Meno di 1 italiano su 3 crede che i propri figli potranno migliorare la condizione sociale rispetto a quella di origine (Fonte: Report FragilItalia Legacoop/Ipsos 2025). L’Italia si conferma uno dei Paesi OCSE con la minore mobilità intergenerazionale. Per un bambino nato in una famiglia a basso reddito, possono servire fino a 5 generazioni (circa 150 anni) per raggiungere il reddito medio nazionale – che si attesta a circa 33.798 euro netti a livello familiare.
Il dato finanziario più allarmante riguarda la polarizzazione della ricchezza: il 60% della popolazione si colloca oggi nella parte inferiore della piramide sociale. Di questi, il 18% appartiene al cosiddetto ceto fragile, nuclei familiari. Pur avendo un reddito da lavoro, faticano a coprire le spese essenziali a causa di un’inflazione che ha eroso il potere d’acquisto reale dell’1,6% nell’ultimo biennio.
L’illusione della redistribuzione
Dagli ultimi dati ISTAT emerge un paradosso. L’intervento pubblico (tasse e sussidi) riesce a mitigare la disuguaglianza primaria (che sarebbe altissima, al 47,28%), portando l’indice di Gini – livello di disuguaglianza nella distribuzione del reddito o della ricchezza all’interno di una popolazione – al 31,17%.
Tuttavia, questa correzione non genera mobilità: protegge dalla caduta verso la povertà estrema ma non fornisce i capitali o gli strumenti per la scalata sociale, congelando le posizioni.
I killer della mobilità: istruzione e precarietà
Sono tre i fattori che agiscono da zavorra:
- l’ereditarietà del titolo di studio. I dati INAPP mostrano che il figlio di un laureato ha il 61% di probabilità di laurearsi, contro il 18% di chi ha genitori con la sola licenza media. La spesa pubblica per l’istruzione in Italia (4,1% del PIL) resta inferiore alla media UE (4,8%). Trasformando la scuola da volano di opportunità a certificatore di status preesistenti.
- la trappola del Working Poor. Con un tasso di occupazione che fatica a superare il 62% e un’incidenza di povertà assoluta che colpisce 3 minori su 20, il lavoro ha smesso di essere una garanzia di ascesa;
- il mismatch territoriale. Il divario Nord-Sud agisce come un ulteriore filtro. In Regioni come Campania e Puglia, oltre il 70% degli indicatori di benessere è sotto la soglia nazionale, spingendo il 65% degli under 35 a considerare l’emigrazione come unica via per la carriera.

Implicazioni per il sistema Paese
Il blocco della mobilità è una vera e propria inefficienza economica sistemica. Un Paese che non valorizza il talento indipendentemente dal punto di partenza è un Paese che spreca capitale umano.
La perdita di 441.000 giovani negli ultimi anni equivale a 160 miliardi di euro di capitale umano esportato senza ritorno (Fonte: CNEL). In termini pratici, lo Stato italiano investe in istruzione e welfare per formare professionisti che produrranno PIL per i competitor (Germania e UK in primis), sottraendo all’Italia circa 7,5 punti di PIL.
La fine dell’ascensore sociale segnala la necessità di riforme strutturali che vadano oltre il semplice trasferimento monetario. Serve un investimento massiccio in politiche attive del lavoro e infrastrutture educative. Senza una manutenzione straordinaria di questo ascensore: l’Italia rischia di scivolare verso una stagnazione sociale che è l’anticamera del declino economico definitivo.
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