giovedì, 23 Maggio 2024
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Dopo guerre, siccità e caro prezzi, un nuovo pericolo incombe sul mondo del food: l’ideologia alimentare. I bollini fronte pacco e il Nutri-score introdotti dall’Unione Euorpea trasformeranno il cibo nel nuovo iPhone? «Dicono che alcuni cibi influiscono negativamente su salute e sostenibilità, per questo dovremmo eliminarli e sostituirli con altri che hanno un minore impatto sul notro corpo e sull’ambiente. C’è la pretesa di imporre alcuni nutrienti rispetto ad altri, senza tenere presenti le peculiarità di ciascun territorio. C’è anche il tema del costo della transizione, l’industria tenderà a chiudere.

Lo vediamo con il Nutri-score, che penalizzando alcuni prodotti spinge le aziende a riformulare i prodotti per diventare Green, modifica il gusto, la fragranza. Chi non riesce a cambiare rischia di uscire dal mercato. Ma chi cambia modifica per legge la formulazione dei suoi prodotti, andando contro la tradizione. Un pericolo che riguarda la stessa dieta mediterrranea», spiega Pietro Paganini, Presidente del centro studi Competere.eu, docente in Business Administration alla Temple University di Philadelphia e autore del libro iFood: come sottrarsi all’ideologia alimentare?, edito da Guerini e Associati.

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Parliamo della tendenza all’iPhonizzazione del cibo a discapito della diversità alimentare. Che cosa significa e che conseguenze potrebbe avere?

«È una provocazione, un parallelo con l’iPhone o prodotti simili globali in un’economia di scala. Hai un prodotto venduto così com’è senza modifica per adattarlo ai gusti di ogni Nazione. Questo non solo perché rispondono alle esigenze di tutti, ma anche perché c’è un’omogenizzazione del gusto. Con il cibo stiamo andando nella stessa direzione, con una differenza. Mentre gli altri prodotti sono imposti attraverso marketing e un processo globale, per quanto riguarda invece il cibo l’omologazione è imposta attraverso una serie di politiche pubbliche, che vanno sotto la definizione di salute pubblica e portano a eliminare alcuni nutrienti, imponendone di nuovi che hanno dei gusti e delle caratteristiche globali. Elementi che aiutano le imprese a mettere sul mercato alimenti che vanno bene in tutto il mondo. Questo fa sì che gli alimenti locali, come quelli che compongono la dieta Mediterranea, rischino di essere spazzati via. Questi strumenti sono i bollini fronte pacco, come il Nutri-score, le tasse di scopo, ma anche la dieta planetaria. Assistiamo al tentativo di porre rimedio ai problemi di obesità e sostenibilità identificando prodotti con caratteristiche ben precise che dovrebbero essere consumati come dieta planetaria a livello globale».

Il Nutri-score è parte integrante di un fenomeno che penalizzerebbe in particolare le piccole aziende

«Esatto, è chiaro che una multinazionale è in grado di differenziare prodotti e trasformarli o crearne di nuovi Green che rispondano alle linee guida e diffonderli facilmente a livello globale. Le piccole aziende di tutta Europa, invece, non riusciranno a resistere alla concorrenza. Questo è il male economico che alcune di queste politiche possono portare con sè. Se guardiamo la composizione del Nutri-score, scopriamo che sono tutte le grandi aziende a livello globale, sia in Francia sia in tutto il resto del mondo, perché possono permettersi di differenziare la produzione».

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Quanta consapevolezza c’è nelle Istituzioni, italiane ed europee, e nell’opinione pubblica a proposito di temi come il Nutri-score?

«L’Italia ha sposato questo tema in risposta al Nutri-score perché si è accorta che colpisce l’azienda. Non si è colto che queste politiche vanno a colpire anche un elemento fondamentale: la libertà di scelta. Di fatto il consumatore con un bollino o una tassa viene indotto verso una direzione. Il consumatore dovrebbe essere educato a conoscere cosa mangia, al di là dei bollini che ti dicono solo che qualcosa è salutare o meno, ma non dicono perché. C’è una superficializzazione della realtà».

Per quale ragione?

«È una problematica che troviamo principalmente a livello istituzionale, perché davanti al problema obesità e malattie non trasmissibili il legislatore non investe su un processo articolato di informazione nei confronti del cittadino per renderlo consapevole. A questo si preferisce l’imposizione dall’alto su cosa mangiare, come se fosse una scienza. Ma è scienza di Stato, politiche totalitarie che si vergognano di definirsi tali. Di conseguenza, assistiamo a un fallimento nelle politiche dell’alimentazione, poiché compiamo scelte sbagliate. La mia paura è che molti a livello istituzionale fatichino a pensare che sia il cittadino a fare le sue scelte in autonomia. L’obesità non è un problema di nutrienti, ma alla base c’è un ventaglio di ragioni. Ognuno reagisce a un prodotto in maniera diversa, a seconda del nostro DNA e del metabolismo. È un problema gravissimo con costi sociali ed economici importanti, va affrontato e capito. Il problema si riassume tutto in una equazione energetica: quanto assumo in termini di calorie e di quanto consumo. Il punto è come ognuno di noi interviene».

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Prendo in prestito il titolo del libro: come sottrarsi all’ideologia alimentare, rappresentata dal Nutri-score?

«C’è una soluzione. L’educazione facilitata dallo strumento tecnologico, cioè l’internet delle cose e l’intelligenza artificiale, che ci aiutano ad analizzarli. Ad esempio, ci ricordano di assumere proteine, vitamine. Stiamo andando verso quella direzione. Se non è regolata, è pericolosa, ma è uno strumento utile se lo utilizziamo bene. Non perdiamo tempo con bollini, tasse di scopo. Pensiamo alla tassa sullo zucchero. Queste politiche proibizioniste, anche se per scopi egregi, non portano i risultati sperati. Non aiutano a scegliere criticamente, facendo gli errori e ad imparare. É paradossale che andiamo a scuola per anni, impariamo di tutto, ma poi non sappiamo cosa scegliere. C’è un grande fallimento delle politiche di educazione alimentare. Non è l’ingrediente, ma la dose a fare male. Tutto può essere o non essere veleno. Il tema è aiutare 8 miliardi di persone ad avere accesso ad alimenti sani».

Quanto ci costa questo approccio ideologico?

«Riconoscendo anche il diritto dell’individuo di mangiare male, poi i costi non dovranno ricadere sulla comunità. Dobbiamo convincere le istituzioni europee a non perdere tempo dietro ai bollini. Chiaramente l’educazione del cittadino richiede tempo e volontà. Mi stupisce che ancora oggi a Bruxelles mi venga detto che le persone non hanno tempo di scegliere quando vanno al supermercato. Questo è il fallimento dell’emancipazione: la dieta mediterrranea rischia di venire eliminata a favore di diete artificiali. Dall’altro lato, dobbiamo potenziare il ruolo dei consumatori attraverso la tecnologia. È importante sviluppare un’industria del food legata all’Intelligenza Artificiale in Europa. I nostri dati devono però rimanere protetti, dobbiamo sempre avere il diritto di scelta».

Tra le manifestazioni di questo approccio c’è anche il no alla carne sintetica?

«La scienza deve migliorare continuamente. La mia posizione è equilibrata, da una parte non si può imporre una transizione dalla carne tradizionale a quella sintetica. Altrimenti succede lo stesso della plastica, quindi è bene che i passaggi siano graduali, anche perché l’industria della carne ha un indotto importante. Allevamenti intensivi da noi vuol dire pochi impiegati, ma nei Paesi in via di sviluppo vuol dire tante persone occupate. Non dimentichiamo, al contempo, che la produzione animale ha un impatto in termini di emissioni di CO2. Il divieto all’innovazione vuol dire rinunciare a una potenziale opportunità economica, di sviluppo. La scelta migliore sta nell’equilibrio: va verificato che non abbiamo conseguenze sul nostro organismo. Dopodichè, bisogna sempre misurare l’impatto ambientale lungo tutta la filiera produttiva».

Parliamo appunto di innovazione. Quali tecnologie hanno il maggior potenziale per aumentare la sostenibilità e risolvere problematiche che affliggono il settore, quali lo spreco e l’iniqua distribuzione alimentare nel mondo?

«Se lo guardiamo dal punto di vista della sostenibilità, il tema è trovare le tecnologie che aumentano la produttività e diminuiscono l’impatto che hanno sull’ambiente, contenendo al tempo stesso i costi. Dalla parte del consumo, dobbiamo immaginare strumenti di Internet of Things e intelligenza Artificiale che possono aiutarci a non sprecare il cibo. La tecnologia può ricordarci cosa abbiamo nel frigorifero per fare una spesa efficiente, facendoci sapere di cosa il nostro corpo ha bisogno e aiutarci a fare una dieta. Questa è la direzione verso la quale dobbiamo andare, rinunciando al comportamento di chi dice che il cibo che produce è il migliore, fa lobbying e cerca di condizionare le politiche pubbliche secondo i suoi interessi».

Quanto alla libertà di scelta dell’individuo e al ruolo della scienza?

«Il libro vuole aiutare il consumatore a capire le dinamiche dietro le scelte alimentari e rifocalizzare il ruolo della scienza, che non è fonte di verità ma di confronto, quindi muta continuamente. È un elemento su cui non dovremmo arroccarci su posizioni ideologiche. L’ultimo studio dell’Istituto Carapelli sottolinea l’impatto positivo dell’olio di oliva sulla parte fisiologica, dimostrando che quello che si vede nei consumi è vero: contribuisce a ridurre l’obesità. Può funzionare da medicina, in dosi equilibrate: il problema è che oggi ne produciamo poco a causa anche dei cambiamenti climatici. Questo fa sì che il prezzo aumentino e la gente ne compri di meno. Se è buono dobbiamo promuovere la produzione e il consumo, non imponendolo ma trovando politiche che consentano di migliorarne la produttività. Anche il tema dell’eticità del marketing è importante. Il cibo ultra processato, ad esempio, ha 5 diversi ingredienti messi insieme. Bisogna distinguere tra l’aggiunta di un additivo per garantire la durata del prodotto oppure di altri. In Europa si tende a bollare alcuni prodotti: pensiamo all’olio di palma, demonizzato fino a che non ci siamo resi conto che in alcuni casi è l’alternativa migliore». ©

📸 Credits: Canva.com

Articolo tratto dal numero del 1 gennaio 2024 de il Bollettino. Abbonati!

📩 [email protected]. Il mio motto è "Scribo ergo sum". Mi laureo in "Mediazione Linguistica e Interculturale" e "Editoria e Scrittura" presso La Sapienza, specializzandomi in giornalismo d’inchiesta, culturale e scientifico. Per il Bollettino mi occupo di energia e innovazione, i miei cavalli di battaglia, ma scrivo anche di libri, spazio, crypto, sport e food. Scrivo per Istituto per la competitività (I-Com), Istituto per la Cultura dell'Innovazione (ICINN) e Innovative Publishing. Collaboro con Energia Oltre, Nuova Energia, Staffetta Quotidiana, Policy Maker e Giano.news.