Il calcio italiano è nel bel mezzo di una crisi che colpisce tutto il sistema e che, ormai da diversi anni, va ben oltre i soli risultati sul campo. In un contesto economico, quello del mondo del pallone, diventato sempre più esigente e globalizzato, ci sono i club italiani, in particolare quelli di Serie B, Lega Pro e delle altre leghe minori, che faticano a rimanere competitivi e finanziariamente sostenibili. Ne è una riprova netta l’ultima stagione 2024-2025 che si è appena conclusa: il fallimento di realtà storiche come il Brescia, la SPAL e la Lucchese ha dimostrato quanto fragile sia oggi l’ecosistema, al di fuori della Serie A.
I numeri ne danno conferma definitiva: dal 2000 a oggi, sono oltre 180 le società di calcio italiane che hanno dovuto affrontare fallimenti, liquidazioni e conseguenti esclusioni dai propri campionati di appartenenza. Si tratta di un dato assai allarmante, con oltre 7 club all’anno che in media sono costretti a dare forfait. Le cause sono molteplici: si va dalla cattiva gestione amministrativa all’incapacità di attrarre investitori, passando per introiti televisivi poco remunerativi e per la mancanza di infrastrutture adeguate. Ma più di ogni altra cosa emerge la differenza netta tra i fondi a disposizione delle protagoniste di Serie A e quelli, decisamente più risicati, di chi milita nelle serie minori.
Lo scorso 11 giugno, la Lega Serie B ha confermato la retrocessione del Brescia con penalizzazione di 4 punti, segnando il fallimento di una realtà storica dopo 114 anni. I motivi? Stipendi e contributi non versati, per un totale di almeno 2,5 milioni di euro, tra dicembre e gennaio 2025. A livello pratico, inizialmente la COVISOC (Commissione di Vigilanza sulle Società di Calcio) ha segnalato il mancato pagamento ed è poi scattata la sanzione federale. In sua difesa Massimo Cellino, proprietario del club dal 2017, ha denunciato una truffa avvenuta alle sue spalle, ossia la vendita di crediti d’imposta inesistenti. Le mozioni di difesa non hanno però portato al risultato sperato, con il Tribunale Federale che ha inflitto 8 punti di penalizzazione da scontare tra la stagione attuale e quella successiva, condannando il club alla retrocessione in Serie C e, di fatto, all’impossibilità di iscriversi al prossimo campionato professionistico.
Saltano stipendi e contributi

I bilanci del Brescia ormai da anni oscillavano tra poche luci e tante ombre. A giugno 2022, la società ha chiuso i conti con una perdita pari a circa 6 milioni di euro. L’anno dopo, grazie ad alcune plusvalenze di Mercato e a un drastico taglio al costo del lavoro (sceso da 16,3 a 12,3 milioni), è stato registrato un utile operativo netto di 662mila euro. Ma nonostante questa gestione virtuosa, i debiti complessivi sono rimasti fissi a circa 16,6 milioni, di cui 9,5 da saldare entro 9 mesi.
Cosa vuol dire tutto questo? Che di patrimonio netto al club restavano soli 4,8 milioni. Ad alimentare una pesante situazione di crisi e tensioni ci ha pensato il progetto di ricostruzione dello stadio Rigamonti. Se ne parlava già da molti anni e, con il blocco dell’operazione nel 2016 a causa di ritardi nei pagamenti di circa 8 milioni di euro più IVA arretrata, è rimasto tutto in standby.
I guai della cassa

La squadra di Ferrara ha vissuto un saliscendi di emozioni nelle ultime stagioni, sia lato sportivo che finanziario. Tra il 2017 e il 2019, il club è stato protagonista di stagioni emozionanti in Serie A, ma non sapeva che poco dopo si sarebbe presentato lo spettro della crisi. Il club aveva vissuto un fallimento già nel 2012 e, dopo essere rinato in Serie D come Real SPAL, ha messo in pratica una strategia di crescita culminata con il ritorno nella massima serie calcistica. Un successo alimentato dal rilancio dello stadio Paolo Mazza, completamente ristrutturato, ma con costi che però hanno contribuito all’indebitamento nelle casse del club. Si sono conseguentemente aggiunte le spese per il vivaio e per ricostruire la prima squadra.
Arriviamo così a maggio 2024, quando le autorità federali hanno rilevato diversi ritardi nei pagamenti di IRPEF e contributi INPS. La conseguenza? Una sanzione di 3 punti in classifica, oltre a inibizioni per il Presidente Joe Tacopina. Solamente un mese dopo, la doccia fredda per i tifosi del club: la SPAL non potrà iscriversi al campionato di Serie C per la stagione 2025-2026. Neppure le iniezioni di liquidità comunicate negli ultimi quattro anni, per circa 50 milioni di euro, di cui 12 solamente nell’ultima stagione, sono bastate per contrastare i salati costi operativi.
Dando un occhio al bilancio recente, si notano debiti per circa 35 milioni. Di questi, 7,5 sono verso banche, 7,2 verso i tributari, 2,9 verso l’INPS e 2,4 verso altri finanziatori, tutti da estinguersi nel breve periodo. La parte amministrativa della società contava di risalire la china grazie ai ricavi da diritti TV, a una plusvalenza di 2,5 milioni per la cessione del calciatore Matteo Prati e sfruttando gli aiuti della Legge Melandri per circa 7,2 milioni. Calcoli che però si sono rivelati sballati e che ora mettono la SPAL di fronte a un nuovo spiacevole capitolo della sua storia.
Flop e Tribunali
Altra regione e squadra, altro dissesto. Il Tribunale di Lucca lo scorso 22 maggio ha dichiarato il fallimento della Lucchese. L’ultimo bilancio relativo alla stagione 2023-2024, evidenzia perdite che hanno toccato i 2,47 milioni, in aumento rispetto agli 1,27 dell’esercizio precedente. I ricavi? Solamente 2,47 milioni di euro, contro costi consolidati di quasi 4,88 milioni. Numeri che denotano una situazione molto critica, cui si aggiungono penalizzazioni per ritardi nei pagamenti e un cambio di proprietà che non ha apportato né liquidità né stabilità. La penalizzazione di 6 punti, inflitta già a inizio stagione, ha certificato un dramma sportivo e finanziario, su cui la sentenza del Tribunale di Lucca ha solo messo il sigillo definitivo.
Correre ai ripari

Tre casi emblematici quelli che si sono verificati in queste prime settimane di post-stagione 2025, ma che si inseriscono in un trend tristemente consolidato.
Ci sono esempi di club storici, anche di Serie A, che sono stati costretti a ripartire da zero dopo anni di gloria. Basti pensare alla Fiorentina e al Napoli, oggi tra le realtà più importanti del campionato italiano, ma che hanno dovuto attraversare difficoltà molto simili a quelle dei club in questione. La Fiorentina dichiarò fallimento nel 2002, con la successiva nascita della Florentia Viola, promossa in Serie A dopo due stagioni grazie all’intervento dei fratelli Della Valle.
Il Napoli nel 2004 si trovò ad affrontare una forte crisi. Con debiti stimati tra i 70 e i 100 milioni di euro con circa 300 creditori. Fu Aurelio De Laurentiis, ancora Presidente della squadra, a prelevare i partenopei in Serie C. C’è infine il Parma, che nel marzo 2015 dichiarò fallimento con un rosso di 218 milioni di euro e patrimonio netto negativo di 46 milioni. Oltre a debiti verso lo Stato per 74 milioni.
Ma vale la pena mettere a confronto la situazione odierna tra il calcio italiano di prima fascia e le leghe inferiori. In Serie A, nonostante indebitamenti lordi per circa 4,6 miliardi datati al 30 giugno 2024, c’è un sistema di entrate fatto di diritti TV, marketing e plusvalenze che garantisce liquidità. Squadre come Inter, Roma e Juventus, seppur indebitate, restano in piedi grazie ai sostegni di banche, bond, fondi di private equity e sponsor.
Al contrario, in Serie B e in Lega Pro, debiti anche di minore rilevanza possono generare stop immediati dell’iscrizione ai campionati. Il Brescia fallisce per 2,5 milioni di euro non pagati, la SPAL per un debito di 35 milioni, la Lucchese per 2,5 milioni di perdita.
Riforme e controlli

Da decenni, il Governo federale del calcio italiano cerca di rispondere, per arginare una situazione sempre più difficile. Risale addirittura al 1981 una normativa che prevedeva l’adeguamento alla legge fallimentare ordinaria. A seguito dei fallimenti di Fiorentina e Napoli, la FIGC ha introdotto il Lodo Petrucci. Trasformando l’iscrizione ai campionati in un processo rigoroso che prevede fideiussioni, controlli COVISOC e verifiche sul capitale sociale.
Oggi, di fronte alla forte crisi registrata negli ultimi anni, la FIGC ha deciso di alzare ulteriormente la soglia di autocertificazione patrimoniale. Oltre a rafforzare gli strumenti utili per poter intervenire in anticipo. In questo caso, figurano l’obbligo di depositare fideiussioni, adempimenti in due tranche annuali e un monitoraggio costante. Le penalità, che intervengono sui punti in classifica, sono state utilizzate per punire ritardi di pagamento e responsabilizzare i dirigenti societari. La vicenda di Brescia e SPAL dimostra però che questi sistemi hanno un limite. Le sanzioni possono infatti intervenire solo quando la crisi è già dichiarata, non facendo nulla per evitarla o arginarla.
In questi anni, la Lega Calcio ha più volte ipotizzato stanziamenti straordinari sotto forma di “mutui scudetto”. Ossia linee di credito collettive e un supporto finanziario per la costruzione e la ristrutturazione di stadi e infrastrutture, ma l’attuazione è lenta e frammentata.
Le possibili soluzioni

Alla luce di quanto sta succedendo in Italia e nel resto d’Europa, sembra ormai sempre più urgente l’intervento di nuove leggi per poter offrire al calcio professionistico tutto. Ma soprattutto alle serie minori, più strumenti per inseguire e arrivare alla sostenibilità economica e all’autofinanziamento. Tra le varie ipotesi, una prima proposta prevede la creazione di un fondo mutualistico nazionale. Da alimentare annualmente con una percentuale fissa dei diritti TV della Serie A. Questa somma sarebbe da destinare ai club di Serie B e di Serie C per interventi strutturali o per affrontare situazioni di crisi.
C’è anche un’altra proposta, già al vaglio di alcune commissioni parlamentari, che prevede l’introduzione di benefici fiscali per gli investitori che decidono di prendere parte a operazioni di salvataggio societario. Si pensa per esempio a incentivi per i fondi di private equity. Con semplificazioni burocratiche e sgravi fiscali per i gruppi o i singoli che rilevano quote societarie o decidono di partecipare a piani industriali certificati.
Torna di moda anche l’idea del salary cap, ossia un tetto ingaggi massimo che tutte le squadre devono rispettare, da applicare alle serie inferiori. Il termine massimo sarebbe legato ai ricavi effettivi e non a budget preventivi. Una scelta che eviterebbe il fenomeno diffuso per cui i club arrivano a indebitarsi fortemente nel tentativo di raggiungere risultati sportivi insostenibili economicamente. Infine, diverse figure dirigenziali del sistema calcio promuovono l’accesso al credito attraverso canali agevolati. Alcuni esempi? Un fondo di garanzia pubblico o privato e una banca specializzata in sport e infrastrutture.
Ci si muove anche in ambito UEFA, dove da anni si discute del tema riguardante l’eventuale estensione delle licenze finanziarie anche ai campionati inferiori. Si tratterebbe di un insieme di regole relative a debiti, investimenti, sostenibilità e trasparenza. Che già vengono applicate ai club di Serie A che partecipano alle coppe europee. L’obiettivo è quello di rendere il sistema più equo e stabile, premiando la gestione virtuosa e scoraggiando comportamenti speculativi.©
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