venerdì, 19 Aprile 2024

Tennis: sul salario minimo vincono solo gli uomini

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Il 2024 del tennis si apre ottimamente, ma non per tutti. Con l’Australian Open, il primo dei “tornei che contano” nel corso dell’anno, tenniste e tennisti azzurri fanno segnare nuove performance da campioni anche all’altro capo del mondo. Jannik Sinner, in piena ascesa, custodisce in salde mani il nostro futuro nella racchetta. Ma quest’anno è anche l’avvio di un nuovo paradigma di sostenibilità e inclusività sociale nella disciplina, grazie all’introduzione dell’iniziativa Baseline, che garantisce ai giocatori una sorta di salario minimo a tutela dagli imprevisti o dai fiaschi sportivi (ne avevamo parlato anche qui). Non così per il lato femminile dello sport, che rimane tagliato fuori.

Una “linea di fondo”

Il problema della sicurezza finanziaria rappresenta da sempre una spina nel fianco nel mondo del tennis. I giocatori, professionisti individuali, ottengono il loro sostentamento soprattutto dai montepremi dei tornei e dalle sponsorizzazioni. Le entrate, di conseguenza, possono essere particolarmente imprevedibili e sensibili a una molteplicità di variabili. In particolare, l’incertezza più grande viene dal rischio di infortuni e altri incidenti riguardanti la forma fisica. Uno stop di pochi mesi, nel periodo sbagliato dell’anno, può seriamente compromettere gli introiti stagionali.

I costi, al contrario, sono per lo più fissi, e pesano tutti sull’atleta. Dallo stipendio di allenatori, preparatori atletici, a quelli dei numerosi viaggi per partecipare agli incontri importanti. A differenza degli sportivi di discipline di squadra, spesso assunti a contratto da una franchigia capace di tutelarli moderatamente in caso di imprevisti, i tennisti sono in tutto e per tutto responsabili per se stessi. Un aspetto che non può non pesare sulla categoria, specie se si tiene conto dell’enorme sperequazione nella distribuzione di sponsor e montepremi.

La differenza tra i primi venti e i giocatori in fondo alla top 100 è spesso di poche centinaia di punti, ma diversi milioni di euro all’anno. Baseline, un’iniziativa avviata come sperimentazione dall’ATP (Association of Tennis Professionals) da gennaio di quest’anno mira proprio a contrastare questa incertezza. Costituirà una “linea di fondo” (appunto, baseline) al di sotto della quale lo stipendio dei giocatori (almeno i primi 250 in classifica) non possa scendere. Un bel passo avanti, da cui le colleghe donne restano escluse.

Che cosa manca

Per il tennis in rosa non esiste una soluzione del genere. Un fatto che fa riflettere, se si considerano le disparità salariali già presenti. Si stima che nel 2023, il numero uno del singolare maschile, Novak Djokovic, abbia guadagnato circa 38 milioni di dollari (poco meno di 35 milioni di euro) tra sponsor e premi sul campo. L’omologa “al femminile”, la polacca Iga Świątek, ha raggiunto 23,9 milioni di dollari (quasi 22 milioni di euro. E se non si possono obbligare gli sponsor a finanziare lo sport femminile, certo si può intervenire sui montepremi.

Anche su questo fronte, molto lavoro resta da fare. Nel corso della stagione appena passata, i primi dieci tennisti dell’ATP hanno messo da parte un malloppo da 44,9 milioni di dollari (41,2 milioni di euro). Le colleghe della Women’s Tennis Association (WTA), appena 32,9 (30,2 milioni di euro), o il 27% in meno (Sportico). D’altronde, laddove l’insicurezza finanziaria colpisce abbastanza omogeneamente entrambe le leghe, – man mano che si scendono i ranking, le disparità sono meno evidenti – per le donne si aggiunge, oltre al rischio di infortuni e alle performance sottotono, l’eventualità di una maternità.

Dalle nuove regole imposte nel 2018, le tenniste che si assentano per motivi di salute o gravidanza hanno diritto a mantenere il loro ranking blindato per un massimo di tre anni (per le gravidanze si calcolano a partire dalla nascita). Un buon passo avanti, che però esclude alcun tipo di sussidio economico. Il ranking rimane dov’è, ma finché non si torna a competere bisogna fare esclusivamente affidamento sui propri risparmi o lo stipendio di eventuali partner per sostentarsi. Un fattore che può aumentare, specie ai gradini più bassi delle classifiche, il rischio di “violenza economica”. Insomma, avere un bambino nel mondo del tennis resta, per dirlo nelle parole non felicissime della WTA stessa, «un miracolo in tutti i sensi».

La rappresentanza

Al maschile, l’arma che negli ultimi anni ha cambiato le cose è stato il rafforzamento degli organismi sindacali e di rappresentanza dei giocatori. Da sport individuale qual è, il tennis ha spesso avuto un faticoso dialogo tra le autorità del tour e la base dei giocatori, anche per l’assenza di organi autorevoli esterni alle associazioni. Unico baluardo, i rispettivi Players’ Council, entrambi interni ad ATP e WTA e con poca voce in capitolo.

Le cose sono cambiate quando nel 2020 Novak Djokovic e il collega canadese Vasek Pospisil hanno scelto di fondare la Professional Tennis Players Association. Vero e proprio sindacato di categoria, la PTPA fornisce rappresentanza per i primi 500 tennisti di singolare e i primi 200 di doppio al mondo, tanto uomini quanto donne. La sua fondazione ha in parte cambiato il rapporto di forze all’interno della disciplina, dando nuova voce ai giocatori.

La stessa iniziativa Baseline potrebbe non essere completamente estranea da influenze da questa direzione. Purtroppo, anche quanto a rappresentanza, la racchetta ha ancora parecchi gap da colmare. Se la PTPA ha dato l’esempio, eleggendo nel 2023 per la prima volta un comitato esecutivo composto da 4 giocatrici uomini e 4 donne, non si può dire lo stesso per la WTA. La componente femminile nel suo staff appare sorprendentemente scarna: oltre a non aver mai avuto una CEO donna, non ha neanche una rappresentante delle giocatrici attive all’interno di board. Su 11 componenti, 9 sono uomini, di cui due perfino tra i rappresentanti giocatori. Le sole due donne in consiglio di amministrazione sono Vanessa Webb e Anja Vreg, entrambe ritirate dalle competizioni attive.

Le controversie

Eppure, questa apparente contraddizione interna non rappresenta certo né la prima né l’ultima per il circuito, la cui stessa gestione appare talvolta discutibile.

Ancora nel 2023, l’occasione delle WTA Finals ha fatto da teatro per un nuovo, acceso dibattito, tra top player e autorità associative. La competizione chiude l’anno tennistico, mettendo in scena la sfida tra le prime 8 giocatrici del ranking: rappresenta l’evento più prestigioso della stagione dopo i quattro slam (in ordine, Australian Open, French Open, Wimbledon Championships e US Open). L’edizione dell’anno scorso è stata aspramente criticata per la scarsa e tardiva organizzazione: la venue, nello Stadio Paradisus di Cancún, è stata annunciata a solo due mesi dalla competizione e i campi si sono rivelati inadatti a un torneo di così alto livello. Per giunta, lo scarso preavviso sulla location ha alienato la stessa partecipazione di pubblico: hanno fatto scalpore le immagini di una partita di doppio con gli spalti completamente vuoti.

«Devo dire che sono molto delusa dalla WTA e dall’esperienza vissuta finora alle WTA Finals», ha dichiarato Aryna Sabalenka, la testa di serie numero 1. «Come giocatrice, mi sento davvero poco rispettata. Credo che sia così per la maggior parte di noi. Non è questo il livello di organizzazione che ci aspettiamo per le Finals. Ad essere sincera, non mi sento sicura a muovermi su questo campo, il rimbalzo non è affatto costante e non siamo stato in grado di allenarci qui fino a ieri. Per me non è accettabile con una posta in gioco così alta».

Anche Iga Świątek, che nel corso delle finali ha riconquistato il posto da numero uno al mondo, ha affermato che «non è positivo per nessuno di noi». Quel che è peggio, lo stesso teatrino potrebbe ripetersi per la stagione in corso: a oggi non si sa ancora dove si terranno le Finals 2024. Per confronto, quelle maschili sono già programmate da tempo: per questa stagione e quella successiva, come per le tre passate, si terranno a Torino.

Le conseguenze per il tennis femminile

La replica delle autorità associative non si è fatta attendere: dopo una prima difesa delle proprie scelte, il CEO Steve Simon ha scritto una lettera alle giocatrici, scusandosi e assicurando: «You have been heard», “siete state ascoltate”. Per ora, la promessa resta soprattutto su carta. Così come per quelle fatte su un salario minimo come quello maschile. Dando seguito all’annuncio, in agosto, delle decisioni ATP, l’Amministratore Delegato della WTA ha scritto nella stessa lettera: «Il tema del salario minimo e della copertura per infortuni/maternità è un tema su cui abbiamo programmato di deliberare».

Da allora, però, ancora nessuna notizia. Eppure affrontare il problema è cruciale, soprattutto se si guarda a quanto avvenuto per l’altro sesso. Dalla tempestività e dall’efficacia dell’intervento potrebbe dipendere la sopravvivenza della stessa struttura associativa attuale. E chissà che non torni in auge l’idea, sopita negli ultimi tempi, di un’organizzazione unica per entrambi i sessi. La questione era stata accennata nel 2020 da un tweet della leggenda tennistica Roger Federer: «Mi stavo chiedendo… sono l’unico a pensare che sia tempo di unire il tennis maschile e femminile» aveva scritto il campione, oggi ritirato. La sua posizione è stata poi ripresa dalla gran parte del circuito, incontrando il favore di molti. Ma la realtà potrebbe essere più complicata di come sembra: negli ultimi anni, gli incontri tra associazioni per discutere una potenziale fusione sono stati molti. I risultati, scarsi. ©

📸 Credits: Canva.com

Articolo tratto dal numero del 15 febbraio 2024 de il Bollettino. Abbonati!

Studente, da sempre appassionato di temi finanziari, approdo a Il Bollettino all’inizio del 2021. Attualmente mi occupo di banche ed esteri, nonché di una rubrica video settimanale in cui tratto temi finanziari in formato "pop".