domenica, 3 Marzo 2024

M&A: perché la Francia “si mangia” i gruppi italiani?

Cinquecentodiciotto investimenti francesi in Italia a trecentodiciotto italiani in Francia. Sono questi i numeri, in termini di acquisizioni, nei reciproci Paesi che, a una prima occhiata, fa sembrare che le aziende d’Oltralpe si stiano “comprando l’Italia”, attraverso la scalata e il raggiungimento del controllo di numerose imprese del Belpaese, compresi alcuni brand noti e simboli del Made in Italy. È così, da un lato, ma non è tutto. 

Le conseguenze della pandemia hanno sconvolto gli equilibri del settore del lusso in generale e di quello italiano in particolare. Il mondo del luxury fashion ha completamente cambiato faccia, dovendo cambiare pria di tutto business. Le grandi firme, ma anche quelle piccole, sono state spinte a ripensarlo completamente, accelerando sullo sviluppo digitale e sostenibile, con la conseguenza di dover realizzare degli investimenti significativi. 

Ma questo, per molti ha significato doversi aprire obbligatoriamente a investitori o nuovi partner, arrivando a l’ondata di accordi annunciati dal dopo Covid-19. Etro che cede il 60% del suo capitale a L. Catterton, Ermenegildo Zegna che si quota alla Borsa di New York e ancora LVMH, che si aggiudica la maggioranza di Off-White, dopo essere salito al 100% di Emilio Pucci.

Queste operazioni, che in termini tecnici vengono chiamate M&A, ovvero Merger & Acquisitions, si sono moltiplicate sul mercato italiano. E la domanda che nasce spontanea è quanto siano positive. Non solo: se queste operazioni creino valore, salvino posti di lavoro e aziende sull’orlo del fallimento. Oppure se, semplicemente, si tratti di azioni predatorie, che finiscono per avvantaggiare solo l’economia del Paese che acquisisce a danno di quella dell’impresa che viene inglobata.  

Per capirne i motivi bisogna considerare alcuni fattori. Primo fra tutti, il tessuto industriale italiano. Questo, infatti, è ancora ricco di aziende che sono vere e proprie gemme, così come di aziende mediograndi, le famose multinazionali tascabili, ancora di proprietà delle famiglie fondatrici. Per non parlare del potere d’attrazione che il Made in Italy esercita più che mai in un mercato del lusso affamato di marchi storici e autentici. Allo stesso tempo, c’è un altro aspetto. Le etichette più fragili, di fronte alla competizione con i colossi, non riescono a stare al passo e quindi cadono nelle mani di gruppi più grandi o di fondi italiani perché da sole fallirebbero.

È successo con Moncler quando si è aggiudicato Stone Island, il fiore all’occhiello dello sportswear di lusso italiano.  Quando la catena low cost OVS ha rilevato marchio e insegna di Stefanel, quando la holding di Renzo Rosso, OTB (Only the Brave), ha acquisito il marchio tedesco Jil Sander, già gestito dall’Italia attraverso l’Onward Luxury Group. 

Ma quali sono le ragioni strategiche e tattiche alla base di queste acquisizioni? Intanto, è importante sottolineare quanto nel settore del lusso mondiale l’Italia vanti il primato dell’eccellenza. Design, capacità di leggere in anticipo le tendenze, qualità produttiva, dinamismo, tradizioni ancestrali. Il Belpaese è considerato la patria della produzione top di gamma. Insieme alla Francia rappresentano i due Paesi leader del mondo. Tuttavia il settore in Italia presenta anche delle criticità date proprio dalla struttura delle imprese, molto spesso a conduzione famigliare e con pochi effettivi e risorse finanziarie troppo piccole per competere con i grandi gruppi mondiali come quelli francesi. Questo limite riflette in parte la struttura imprenditoriale italiana ma anche la mancanza di veri capitani d’industria.

Questa ragione ha spinto molti brand italiani noti a dover cedere proprio ai francesi. Al di là delle scelte imprenditoriali soggettive, l’Italia si è accontentata spesso del proprio ruolo meramente produttivo e dunque di non fare il salto di qualità necessario, ossia quello di diventare al contempo stesso un hub creativo mondiale e un conglomerato di grandi gruppi. Se si analizzano i singoli brand italiani conosciuti nel mondo, si vede che nessuno supera i due miliardi di euro di fatturato. C’è, pertanto, una differenza sostanziale che separa la visione francese da quella italiana o americana. E questo spiega perché i due maggiori conglomerati del lusso siano francesi appunto e non italiani. 

La visione di Bernard Arnault, chairman e CEO di LVMH, piuttosto che di François Pinault, Presidente e amministratore delegato di Kering, è di carattere culturale. Per loro, valori come la storia, la tradizione, l’eccellenza, l’ereditarietà e la valorizzazione sono i principi cardine sui quali si basa il loro gruppo. Pertanto, oltre le performance finanziarie, vi è una visione capace di sviluppare i marchi che è davvero stupefacente. Basti guardare le performance dei marchi italiani riacquisiti rispetto ai fatturati prima delle cessioni. Detto questo, anche in Italia esistono (seppur non siano illimitate) delle realtà produttive davvero d’eccellenza, ma è sempre mancata la figura del grande dominus capace di unirle. Si può anche aggiungere, inoltre, che spesso i grandi marchi italiani del settore, stranamente, sono per certi versi, distanti dal mondo culturale rispetto alla Francia. E, infine, la scarsa attenzione del mondo del lusso italiano verso delle attività volte a valorizzare il territorio o il grande patrimonio artistico. 

Questo spiega anche come mai, mentre i brand francesi sponsorizzano esposizioni di artisti internazionali o festival del cinema in Italia, i brand del lusso italiani dirigono spesso le proprie scelte di posizionamento presso attività a carattere più commerciale o gossip. Inoltre, bisogna aggiungere che, alla base della decisione di un’azienda di vendere, ci possono essere anche ragioni personali: che vanno dalla paura di non riuscire a soddisfare le nuove generazioni, alla mancanza di eredi. 

Resta il fatto che i francesi continuano a fare man bassa dei gruppi importanti del Belpaese,  ricreando la propria filiera del lusso in Italia. Ma la notizia è che non ci sono solo i grandi gruppi della moda d’Oltralpe a “canibalizzare” le imprese moda italiane. Tra i predatori, ci sono anche società di private equity o holding finanziarie in cerca di opportunità o di marchi che, dopo aver conosciuto il successo in passato, ora devono rilanciarsi. Il Covid non ha fatto che accelerare il processo del  fenomeno di aggregazione, che proseguirà, perché da sole e troppo piccole queste aziende non ce la fanno. I fornitori del Made in Italy, spesso iper-specializzati in una categoria merceologica, saranno portati a raggrupparsi fra loro, ampliando la propria gamma di servizi con diverse tipologie di prodotti complementari. Quanto alle case di moda che necessitano di capitali per rinascere, probabilmente verranno comprate. 

C’è un però. Infatti, se Lvmh con 334 miliardi è diventata la prima azienda per capitalizzazione in Europa, anche in Italia si ricerca un imprenditore che possa aggregare i big del Made in Italy. Fra gli addetti ai lavori si fa con sempre maggiore insistenza il nome di Exor di proprietà Agnelli. Con Ferrari, infatti, la cassaforte della famiglia Agnelli-Elkann ha già un presidio nel settore del lusso e si è rafforzata conquistando per 80 milioni la maggioranza della cinese Shang xia e rilevando per 541 milioni il 24% della francese Louboutin (celebre e prestigioso calzaturificio)

Rispetto agli attori industriali, Exor ha nel Dna quell’approccio al M&A non invadente per l’impresa acquisita che tanta fortuna ha portato a Lvmh, Kering o Richemont. L’anticiclità della moda, peraltro, potrebbe aiutare la holding a colmare quel divario fra valore del patrimonio netto e capitalizzazione di Borsa, uno sconto che la affligge da anni e oggi si aggira sul 38%. E, allora, ammesso che ne abbia l’ambizione, sarà John Elkann l’Arnault italiano? Alla moda italiana non resta molto tempo per decidere se restare “bottega” oppure diventare “maison.” 

Per quanto riguarda le operazioni di Merger & Acquistion, in ogni caso, la Francia nel nostro Paese, non si limita certo alla moda.  

Nel 2021, sono state registrate 62 transazioni, per un valore complessivo di 2,9 miliardi di euro, rappresentando il secondo investitore, dopo gli Stati Uniti. Le aziende americane, infatti, hanno effettuato 95 operazioni di M&A verso il nostro Paese, per un totale di 6,1 miliardi. L’acquisizione più grande effettuata da un soggetto d’Oltralpe in Italia è stata quella di Lifebrain da parte di Cerba HealthCare, per un valore di 1,2 miliardi di euro. Entrambe le realtà sono attive nel campo dei laboratori analisi. Quello medicale e farmaceutico, del resto, è un settore che con il Covid ha vissuto un grande fermento ed ha attirato molti investimenti. Rilevante è stato anche l’assorbimento di Creval da parte di Credito Agricole, per 840 milioni. La banca francese è da tempo molto attiva in Italia: nel 2007 ha comprato Cariparma da Banca Intesa e nell’ultimo decennio anche la Cassa di Risparmio della Spezia, quella di  Rimini, di San Miniato e di Cesena. Sono tutte entrate a far parte di Credit Agricole Italia, una delle realtà più importanti del settore bancario italiano.

La grandissima parte degli investimenti francesi in Italia, tuttavia, ha coinvolto realtà più piccole, sconosciute ai più. Secondo Istat sono 2.074 le aziende italiane controllate da imprenditori o gruppi francesi. Complessivamente occupano 290.269 addetti, un numero notevole che solo le aziende di proprietà americana superano tra quelle a controllo estero in Italia. La presenza francese supera quella di tutti gli altri Paesi nel settore dell’industria dell’energia e del commercio. In questi due ambiti Parigi è prima quanto a numero di lavoratori occupati in imprese di proprietà straniera.C’è da dire però, che il rapporto Francia e Italia, non è solo di competizione, ma è anche di collaborazione. Come è stato quello dell’incubatore di impresa al 100% franco-italiano, voluto dalla Banca di investimento pubblica francese, per favorire le industrie franco-italiane,  nel campo del lusso, della chimica, della siderurgia, della trasformazione alimentare e della logistica, spingendole verso una maggiore valorizzazione del know-how di entrambi i Paesi. Tutto al fine di creare più competitività nello scacchiere europeo e stimolare l’imprenditoria transazionale a portare avanti nuove startup e ad aiutare anche la PMI in entrambi i Paesi, non soltanto i grandi gruppi che sono ormai consolidati, affermati e che tutti conoscono.                                         ©

Articolo tratto dal numero dell’1 febbraio 2023 de il Bollettino. Abbonati!