martedì, 16 Giugno 2026

L’equilibrio precario del petrolio tra surplus cinese e crisi di Hormuz

Sommario

Il Mercato globale del greggio attraversa una fase di profonda transizione. La classica equazione del settore non è più dominata esclusivamente dalle dinamiche di cartello dell’OPEC+. Entra in gioco un complesso equilibrio tra la trasformazione strutturale della domanda cinese e la persistente fragilità delle infrastrutture logistiche globali minacciate dalle tensioni della guerra in Iran.

La prudenza di Pechino

La produzione di petrolio è in calo di almeno 8 milioni di barili al giorno, a cui si aggiungono 2 milioni di barili bloccati di prodotti petroliferi. Si tratta di quasi il 10% della domanda mondiale. Da oltreoceano gli USA autorizzano l’acquisto di petrolio russo già in transito. E concedono una deroga a tutti i Paesi fino alla mezzanotte dell’11 aprile per acquistarlo. Sebbene l’OPEC+ stia tentando di recuperare quote di Mercato, il pavimento dei prezzi fatica a consolidarsi. In questo scenario, la Cina sta ridefinendo il suo ruolo. Pur confermando un target di crescita del PIL tra il 4,5% e il 5% per l’anno in corso, non funge più da motore incondizionato della domanda petrolifera.

Il conflitto in Iran potrebbe spingere il Dragone a premere ancor più sulla transizione energetica. Pechino non punta più a una crescita illimitata delle importazioni di greggio. La spinta verso l’elettrificazione e l’efficienza energetica, unita alla diversificazione delle fonti (GNL e pipeline terrestri), trasforma la Cina in un acquirente tattico. Anche nelle proposte per il prossimo piano quinquennale del Governo cinese figura l’impegno a promuovere la sostituzione delle fonti fossili. Si punterà sull’energia eolica, solare e idroelettrica.

Pechino agisce oggi come uno stabilizzatore di prezzo, approfittando degli sconti per riempire le scorte strategiche. Ma si vincola a flussi di lungo periodo che lasciano meno spazio alla volatilità speculativa di breve termine. 

I dati del Mercato

I prezzi rimangono resilienti. Il Brent ha registrato una media di circa 70 dollari al barile nei primi mesi del 2026 (con un picco a oltre 100, dovuto al conflitto in corso, che si è stabilizzato negli ultimi giorni). È sostenuto da un premio al rischio di 4-10 dollari legato alle tensioni nello Stretto di Hormuz.

Quest’area, che movimenta circa il 20% del commercio petrolifero marittimo mondiale (con la Cina destinataria di oltre il 37% di tali flussi), continua a fungere da floor naturale per le quotazioni. Ciò impedisce al Mercato di testare i supporti psicologici in area 50-55 dollari. Sono circa 7,3 milioni di barili di petrolio di origine russa stoccati su piattaforme galleggianti, mentre 148,6 milioni di barili si trovano su navi in transito.

«Siamo in una situazione delicata oggi. Dopo diversi giorni la scia di Hormuz è rappresentata anche in Europa. Oltre a una difficoltà nei depositi per taglio di prodotto, la rete carburanti di conseguenza fatica nel riempimento delle cisterne, seppur con erogati che sono triplicati. L’effetto panico alla corsa al pieno da parte dei consumatori è una fotografia che viene osservata con preoccupazione per l’aumento dei prezzi alla pompa di benzina. Attendiamo nei prossimi giorni eventuali manovre da parte del Governo affinché si possa contrastare, almeno in parte, l’aumento dei prezzi. Il Golfo Persico ha bloccato le produzioni dei giacimenti. Inevitabile un effetto domino sulle quote di Mercato degli idrocarburi a livello internazionale.

Se l’escalation continua, la situazione può solo peggiorare. C’è bisogno di una politica energetica europea e una strategia italiana che permetta di utilizzare e sfruttare sempre più le risorse energetiche e petrolifere italiane. Che non sono poche. Dobbiamo renderci in parte indipendenti: solo in questo modo riusciremo a contrastare le situazioni del Medio Oriente e altre anche in futuro», dice a il Bollettino Michele Marsiglia, Presidente FederPetroli.

Il rischio geopolitico dello Stretto di Hormuz 

Mentre la domanda cinese stabilizza il Mercato, il rischio di coda rimane concentrato nei colli di bottiglia. Lo Stretto di Hormuz, punto di transito per una quota critica del commercio di petrolio, rappresenta il principale fattore di incertezza. Funge da single point of failure per circa il 20-30% del commercio globale di petrolio. Per le major europee (da Eni a TotalEnergies), un’interruzione prolungata dei flussi non comporterebbe solo un balzo del Brent, ma un effetto a catena sui margini di raffinazione.

Per l’investitore istituzionale, la sfida è duplice:

  • compressione dei margini: un’impennata del greggio, in un contesto di domanda globale cauta, non sarebbe facilmente traslabile sul consumatore finale, minando l’EBITDA delle divisioni downstream;
  • costi di copertura: l’aumento dei premi assicurativi e dei costi di transito sta già incidendo sulla liquidità operativa, rendendo più oneroso il mantenimento delle catene logistiche tradizionali.

Quanto costa noleggiare un cargo

Il rialzo dei noli marittimi a marzo 2026 è alimentato da una componente finanziaria esplosiva: i premi assicurativi. Con il blocco di fatto dello Stretto di Hormuz, le coperture War Risk per le navi cargo sono decuplicate. Sono passate dallo 0,1% a circa l’1% del valore del bene assicurato. Questo significa che per una singola nave da 50 milioni di dollari, l’armatore deve sborsare circa 300.000 dollari di sola assicurazione per una finestra di transito di 7 giorni.

Tali extra-costi, uniti alle War Risk Surcharges che possono toccare i 4.000 dollari a container, stanno spingendo le aziende a riconsiderare i contratti a lungo termine a favore di una flessibilità operativa necessaria per gestire un Mercato dove la tassa sul rischio pesa ormai quanto il carburante.

La resilienza come fattore di valore

Guardando al biennio 2027-2028, il settore si prepara a una possibile stretta dell’offerta causata dai sotto-investimenti correnti. In questo contesto, le aziende che sovraperformano non sono quelle con le riserve maggiori, ma quelle che hanno saputo integrare la resilienza nel proprio modello di business. 

La stabilità dei prezzi, in un range di 55-70 dollari al barile, dipenderà dalla disciplina produttiva del cartello e dalla tenuta delle catene logistiche negli Stretti cruciali. La strategia di lungo termine delle major si sta spostando verso un re-shoring del rischio, privilegiando bacini produttivi in aree politicamente stabili e investendo massicciamente nella digitalizzazione della supply chain per mitigare gli shock logistici.

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📸 Credits: Canva.com

Determinata, ambiziosa, curiosa e precisa. La passione per il giornalismo mi guida fin da bambina. Per Il Bollettino mi occupo di Startup, curo le interviste video ai player del settore e seguo da anni la realtà delle PMI.