sabato, 13 Aprile 2024
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L’Italia si aggiudica il primo posto nell’Unione Europea per percentuali di riciclo. La second hand economy traina la crescita del settore, con un fatturato che si aggira intorno a 1 miliardo e 700 milioni di euro tra negozi dell’usato conto terzi e ambulantato.

Come far sì che la macchina del riciclo viaggi ancora più veloce, in previsione degli importanti aumenti dei flussi di seconda mano?

«Funzionerà al suo massimo potenziale se i centri di potere riusciranno a trovare formule di interazione con il micro. Per centri di potere mi riferisco alle pubbliche amministrazioni e ai consorzi della grande industria. Centralizzare è una tentazione sempre presente, ma l’epoca del fordismo è finita. Nell’econonomia globale la maggiore funzionalità deriva dallo sforzo congiunto e sinergico del gigante con il microimprenditore, laddove il gigante può orientare, organizzare e porre standard di qualità, mentre i piccoli garantiscono dinamismo, creatività e amore per il dettaglio. Questo è un concetto chiave del libro, e lo abbiamo battezzato supermicroriuso», spiega Alessandro Giuliani, Vice Presidente di Rete ONU e co-autore del libro “La rivincita dell’usato”.

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Il riutilizzo in Italia sembra viaggiare a gonfie vele, grazie anche al contributo della second hand economy

«Il riutilizzo ha un trend di crescita costante. Questo dipende molto dalla capacità degli imprenditori reinventarsi costantemente andando incontro alle nuove tendenze di consumo. Il settore dei negozi dell’usato conto terzi è cresciuto di circa il 20% rispetto ai livelli del 2015, raggiungendo un volume d’affari di oltre 800 milioni di euro annui. L’ambulantato, che ha avuto un grande exploit negli anni duemila, ha attualmente un andamento stabile e fattura circa 900 milioni di euro all’anno. Il comparto degli indumenti usati, che dipende molto dai canali di seconda mano esteri, dal 2015 a oggi ha incrementato le quantità gestite del 22%. Il crollo dei prezzi internazionali, ora in crescita, ha provocato però una riduzione dei fatturati del 13%. Si parla molto di boom dell’usato online, soprattutto perché ci sono sistematiche campagne stampa che fanno di tutto per accreditare questa idea. Effettivamente l’usato online è in crescita, ma dipende anche dal fatto che gli operatori del riutilizzo fanno sempre più ricorso alle piattaforme virtuali per piazzare le loro merci. Le piattaforme fatturano, sommate tra di loro, circa 230 milioni di euro l’anno, ma ne spendono parecchio di più per funzionare. Quindi lavorano sistematicamente in perdita. Per ora campano dei fondi d’investimento internazionali, ma il rischio molto concreto è che la bolla esploda presto».

Cosa spinge le persone verso l’usato?

«La domanda di mercato tradizionalmente è orientata dal minor prezzo, per questa ragione nei territori più poveri il prezzo dell’usato è sempre più alto. C’è però un trend crescente di consumo intelligente e etico. Sempre più persone, di qualsiasi strato economico-sociale, si rendono conto che a parità di prezzo l’usato è più conveniente del nuovo, e che comprandolo si evitano gli impatti ambientali. La Generazione Z, in particolare, è molto sensibile al tema ecologico».

Come promuovere l’usato?

«Occorre rompere lo stigma di povertà che molti consumatori, soprattutto quelli di estrazione più popolare, attribuiscono all’usato. Non deve essere più fonte di vergogna ma di orgoglio. Il lavoro di sensibilizzazione è fondamentale. Non mi riferisco solo alla fondamentale educazione ambientale nelle scuole, ma soprattutto al modo in cui gli imprenditori del settore si pongono rispetto al mercato. È passato il tempo delle botteghe polverose e delle merci ammucchiate. Il riutilizzo ha maggiore successo quando sono pulite ed esposte in modo ordinato, così a ogni singolo pezzo viene data la possibilità di risaltare in tutto il suo valore. I consumatori si stanno rendendo sempre più conto che non è soltanto una scelta ecologica ed intelligente, ma anche un modo per sfuggire alla massificazione imperante dei prodotti in serie. Da più di trent’anni guido i negozianti dell’usato a costruire proposte di valore innovative, e la risposta del mercato è impressionante. Uno store che cura le esposizioni e adotta le stesse tecniche di gestione e di marketing di un retail del nuovo, riesce a penetrare il mercato mainstream con un importante punto di vantaggio: le merci sono tutti pezzi unici, comprandole il consumatore sviluppa un’identità originale e non omologata».

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Qual è il potenziale della second hand economy?

«Ha un potenziale incredibile. In questa epoca storica si affacciano scenari nuovi e in parte imprevedibili. Penso agli obiettivi di Economia Circolare dell’Unione Europea e all’imminente istituzione di regimi di responsabilità estesa del produttore per tessili e mobili. Secondo gli obiettivi europei di recupero e prevenzione dei rifiuti, pubbliche amministrazioni e produttori dovranno aumentare al massimo il riutilizzo. Potranno farlo in modo efficace o meno, collaborando con il settore esistente, oppure entrando in competizione. Di sicuro, i grandi brand non rinunceranno a creare linee di second-hand e di upcycling. I Comuni attualmente puntano su modelli di Centri di Riuso di cui non si riesce a comprendere il criterio. Credo ci sia ancora spazio per la costruzione di sinergie positive con il settore dell’usato. Poi sarà il mercato a promuovere o bocciare le varie formule sperimentate». ©

Articolo tratto dal numero del 15 aprile 2023. Abbonati!

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