla serietà».

Qui stiamo parlando dei giovani formati, poi abbiamo un problema molto serio di disoccupazione

«Abbiamo affrontato la pandemia da terzi in classifica, dopo la Grecia e la Spagna, e qui il governo mette delle risorse soprattutto su due strumenti importanti: un miliardo e mezzo per rafforzare i dati tecnici e circa 600 miliardi per il sistema di alternanza scuola-lavoro, che in Germania funziona molto bene ed è fondamentale perché permette ai giovani che studiano di acquisire competenze che sono richieste dalle aziende. Però mi lasci dire che è fondamentale che ci sia un impegno della politica, perché questo sistema duale esisteva già in Italia e ed è stato depotenziato dal Conte 1 sia in termini quantitativi, quindi di risorse, sia qualitativi».

Il dubbio è se ci sarà un controllo sufficiente da parte di Bruxelles

«Sì, ma il vero punto è la nostra credibilità. Questi obiettivi li abbiamo scritti noi, ovvero dobbiamo rispettare una tabella di marcia che noi stessi ci siamo impegnati a fare. Siccome siamo il Paese non solo che riceve più soldi ma che ha deciso di utilizzare tutta la parte di debito, quindi sono circa 121 miliardi più o meno, da noi la responsabilità è doppia: nei confronti degli europei e delle future generazioni di italiani, che dovranno accollarsi il servizio di questo debito».

Quando vedremo i primi frutti?

«A metà dell’anno prossimo».

Quindi il tapering si avvicina?

«La presidenza della BCE è stata molto chiara, considera questa questa inflazione di tipo temporaneo, quindi si va avanti con il programma di acquisto di Stato almeno per tutta la seconda parte dell’anno prossimo e questo – per un Paese come il nostro, che ha un debito che ha raggiunto il 155% del PIL – è ovviamente positivo perché mantiene i tassi bassi, a cui bisogna unire e una politica fiscale espansiva che continua a essere attuata dal governo in un contesto in cui le regole fiscali europee per ora e per tutto l’anno prossimo saranno ancora sospese».

Il Fmi ha fatto le congratulazioni all’Italia per i livelli di crescita più alti della media europea

«Stiamo andando molto in alto perché siamo caduti molto in basso. Le stime Eurostat per la Grecia sono di oltre il 7, per l’Irlanda siamo oltre il 14, quindi oltre il 6% italiano sicuramente è incoraggiante però per ora si tratta di un rimbalzo dopo una caduta molto profonda, dove abbiamo perso 9 punti di PIL. Ora la vera scommessa è trasformare questo numero in una crescita strutturale, duratura, sostenibile e inclusiva».

Quindi torniamo ai giovani e alle donne…

«Questa è la vera scommessa del piano nazionale di ripresa e resilienza, cioè cambiare completamente il contesto economico per far fare un salto alla nostra capacità di produrre ricchezza attraverso le riforme».

Ora siamo in una fase di crescita, il fatto che potrebbe non esserci più Draghi a portarci avanti potrebbe dare uno stop a questa risalita?

«La stabilità è fondamentale in un’operazione come quella che stiamo facendo, cioè trasformare il sistema economico italiano… è chiaro che Draghi non è eterno e soprattutto penso che un Paese non lo cambi un uomo solo, bisogna che ci sia un sentire comune, una responsabilità della classe politica, delle parti sociali, delle aziende, delle imprese, dei consumatori, dei lavoratori. Insomma tutti noi dobbiamo partecipare a questo cambiamento, quindi un uomo solo può far qualcosa ma poi ci vuole la consapevolezza e la responsabilità di tutti».

Però la necessità di dare non parole ma attenzioni concrete al mondo dell’istruzione dei giovani e del lavoro sono temi che sono sempre stati sul tavolo politico…

«Se lei guarda i dati della incidenza della povertà assoluta dei giovani e degli anziani alla fine della crisi precedente, quindi il 2018, la percentuale dei giovani era molto più elevata di quella degli anziani. Eppure se andiamo a guardare la composizione della spesa abbiamo messo moltissime risorse della previdenza (siamo primi in Europa) e poco nelle politiche sociali, molto poco nella formazione e nella sanità e questo l’abbiamo visto».

Come rimediare?

«Dobbiamo capire che dato che siamo in presenza di risorse limitate e scarse dobbiamo metterle lì dove c’è più bisogno: in questo momento abbiamo di fronte due categorie che stanno pagando il prezzo più elevato, e già lo pagavano nella precedente crisi, ovvero come detto i giovani e le donne. Quindi su di loro dobbiamo investire».

I recenti dati sul lavoro denunciano 35mila occupati in più a ottobre, ma tutti uomini, dati Istat. Malgrado la ripresa nel complesso mancano ancora quasi 200 mila posti per tornare ai livelli pre-pandemia. Allora gli occupati erano 23.173.000, oggi sono 22.985.000. Sembrano in aumento tra i giovani e soprattutto che si nota una certa fiducia nel mercato, visto che  quasi 80 mila persone sono uscite dalle file degli inattivi

«Sulla situazione delle donne ci sbattiamo la faccia quotidianamente, bisogna affrontarla o saremo sempre a commentare e mai a cambiare».        ©

Antonia Ronchei

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