Iperammortamento che torna, criptovalute più tassate e 8 miliardi per le attività produttive. La Legge di Bilancio 2026 cambia le regole del gioco per chi investe in Italia. Ma chi vince davvero? E chi rischia di pagare il conto? Gli incentivi restano, ma solo per chi investe in beni produttivi. Ecco cosa sapere…
8 miliardi alle imprese, ma con nuove condizioni
Aiuti sì, ma solo a chi dimostra solidità e visione industriale. La manovra mette sul tavolo circa 8 miliardi di euro per il sistema produttivo, ma abbandona la logica degli incentivi “a pioggia”. L’obiettivo dichiarato è ridurre la frammentazione delle agevolazioni e concentrare le risorse su investimenti in innovazione, beni strumentali e occupazione. Tradotto: meno crediti d’imposta automatici, più attenzione alla qualità degli investimenti e alla capacità delle imprese di creare valore nel medio periodo. Nel dettaglio:
- Irap +2% per banche, intermediari finanziari e assicurazioni;
- aliquota al 21% per la rivalutazione delle partecipazioni;
- nuova Sabatini potenziata per microimprese e PMI;
- Tobin Tax raddoppiata, dallo 0,2% allo 0,4% sulle transazioni finanziarie.
Iperammortamento: ritorna la leva fiscale sugli investimenti
È davvero il cuore della manovra. Ma conviene a tutti? Dopo anni di crediti d’imposta, l’iperammortamento torna protagonista. Dal 1° gennaio 2026 al 30 settembre 2028 le imprese potranno maggiorare il costo fiscalmente riconosciuto dei beni strumentali, riducendo l’imponibile nel tempo.
Le aliquote sono strutturate per scaglioni:
- 180% fino a 2,5 milioni di euro;
- 100% tra 2,5 e 10 milioni;
- 50% fino a 20 milioni.
Attenzione: il beneficio vale solo per beni prodotti nell’UE o nello SEE.
Il cambio di filosofia è netto. Non più liquidità immediata, ma deduzione fiscale diluita nel tempo. Un vantaggio che premia le imprese redditizie e penalizza chi non ha margini sufficienti per assorbire l’incentivo. Ma le imprese sono pronte a pianificare su più anni?
Criptovalute: fine della tregua fiscale
Investire in crypto sarà ancora conveniente in Italia? Dal 2026 arriva una stretta decisa sulle plusvalenze da criptovalute. L’aliquota sale dal 26% al 33%, avvicinandosi ai livelli di tassazione più elevati sugli investimenti finanziari. Restano esclusi i token ancorati all’euro, ma per tutto il resto il segnale è chiaro. L’obiettivo è ampliare la base imponibile e normalizzare la fiscalità degli asset digitali. Il rischio è evidente: meno attrattività per investitori e operatori, in un Mercato già altamente mobile.
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