• venerdì, 27 Maggio 2022

Il ruolo ambiguo della Cina come mediatore tra gli interessi della Russia e il blocco occidentale

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L’astio di una parte dell’Ucraina nei confronti della Russia si radica in una serie di eventi avvenuti tra il 2013 e il 2015 e, addirittura, prima del secondo conflitto mondiale: l’accusa dell’URSS staliniana del “genocidio per fame” di Holodomor del 1932, la carestia provocata da Stalin che colpì l’Ucraina, causando milioni di morti.

Gli eventi degli ultimi giorni hanno risvegliato la necessità di facili identificazioni di appartenenza ideologica, politica e culturale. Tutto ciò giova però poco alla chiarezza e alla comprensione dell’agire degli attori in campo. E l’escalation continua: il “blocco continentale” tra embargo commerciali e chiusure di spazi aerei riproducono sempre più l’accerchiamento dei membri della Nato attorno all’orso russo. Ma non solo. Perché ad allinearsi questa volta c’è anche la Svizzera, andando oltre il suo storico ruolo neutrale (fu riconosciuta tale con il trattato di Parigi, il 20 novembre 1815).

A partire dall’ultimo anno almeno, il gioco di pesi e contrappesi dell’espulsione di diplomatici tra Occidente e Russia è culminato con l’espulsione dei 12 diplomatici russi presso l’Onu da parte Usa, nonché con l’ipotesi dell’esclusione della Russia dal Consiglio di Sicurezza. L’allerta del sistema di deterrenza nucleare da parte di Vladimir Putin, nonché la chiusura dello spazio aereo russo all’Occidente (in totale 36 paesi) tende sempre più a un’esclusione sistemica tra Russia e Occidente mai vista in precedenza, almeno a partire da Pietro il Grande, zar e primo imperatore di Russia a cavallo tra il ’600 e il ’700.

John Mearsheimer spiegava alla fine del 2014 su Foreign Affairs (non certo un organo del Cremlino) a chiare lettere perché la crisi ucraina sia un prodotto dell’Occidente: negare il colpo di mano dell’intelligence degli Stati Uniti e degli interessi Nato nel cambio di regime dal filorusso Viktor Yanukovich al filoamericano Arseniy Yasenyuk tra il 2013 e il 2014, è essere in malafede. 

Sono questi eventi che stanno alla base dell’invasione russa dell’Ucraina. Non si deve dimenticare che la Cina dichiarava – secondo documenti ufficiali – nel 2013 che avrebbe garantito per l’Ucraina nel caso di minaccia nucleare. Non è un caso quindi che il Paese si sia rivolto al Dragone per intervenire quale mediatore. Questi documenti ci sono stati segnalato da Samuel Richer, fondatore di Octobot, società francese di intelligence economica specializzata nella Cina. Egli ci chiarisce il senso dell’astensione cinese in sede del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il cui significato è stato amplificato in molti sensi dagli analisti e, soprattutto, come segno di distanza della Cina nei confronti della Russia. Un atteggiamento invece tipico della Cina, che anche in passato non si è mai esposta con un veto, giocando con sapienza a suo favore il rispetto formale delle istituzioni multilaterali. Al contempo, non si può ignorare la facile analogia tra l’Ucraina e il caso di Taiwan. «È sempre stata una parte inalienabile per noi. Questo è un fatto legale e storico indiscutibile», ha detto il ministero degli Esteri cinese. Ciononostante, Taiwan ha chiesto all’esercito di tenersi pronto e aumentare la sorveglianza, temendo che in questa congiuntura Pechino possa decidere di sfruttare il caos in Europa per tentare una riunificazione manu militari. In questo senso, i due teatri geopolitici vanno pensati intricati, benché non direttamente, nonostante la differenza della percezione ufficiale cinese. 

«Mentre Biden ha chiarito da subito che non vi sarebbe stato alcun intervento militare diretto da parte Usa in Ucraina, la garanzia statunitense nell’indo-pacifico è di tutt’altro tenore», dice Richer. Come si evince dalla mappa elaborata da Le Monde Diplomatique (in basso a destra), la Cina si trova tra la V e la VII flotta americana, nonché accerchiata di fatto da innumerevoli basi americane. In questo senso, si può dire che si trovi come la Russia presa dalla paranoia dell’accerchiamento, che però è ciò che caratterizza ogni grande potenza, come ricorda il politologo americano John Joseph Mearsheimer: la Russia nella crisi ucraina sta applicando la sua propria “dottrina Monroe”. «Nel campo delle relazioni internazionali», afferma il politologo tedesco Herfried Münkler «era dominante il normativismo istituzionalista, così che i pochi, che pensavano attraverso le categorie del realismo politico, venivano marginalizzati. In questo senso, la situazione attuale è anche il disastro di una determinata prospettiva scientifica». 

Ormai i Paesi dell’Ue appoggiano da giorni l’Ucraina con rifornimenti militari e logistici. In effetti, Élie Tenenbaum nel Briefing dell’IFRI (Institut français de relations internationales) del 24 febbraio sulla guerra ucraina conclude che l’unica risposta è l’alimentazione e il sostegno materiale «a movimenti di resistenza che non mancheranno di sorgere». Le analisi più lucide partono dal fatto che la battaglia militare convenzionale l’Ucraina l’ha persa: perciò si è giunti da subito a distribuire armi ai civili volontari dai 18 ai 60 anni. Münkler osservava già che la geografia dell’Ucraina non ne permette di garantirne rifornimenti costanti: il Mar Nero è impraticabile per via della presenza della flotta russa, lo spazio aereo ucraino è pressoché controllato dai russi dalla Bielorussia e dal Donbass, per non parlare delle dichiarazione di Putin di abbattere ogni mezzo che rifornisca armamenti all’Ucraina. Inoltre, la Turchia ha chiuso a ogni nave il Mar Nero, garantendone di fatto il monopolio alla marina russa stazionata a Sebastopoli.

Vi sono poi le sanzioni, la cui efficacia è in verità difficile da vagliare, nonostante la retorica occidentale. Si dice che la Russia abbia ridotto le forniture di gas agli stati europei, in realtà sono stati gli europei ad aver chiesto un cambio delle forme contrattuali delle forniture, spiega Demostenes Floros, analista geopolitico, dalla fissazione del prezzo al barile del petrolio per contratti decennali, si è passati al prezzo fissato secondo i contratti take or pay, aumentandone pertanto il prezzo, per tacere del reverse flow avvenuto alla fine dell’anno scorso in cui Germania e Francia hanno guadagnato di 4/5 volte sugli stock di gas russo, già pagato nel quadro dei contratti di lungo termine, rivendendolo alla Polonia. Ciononostante, Gazprom conferma il 27 febbraio l’invio di 107,5 milioni di metri cubi in conformità alle richieste dei consumatori europei. Il cambio della forma contrattuale è un chiaro tentativo (illusorio) di decoupling dalla Russia avvenuto contestualmente alla retorica della transizione ecologica e dalle vuote promesse dello shale gas americano. 

In queste pagine, Sara Zolanetta ha evocato le possibili sponde del Cremlino per avere se non un ampio, certamente un discreto respiro a fronte delle sanzioni e dei blocchi aerei e navali da parte dell’Occidente. In questa equazione spicca ovviamente il ruolo della Cina. 

In questo contesto, Richer invita a riflettere su un aspetto: se la Russia, esclusa dai circuiti internazionali sarà spinta inevitabilmente ancor più verso la Cina, al contempo però la Cina sarà globalmente meno dipendente dalla Russia. Tuttavia, lo specialista in questioni economiche asiatiche e internazionali Hubert Testard punta l’attenzione sui rinnovi delle forniture di gas russo verso la Cina, con l’aggiunta di progetti al 2024 e 2030 per aumentarne i volumi, che non potranno però supplire al mercato europeo (136 miliardi di metri cubi nel 2021), tra cui anche il gasdotto Power of Siberia 2, che permetterà di far fluire secondo le necessità il gas o verso l’Europa o verso l’Asia. E non dimentichiamo l’aumento delle importazioni cinesi di cereali russi, nonché i 100 milioni di tonnellate di greggio russo verso la Cina per i prossimi 10 anni.

Certamente, si tratta di una congiuntura in cui le relazioni tra i giganti asiatici si intensificheranno. Si deve aggiungere qui che l’esclusione da parte occidentale della Russia dal sistema di pagamenti SWIFT è – come quasi sempre – un’arma a doppio taglio: da anni ormai Cina e Russia stanno sviluppando un loro proprio sistema di pagamenti rispettivamente SFPS e CIPS (Cross Border Interbank System) e la nuova congiuntura non può che spronare loro a un maggiore sviluppo di tali sistemi per rendersi sempre più autonomi. Al contempo permane il fatto che – benché in crescita – resta un sistema di pagamenti attrattivo esclusivamente per i cosiddetti “stati canaglia”, dall’Iran alla Corea del Nord al Myanmar. L’avvenuta esclusione da SWIFT del sistema finanziario russo esclude tuttavia l’attore chiave, Gazprombank, attraverso la quale le forniture europee vengono pagate. Infatti, da oggi l’Ue paga al giorno quasi 1 miliardo di euro tra gas e petrolio alla Russia dato l’aumento dei prezzi del 60% da inizio anno. 

Inoltre, ci si chiede se la Cina fosse già al corrente delle mosse di Mosca, almeno dall’incontro di Pechino del 4 febbraio durante le cerimonie delle Olimpiadi invernali. «Sembra evidente che Putin abbia informato Xi Jinping delle sue intenzioni sul Donbass, infatti le comunicazioni ufficiali hanno sempre sostenuto a spada tratta le posizioni russe, salvo poi manifestare dubbi sull’avanzata russa verso Kiev», dice Richer. In effetti, le prospettive di interdipendenza geo-economica sino-russa sono anche da moderare dalle direzioni prese, come si legge in Channel News Asia, da «almeno due delle più grandi banche pubbliche cinesi, ICBC e Bank of China, che stanno restringendo i fondi per l’acquisto di merci russe».

In merito, Richer osserva e che «nel caso la Russia avesse come unico sbocco del suo export la Cina, quest’ultima potrebbe sfruttare ampiamente i bassi prezzi che il Paese di Putin sarebbe costretto a farle». Dal flusso delle ultime notizie, insomma, appare chiaro che la Cina assumerà sempre più la posizione di mediatore tra gli interessi russi e il blocco occidentale, al cui mercato ovviamente Xi non vuole rinunciare. L’improbabile coppia Russia-Cina è così il risultato della cecità strategica dell’Occidente, nonostante le zone di tensione sino-russe sui confini siberiani. Lo scontro con la Russia ha allontanato un possibile interlocutore per l’interazione con la Cina, fornendo a quest’ultima un’incredibile occasione per mostrarsi paladina della pace mondiale.     

Edoardo Toffoletto         

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