IL MONTENEGRO DEVE UN MILIARDO ALLA CINA: UN QUARTO DEL DEBITO PUBBLICO È NELLE MANI DI PECHINO

Conto alla rovescia per l’apertura delle casse del Montenegro. A luglio il Paese balcanico dovrà restituire a Pechino quasi un miliardo di dollari, che erano stati destinati alla costruzione del primo tratto autostradale tra Montenegro e Serbia, la Bar-Boljare, parte del progetto della Belt and Road Initiative. «Dipendiamo dalla Cina per le infrastrutture e questo è uno scenario drammatico dal punto di vista geopolitico», ha spiegato Milojko Spajic, ministro delle Finanze. In caso di mancato risarcimento del debito, infatti, la gestione delle opere finanziate con il denaro prestato passerebbe nelle mani di aziende asiatiche. Il Montenegro ha chiesto quindi aiuto all’Ue per ripagare i 944 milioni di dollari ceduti dalla Export-Import Bank of China nel 2014. La Commissione Europea ha subito respinto l’appello. «Noi siamo già il più grande fornitore di assistenza finanziaria, il più grande investitore e il più grande partner commerciale del Montenegro. Continuiamo a sostenerli, ma non rimborsiamo i prestiti che stanno prendendo con terze parti», ha detto Peter Strano, portavoce di Bruxelles per la politica estera, che ha anche espresso la propria preoccupazione per gli effetti degli investimenti dell’ex-Impero Celeste nel Paese. Intanto l’Ambasciata della Repubblica popolare a Podgorica si toglie da ogni responsabilità per le difficoltà in cui versa lo Stato: il debito in questione rappresenterebbe meno di un quarto del totale montenegrino e il tasso d’interesse cinese sarebbe solamente del 2%. «La cooperazione in settori chiave come la costruzione di infrastrutture di trasporto è stata fruttuosa. Il progetto è fondamentale per la crescita economica e sociale del Montenegro. La Cina attribuisce grande importanza allo sviluppo delle relazioni con Podgorica e spera che le due parti lavoreranno per approfondire una cooperazione vantaggiosa per entrambi e per i rispettivi popoli», ha detto Zhao Lijian, portavoce del Ministero degli Esteri della Repubblica popolare.

Ma è sempre più diffuso il sospetto che i prestiti della Repubblica popolare per finanziare opere, infrastrutture, aziende e tecnologia in nome della Nuova Via della Seta nascondano pesanti vincoli, obblighi e condizioni molto stringenti, che siano appositamente studiati per mettere fuori gioco nuovi possibili creditori. Come se non bastasse, il debito può essere ristrutturato solo ed esclusivamente con entità cinesi che, in base ai contratti, hanno la precedenza sugli altri. Il rapporto How China Lends: A Rare Look into 100 Debt Contracts with Foreign Governments, dell’istituto di ricerca americano AidData, spiega il complesso meccanismo applicato, in particolare, a imprese e istituzioni di nazioni a basso reddito, specie nel continente africano. Le concessioni hanno esposto all’influenza del dragone molti Paesi in via di sviluppo con condizioni stringenti, clausole segrete, nessuna trasparenza e immediato rimborso in caso di incidente diplomatico. In pratica, quando Pechino, attraverso una delle sue banche statali, concede un prestito a un governo o una grande industria, applica condizioni di riservatezza che superano i requisiti solitamente richiesti dai Paesi titolari della concessione o dalle banche di sviluppo. Non solo i termini devono rimanere segreti, ma anche gli importi delle cessioni. Questa riservatezza pone seri problemi di trasparenza, poiché i governi si vedono costretti a nascondere ai loro contribuenti le somme che dovranno prima o poi restituire, complicando anche le procedure di ristrutturazione collettiva. Se mancano alcune informazioni, diventa impossibile valutare la capacità di ripagare di una nazione sull’orlo dell’insolvenza e per le sue istituzioni e imprese sarà difficile intervenire in caso di ristrutturazione. In altre parole, il debitore si ritrova solo davanti al creditore.

Il report ha analizzato centinaia di contratti di cessione che la Export-Import Bank of China e la China Development Bank hanno stipulato con 24 Paesi in via di sviluppo tra cui Argentina, Ecuador e Venezuela, e molti Stati africani, come Angola e Zambia. Tutti inadempienti verso le due banche asiatiche. Gli accordi, firmati tra il 2000 e il 2020, per un totale di 36,6 miliardi di dollari, contengono clausole di riservatezza di vasta portata che rendono difficile per gli altri creditori accertare la reale posizione finanziaria. Tra queste, quella di cross-default, presente nella metà dei contratti e attivata da qualsiasi azione considerata contraria agli interessi della Repubblica popolare. Questo autorizza Pechino a un risarcimento anticipato qualora le relazioni diplomatiche con lo Stato debitore vadano incrinandosi. La violazione dei rapporti bilaterali, in particolare, equivarrebbe a un’inadempienza. Il 90% degli accordi esaminati nel rapporto, poi, consentono il rimborso nel caso di un significativo cambiamento politico o legale nella nazione che ha ricevuto il prestito.