sabato, 2 Marzo 2024

Donne senza lavoro, dallo sport l’allerta. Salis, CONI: «Violenze legate al reddito»

Sommario

In Italia la metà delle donne non lavora. Siamo ultimi in Europa per occupazione femminile, dice l’Istat. Così per la mancanza di stipendio, e quindi dei soldi necessari, lo sport si trasforma in un lusso per poche privilegiate. «Il gender gap è un tema economico, non solo sociale», dice Silvia Salis, ex martellista della nazionale azzurra, Vicepresidente del Safeguarding Office della FGI (Federazione Ginnastica d’Italia) e prima donna a ricoprire il ruolo di Vicepresidente vicario del CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano). Atleta professionista, laureata in Scienze Politiche, ha partecipato alle Olimpiadi e a numerose competizioni internazionali. Da poche settimane è anche madre, di Eugenio. «Mi sono presa un mese per sistemare un po’ le cose e me stessa. Ho degli aiuti, un impiego che mi permette di poter essere indipendente, di rientrare a lavorare. Il problema è quando non si ha né una rete familiare né tutele sindacali. In quel caso la maternità è difficilissima da gestire e porta all’isolamento. Se non hai un asilo in cui lasciare il bimbo, se non hai nessuno al quale affidarlo, come fai a tornare al lavoro? Dovrebbero esistere servizi pubblici, che oggi non abbiamo».

Come diceva, la questione è economica…

«La parità di genere si traduce in occupazione femminile, in tutela della maternità e in un welfare efficace che se l’Italia adottasse creerebbe crescita sociale e sviluppo. Se il 50% delle donne occupabili di un Paese non lavora è innegabile che si sia di fronte a una questione economica. Sono disoccupate, non perché non trovano impiego, ma perché non ci sono servizi pubblici che possano garantire la cura dei loro cari: bambini, anziani, parenti malati. Sono le donne, in genere, a licenziarsi per dover assistere la famiglia. È vero che i dati sull’occupazione femminile nei decenni sono migliorati, però così lentamente che restiamo ancora ultimi in Europa. Le nuove generazioni ci guardano e traggono insegnamento da quello che vedono. Sia per i giovani uomini sia per le giovani donne, ispirarsi a un mondo paritario può solo generare benessere. Un Paese dove le donne lavorano e sono indipendenti è più ricco. Sappiamo bene come la violenza domestica sia legata al reddito. Ed è frutto, appunto, di un problema di finanze. Tante mogli subiscono per anni ripetute aggressioni da parte dei partner perché non hanno alternativa. È altissima la percentuale di donne in Italia che non hanno un conto in banca e non l’hanno mai avuto, che non hanno mai lavorato, che non riescono a scappare da relazioni tossiche, in quanto non hanno alcun appiglio che consenta loro di sostentarsi. Non possiamo permetterlo. I bambini intorno a loro cresceranno credendo che quel modello sia normale. Questo è un danno enorme per il futuro dell’intera collettività».

Nello sport c’è tanta disparità di genere?

«Ad alto livello la pratica sportiva – pensiamo ai qualificati alle Olimpiadi – ormai è equamente suddivisa tra atleti uomini e atlete donne. C’è stato un progresso positivo su questo fronte. Diversa è la realtà non agonistica: le donne praticano meno sport e smettono prima. Lo sport nell’immaginario collettivo è inteso come un’attività più frequente e più radicata nella vita degli uomini, mentre le donne spesso, crescendo e diventando adulte, lo abbandonano. Per tanti motivi. Il principale è che nella maggior parte dei casi la cura dei cari è affidata alle donne e per chi lavora vuol dire non avere tempo per nessun’altra attività: il tempo libero lo si dedica interamente alla famiglia…».

Realtà fotografata anche in un report…

«Sì, con la Fondazione Lottomatica insieme alla Fijlkam (Federazione Judo, Lotta, Karate ed Arti Marziali) e al Censis abbiamo elaborato il report Donne, lavoro e sport in Italia – Per la crescita dei territori e del Paese, analizzando le differenze nei dati tra uomini e donne, nonché tra Nord e Sud Italia. L’obiettivo era sottolineare la connessione tra l’indipendenza economica femminile e quindi il rapporto tra carriera, formazione e sport. Non è un caso che le donne più istruite e che lavorano praticano più attività sportiva. Le informazioni emerse dalla ricerca hanno confermato che lo sport è fortemente legato all’emancipazione femminile, perché ha un risvolto economico. Andare in palestra o coltivare la passione per una disciplina sportiva costa e pesa sul bilancio di ogni lavoratore. La forbice del divario tra regioni settentrionali e meridionali è enorme, in generale nella pratica sportiva e in particolare in quella femminile. Il Sud Italia ha numeri inferiori in tutti i marker monitorati. Notiamo una grande carenza di impianti, pochi strumenti per allenarsi nelle scuole e un tasso di disoccupazione che non consente alle famiglie di sostenere le spese per praticare sport. In alcune Regioni meridionali, i risultati emersi per le donne sono drammatici: il tasso di disoccupazione femminile sfiora il 70%».

Qual è il destino per le carriere delle atlete che diventano mamme?

«Ci sono stati casi in Italia di atlete alle quali non è stato corrisposto lo stipendio durante il periodo di gravidanza. Le cose stanno cambiando. Il Governo ha istituito nel 2018 un fondo maternità per lo sport. Ho fatto parte di una commissione che ne ha stabilito i criteri. Prevede un sussidio di 10mila euro per i 9 mesi di gestazione. Le donne che praticano attività sportiva a un certo livello possono fare domanda e, se si rientra nei parametri prestabiliti, si accede automaticamente. Non è sufficiente, ma è un passo in avanti importante. La maternità è un momento molto delicato per un’atleta perché impatta clamorosamente sul fisico. In più non tutte le gravidanze hanno lo stesso decorso, non tutti i nati hanno le stesse esigenze, quindi il rientro varia da situazione a situazione. Ci sono donne che sono tornate più forti di prima, tante che non sono più riuscite ad esprimersi ad alto livello, altre che non hanno più partecipato a competizioni agonistiche. La casistica è infinita. I corpi sono molto diversi tra di loro e hanno reazioni diverse».

Come si possono prevenire molestie e abusi?

«Lo sport è un universo ideale: stile di vita regolare, alimentazione sana, si promuove l’onestà, i risultati si raggiungono con fatica e non attraverso il favoritismo. Valori essenziali per i giovani. È però fatto da milioni di persone, di ogni tipo. Serve perciò identificare eventuali abusi e intervenire velocemente, apportando correttivi affinché non si ripetano. Anche un solo caso è troppo. Non dovrebbero mai verificarsi, in nessuna disciplina. Le Procure delle Federazioni sportive e i Safeguarding Office sono i due strumenti a disposizione per denunciare e tutelare gli atleti. Il primo segue le vie legali della Federazione di riferimento con indagini volte a verificare l’accaduto, il secondo raccoglie le segnalazioni (anche anonime) di molestie personali e/o verso altri e produce raccomandazioni che vengono inviate agli organi competenti».

La presenza femminile in ruoli dirigenziali nel management sportivo è una rarità?

«I numeri sono abbastanza sconfortanti. Solo il 15% dei dirigenti sportivi nazionali è donna. Un dato ben lontano dalle quote di genere imposte dal Comitato Olimpico Internazionale, che prevederebbero la presenza femminile al 33% nelle dirigenze del CONI e delle Federazioni. La situazione attualmente è ancora critica. Il problema è sempre lo stesso: cosa può fare una donna del suo tempo libero? A cosa può dedicarlo? Fare il dirigente sportivo, il Presidente di una società, significa trascorrere i weekend lavorando, portare in giro i figli di altri a gareggiare, seguire la squadra in trasferta. Bisogna anche considerare che la dirigenza sportiva sul territorio è sostanzialmente gratuita, frutto dell’impegno di tanti volontari amanti dello sport. È utile ricordare che il concetto della parità di genere porta con sé quello che si può definire il “contagio”. Se una ragazzina viene allenata da una donna, ha una dirigente della società sportiva donna, è indotta a pensare che non sia impossibile fare quella carriera. Finché però i numeri sono così scarsi, si crea quell’effetto di indiani nella riserva. Si deve proteggere quel numero lì, che né cresce né cala. Una presenza femminile più diffusa, invece, darebbe vita a un effetto domino».

Quali interventi sarebbero necessari affinché le donne possano conciliare tempi di lavoro e tempi di vita?

«Serve una riforma concreta del welfare, non provvedimenti spot per tamponare le emergenze. Per renderla operativa ed efficace bisognerebbe poi trovare delle risorse, dei fondi dedicati. Altrimenti nulla cambia, i buoni propositi restano solo sulla carta e il reale accesso ai servizi diventa utopia. Servono interventi diffusi sull’assistenza agli anziani, sulla cura dei bambini, sui servizi offerti dagli asili, dalle scuole, sul diritto allo sport. La pratica sportiva non deve essere più intesa come una spesa per le famiglie, ma come un diritto per tutte le fasce d’età. Gli effetti positivi sarebbero notevoli. Basti pensare ai benefici che deriverebbero dal garantire lo sport per gli anziani, con conseguente riduzione dei costi per il Servizio Sanitario Nazionale. Un esempio. In Spagna, hanno scelto politiche di welfare incisive con tutele per le fasce deboli, per l’infanzia, per le scuole. Ciò ha portato a far crescere il tasso di occupazione femminile. È ovvio: riesco a far carriera se quando rimango incinta non devo più lasciare il lavoro o passare al part-time, oppure inventarmi acrobazie perché non so dove lasciare mio figlio, come assistere mio zio o mio padre malato. Non è uno scoglio insormontabile, anzi. Sarebbe sufficiente potenziare la rete dei servizi sociali. Si creerebbero così nuovi posti di lavoro e si ridurrebbe il tasso di disoccupazione, soprattutto tra le donne. Inoltre, aumenterebbe la natalità. La maggior parte delle coppie non fa figli, non perché non li vogliano, ma in quanto non possono badare al bambino 24 ore tutti i giorni. La donna dovrebbe licenziarsi e con un solo stipendio non potrebbero più pagare l’affitto, il mutuo, le bollette: non avrebbero più le risorse per sopravvivere. Le neomamme con partita Iva tra gravidanza e post partum magari stanno un anno senza percepire nulla. Non è semplice».

Nel lavoro sportivo esiste un problema di tutele e garanzie reddituali?

«Partiamo da un’osservazione commerciale. Più uno sport riscuote attenzione, più muove interessi economici che si riflettono negli stipendi degli atleti. Se milioni di italiani seguono una determinata disciplina sportiva si hanno maggiori rendite sui diritti tv, sugli sponsor, sul merchandising, sui biglietti delle partite. I compensi sono proporzionati al volume di questo business. È normale che sia così, altrimenti le società sportive fallirebbero. Diverso è il discorso delle tutele: le garanzie che ha un atleta quando si infortuna, quando fa un figlio, quando per qualsiasi motivo non può gareggiare per un periodo. Su questo fronte bisogna pretendere la parità. E soprattutto sulla tranquillità di poter praticare lo sport come attività unica, sapendo di poter godere delle stesse tutele che hanno tutti i lavoratori. Si tratta di un problema che in Italia riguarda sia uomini sia donne che svolgono attività sportiva a livello professionistico. Una questione sulla quale servirebbero interventi mirati del Governo, perché le realtà agonistiche sul territorio non hanno le risorse per farsi carico anche degli ammortizzatori sociali da erogare agli atleti. Serve un sistema di tutele, garantito dallo Stato, che non può ricadere sulle società sportive. Si sta muovendo qualcosa, però sono processi molto lunghi, perché comportano uno stravolgimento del concetto di lavoro. Anche qui, la discussione è di natura economica: le tutele, benché siano temi sociali, di emancipazione, di dignità, alla fine si risolvono sul tema del reddito».

Quali sono oggi le priorità sulle quali intervenire nello sport italiano?

«Lo sport ha una rilevante valenza pedagogica. Merita attenzione. Sono le società sportive, i luoghi dove si pratica sport, che crescono gli italiani del domani. È un mondo al quale è delegata una grande responsabilità. Sono 3 oggi i punti sui quali intervenire.

1. Diritto allo sport: entrato in Costituzione di recente. Deve essere reso concreto, pubblico e accessibile a tutti.

2. Infrastrutture: servono più impianti e distribuiti omogeneamente in tutte le regioni d’Italia.

3. Sostegni economici alle società sul territorio: lo sport è la terza agenzia educativa del Paese e come tale deve essere trattata, a partire dalla più piccola società di provincia». ©

Articolo tratto dal numero del 1 dicembre 2023 de il Bollettino. Abbonati!

📸 Credits: Canva

Giornalista professionista appassionata di geopolitica. Per Il Bollettino mi occupo di economia e sviluppo sostenibile. Dal 2005 ho lavorato per radio, web tv, quotidiani, settimanali e testate on line. Dopo la laurea magistrale in Giornalismo e Cultura Editoriale, ho studiato arabo giornalistico in Marocco. Ho collaborato a realizzare in Saharawi il documentario La sabbia negli occhi e alla stesura della seconda edizione del Libro – inchiesta sulla Statale 106. Chi è Stato?