• lunedì, 15 Agosto 2022

Guido Maria Brera: «L’errore del capitalismo? Abbiamo barattato diritti sociali con merci a basso costo»

Brera

È un fantasma quello che si aggira per le strade di Roma, in una notte del “secondo inverno dell’Era del contagio”. Il fantasma di un uomo, Federico Caffè, storico professore della Sapienza scomparso nel 1987 in circostanze misteriose, simbolo della filosofia keynesiana. È questo l’incipit di Dimmi cosa vedi tu da lì, dell’imprenditore Guido Maria Brera, già autore de I diavoli che ha ispirato l’omonima serie Tv. «È sicuramente un libro politico», ammette Brera. «Per troppo tempo abbiamo preteso che lo Stato si facesse da parte, lasciando a ciascuno assoluta libertà, ma alla lunga la mancanza di regole ci ha fatto cadere in un capitalismo selvaggio, che ignora il suo impatto sulle persone e il pianeta». E, proprio nelle teorie di un John Maynard Keynes di nuovo attuale, l’autore sembra trovare il modo per riportare nell’alveo un capitale che, nelle sue parole, è «uscito fuori dagli argini».

Perché questo titolo?

«In realtà è il verso di una canzone di Francesco De Gregori, che dedicò al padre, che si chiama Tutto più chiaro che qui. In qualche modo è rubato da quello che per me resta un mito. Può sembrare un titolo un po’ lungo, ma ci voleva».

Il sottotitolo recita: un romanzo keynesiano…

«Si tratta di un gioco di parole. Effettivamente quello che abbiamo fatto è un esperimento: abbiamo scritto un romanzo e non un saggio, per raccontare di un’Era, quella keynesiana, che è tornata. Si mette in scena Federico Caffè, un professore e un personaggio storico, ma traslando la sua figura su qualcuno che vuole sparire, che è rimasto deluso: un vestito che può stare addosso a ognuno di noi. Insomma, il tema è molto economico e politico, saggistico, in un certo senso, ma certo esiste un lato romantico del libro, che lo rende a tutti gli effetti romanzo».

Da poco è scomparso Jean-Paul Fitoussi, uno dei grandi fautori di un approccio basato sul benessere delle persone, più che sulla pura crescita del PIL. È arrivato il tempo di una teoria economica più “interventista”?

«Ci sono stati trenta o quarant’anni in cui ci si è illusi che un uomo solo, senza uno Stato, potesse combinare qualcosa di buono. Poi le mancanze della politica e l’assenza di regole ci hanno fatto piombare in una specie di “legge della giungla”. Ci siamo basati sulla crescita del PIL, ma anche sulla produttività, l’abbassamento dei costi, la compressione dei salari: poi tutto ci si è rivoltato contro. È avvenuto una sorta di scambio politico, che Caffè avrebbe definito masochista, con cui abbiamo barattato i diritti sociali dell’Occidente con merci a basso costo. Ci siamo insomma illusi che tutto si potesse misurare sul PIL, ma non è stato così, anche perché ci siamo rivelati incapaci di misurare i veri parametri dell’economia: quanto valore il PIL crea, dove va a finire, che esternalità negative genera… Quanto è sostenibile un fattorino che porta tutte le sere il pasto a casa di migliaia di italiani schiavo di un algoritmo, senza tutela in caso di infortuni e afflitto da turni massacranti?».

Nel suo romanzo precedente, Candido, si mette proprio in scena la spietatezza di una società in cui le persone sono schiave di un algoritmo. Si può dire che Dimmi cosa vedi tu da lì riprenda questo filone?

«In realtà va ancora più indietro, a I diavoli. Questo libro ne è una sorta di prequel: racconta come si è generato quel mondo, i suoi aspetti negativi, ma anche positivi. Per esempio, sono genuinamente convinto che i “diavoli”, intesi non come cattivi, ma come coloro che hanno saputo mantenere l’ordine nell’assenza totale della politica, tutto sommato siano un male minore. Senza quest’architrave che ha tenuto insieme l’Occidente, saremmo finiti anche peggio. In questo senso, riprendo un’idea che esprime già lo scrittore e filosofo russo Fëdor Michajlovič Dostoevskij ne Il grande inquisitore, dicendo che forse è meglio non dare troppa libertà all’uomo, perché non la sa gestire, finirebbe nel caos. Racconto questo quando parlo di un mondo tenuto in piedi non dalla politica, ma da un gruppo di “monaci-guerrieri” che, tra finanza, banche centrali, agenzie di rating e grandi aziende si è fatto carico della gestione del potere, che probabilmente non cercava».

Come riassumerebbe il messaggio politico del libro?

«Secondo me ricomincia un’Era in cui si capisce che il capitale da solo ha bisogno di essere accompagnato, arginato, come l’acqua. Il vero tema politico è l’assenza di politica degli ultimi quarant’anni. E soprattutto in questa fase, di fronte a problemi globali come pandemia, guerre, cambiamento climatico, abbiamo sempre più bisogno di una politica globale».

Quali sono in concreto questi argini al libero scorrere del capitale?

«Gli strumenti di limitazione delle esternalità negative: se una società, per ridurre i costi, produce ricadute importanti sugli stakeholder, il valore aggiunto che genera è annullato dalle esternalità negative create, sia a livello sociale sia ambientale. Bisogna guardare il PIL oltre al semplice numerino. Guardiamo per esempio il cambiamento climatico: al giorno d’oggi ci sono regole che tendono a dirigere gli investimenti soprattutto verso business che seguono criteri ESG (Environmental, social and corporate governance). Quello può essere già un primo step verso un approccio più corretto».

Federico Caffè, tra le altre cose, è stato “padre nobile” per una generazione intera di economisti, tra cui lo stesso Premier Mario Draghi. È una coincidenza?

«Sì, anche se trovo che la visione diversa che Draghi sta portando avanti vada già in una direzione nuova, in un certo senso più vicina alle persone. In ogni caso, tra le tante cose  che mi incuriosiscono di Federico Caffè c’è proprio l’essere stato un grande docente. Do molta importanza ai professori e al loro ruolo nel ricambio generazionale, perché oggi non abbiamo più, o quasi, maestri importanti e grandi allievi. Le nostre università hanno una tradizione di grandi figure, penso più di recente ad Alberto Alesina o Francesco Giavazzi. Però non mi sembra di vederne di nuove con la stessa verve di questi, che sono stati i pochi ad avere mantenuto una forza trascinante come quella di Caffè».        ©

Marco Battistone

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