lunedì, 8 Dicembre 2025

Nava, Commissione EU: «Investiamo nelle persone, sono loro la principale risorsa dell’Europa»

Per raccontare la posizione economica dell’Italia all’interno dell’Unione Europea ci vuole esperienza e ampia visione. Perché oggi il nostro Paese è sotto il tiro incrociato dei dati sulla disoccupazione e di quelli sulla crescita. Che possono confondere, semplicemente in base alle fonti che si consultano, e che cambiano in modo repentino a causa dell’inquieta realtà geopolitica, che si contrappone alla stabilità governativa interna.

 «L’Italia svolge un ruolo centrale nell’UE, non solo come seconda potenza manifatturiera, ma anche come uno dei Paesi più popolosi», dice a il Bollettino Mario Nava, Direttore Generale della DG EMPL della Commissione Europea.

I fatti: Fitch premia la nostra prudenza fiscale migliorandone il rating creditizio da BBB a BBB+ con outlook stabile. L’agenzia Dbrs Morningstar alza il rating a A (low) da BBB (High), con trend stabile da positivo. Ma l’elevato debito, il secondo nell’Unione Europea, rallenta la risalita. E dati sulla produzione industriale segnano un -7,5% negli ultimi tre anni (fonte ISTAT). I Mercati osservano, mentre il governo Meloni sale sul podio di quelli più longevi della storia della Repubblica Italiana (i primi due sono Berlusconi).

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Contestualmente aumenta il tasso di disoccupazione generale (dal 6 al 6,1% con 1,582 milioni di persone coinvolte – fonte ISTAT) e anche quello giovanile (dal 19,7 al 20,6. «Secondo le nostre proiezioni», scrive Banca d’Italia nell’ultimo bollettino di ottobre, «in Italia il PIL salirà dello 0,6 per cento nel 2025 e nel 2026, e dello 0,7 nel 2027; sarà sostenuto dalla crescita degli investimenti […]. La domanda estera risentirà dei maggiori dazi e dell’apprezzamento dell’euro. L’inflazione al consumo si collocherà all’1,7 per cento nel 2025, scenderà all’1,5 nel 2026 e risalirà all’1,9 nel 2027». Dati che mostrano una correzione rispetto alle prospettive ISTAT di giugno, con un PIL atteso in crescita dello 0,6% nel 2025 e dello 0,8% nel 2026. Ancora differenti, però, sono i  numeri comunicati dal FMI: il PIL crescerà dello 0,5% nel 2025 e dello 0,8% nel 2026, contro l’1,2% e l’1,1% della zona euro.

Districarsi tra tutti questi dati e variabili, tirando somme equilibrate e veritiere, non è affar semplice

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«La Commissione analizza continuamente la situazione degli Stati membri rispetto alla loro economia, al loro Mercato del lavoro e alle questioni sociali. Questo meccanismo di coordinamento è noto come “semestre europeo”, che si articola in due componenti: quello fiscale e quello sociale…».

Ci spieghi meglio

«Mostra chiaramente i punti di forza dell’Italia: la sua eccellenza industriale, le catene di approvvigionamento regionali, le piccole e medie imprese in grado di adattarsi in modo flessibile ai cambiamenti, nonché una forza lavoro nota per lo spirito imprenditoriale e le competenze tecniche. Tutte queste risorse sono essenziali per la sua competitività industriale. L’Italia è inoltre altamente competitiva in settori quali l’automazione, la meccatronica, l’agroalimentare e la progettazione. I centri di ricerca e le università contribuiscono a stimolare l’innovazione e il miglioramento delle competenze della forza lavoro».

A che punto ci troviamo?

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«La nostra analisi evidenzia che l’Italia si trova ad affrontare debolezze strutturali, come la stagnazione della produttività, cresciuta solo del 2% nell’ultimo decennio, e il disallineamento tra le competenze richieste dalle imprese e quelle possedute dai lavoratori».

L’Italia ha anche difficoltà ad attrarre e trattenere lavoratori qualificati (ne parliamo proprio nell’approfondimento di questo numero a pag. 26)

 «Tra il 2008 e il 2022, più di mezzo milione di giovani laureati hanno lasciato il Paese in cerca di migliori opportunità all’estero e da allora solo un terzo è tornato, il che rappresenta una perdita di talenti fondamentale per la competitività dell’Italia. Inoltre, molti posti di lavoro offrono salari bassi, contratti a breve termine e prospettive di carriera limitate».

Che cosa fa la Commissione?

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«Sulla base della propria analisi, formula raccomandazioni chiare per l’Italia: dovrebbe modernizzare l’istruzione terziaria, allineare meglio l’istruzione con le esigenze del Mercato del lavoro, migliorare la qualità del lavoro e attrarre e valorizzare più lavoratori qualificati. Affrontando queste aree e continuando le riforme e gli investimenti nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (194,4 miliardi, di cui 122,6 miliardi di prestiti e 71,8 miliardi di sovvenzioni n.d.r.), il Paese può valorizzare i propri punti di forza e spingere ulteriormente il suo ruolo di motore di un’Europa competitiva».

Quali sono le leve principali su cui si lavora per rafforzare la competitività dell’Unione Europea?

«La chiave risiede nelle persone e nelle loro competenze. Come sottolineato nel rapporto Draghi sul futuro dell’UE, oggi la competitività riguarda meno il costo relativo del lavoro e più le conoscenze e le competenze. Dobbiamo puntare sulle persone: non è solo un imperativo sociale, ma è anche una necessità economica. L’UE sta investendo oltre 150 miliardi di euro per sostenere gli Stati membri per un’Europa prospera e competitiva».

Entriamo nel dettaglio

«Un pilastro centrale di questo sforzo è l’Unione delle competenze. Fornisce una strategia globale con 40 azioni previste in quattro priorità principali. In primo luogo, dobbiamo migliorare l’istruzione prestando maggiore attenzione alle competenze di base e alle scienze, alla tecnologia, all’ingegneria e alla matematica. In secundis, dobbiamo aiutare le persone a migliorarsi e a riqualificarsi lungo tutto l’arco della loro carriera. E poi, in terzo luogo, è molto importante rendere più facile spostarsi e ottenere il riconoscimento delle loro qualifiche in tutta l’UE. Infine, dobbiamo attrarre e trattenere talenti dall’estero in zone in cui non possiamo colmare le carenze. Tali misure mirano a ridurre le carenze di competenze che quasi quattro imprese su cinque si trovano ad affrontare, in particolare nei settori strategici».

Quali sono gli obiettivi più imminenti?

«Il prossimo anno, ad esempio, potremmo proporre nuove norme per garantire che le competenze e le qualifiche dei lavoratori possano essere riconosciute più facilmente in tutta l’UE, facilitando loro la libera circolazione in tutta Europa in un vero Mercato unico. Ma la competitività non riguarda solo le competenze. Dipende inoltre fortemente dalla qualità dei posti di lavoro che creiamo. Se le nostre industrie vogliono competere, posti di lavoro di qualità devono essere il marchio di un’Europa competitiva. Per questo motivo, la Commissione sta preparando, insieme alle parti sociali, una tabella di marcia per l’occupazione di qualità, che mira a promuovere la sicurezza del lavoro, creando e preservando posti di lavoro di qualità in tutta l’UE. Combinando gli investimenti nelle competenze con una forte qualità del lavoro, possiamo garantire che la competitività e l’equità sociale dell’UE vadano di pari passo e siano due facce della stessa medaglia».

La rivoluzione AI trasforma il Mondo del lavoro: in che modo l’Europa dovrebbe rispondere?

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«Vogliamo che l’AI promuova l’innovazione, la competitività e la produttività nell’UE, ma non a scapito delle persone. Per questo la sua integrazione, come quella di altre tecnologie digitali avanzate – in settori quali l’energia, i trasporti e l’assistenza sanitaria – sarà fondamentale per colmare il divario di produttività tra Europa, Stati Uniti e Cina. Ma il successo dipenderà, in ultima analisi, dalle persone. Secondo le stime dell’FMI, fino al 60% dei posti di lavoro nelle economie avanzate potrebbe essere influenzato dall’AI, rendendo la riqualificazione e il miglioramento delle competenze su vasta scala essenziali in molti settori.

È esattamente ciò che l’Unione delle competenze intende conseguire, per fornire strumenti concreti per aiutare i lavoratori. Allo stesso tempo, un recente sondaggio Eurobarometro mostra che l’84% degli europei ritiene che l’AI debba essere gestita con attenzione. Dall’indagine è emerso inoltre che un’ampia maggioranza ne vede il potenziale positivo e sostiene in larga misura norme rigorose per proteggere la privacy e garantire la trasparenza sul lavoro. Il nostro principio guida è semplice: la tecnologia deve assistere, integrare e responsabilizzare i lavoratori, senza controllarli.

Gli esseri umani devono rimanere in controllo della tecnologia.  Siamo stati all’avanguardia a tale riguardo: con la legge sull’AI, l’Europa ha adottato il primo quadro giuridico globale e con la direttiva sul lavoro mediante piattaforme digitali l’UE ha stabilito norme chiare sulla gestione algoritmica».

Basterà?

«Stiamo valutando se sia necessario fare di più per affrontare le sfide poste dall’aumento della digitalizzazione sul luogo di lavoro. Tra l’altro, dallo scorso anno abbiamo anche raccolto i pareri delle parti sociali sul diritto alla disconnessione e al telelavoro. Infine, per garantire che il nostro Mercato del lavoro tenga il passo con l’economia moderna, il prossimo anno la Commissione proporrà una legge sull’occupazione di qualità, sulla base della tabella di marcia. È in questo modo che l’Europa può essere all’avanguardia per un uso responsabile dell’AI, in cui i lavoratori possano prosperare e non essere lasciati indietro».

Le transizioni in corso, dal digitale alla sostenibilità, richiederanno lo sviluppo di nuove competenze: Italia ed Europa sono preparate?

«La risposta dell’UE è chiara: abbiamo bisogno di investire nelle persone, sono la principale risorsa dell’Europa. Le competenze e la preparazione sono fondamentali per trasformare queste sfide in opportunità. Per rispondere alle esigenze urgenti, la Commissione sta attuando diverse iniziative. Un esempio è il dialogo con l’industria e le imprese, ad esempio attraverso il patto per le competenze, che riunisce organizzazioni pubbliche e private. Per assumere impegni concreti. Finora oltre 3.200 organizzazioni, di cui 580 provenienti dall’Italia, si sono impegnate a migliorare le competenze di oltre 25 milioni di persone entro il 2030 in 14 settori industriali».

Che cosa farete?

«Nell’ambito dell’Unione delle competenze, sperimenteremo una garanzia per le competenze, in modo che i lavoratori dei settori in ristrutturazione abbiano l’opportunità di sviluppare la propria carriera in altri settori in crescita. Stiamo inoltre istituendo l’Osservatorio europeo per una transizione equa. Che monitorerà gli effetti sociali della transizione verde sull’occupazione, la creazione di posti di lavoro di qualità e le transizioni da un posto di lavoro all’altro, la riqualificazione della forza lavoro e le esigenze di investimento.

Ciò integrerà un osservatorio di intelligence sulle competenze, che esaminerà quali siano necessarie e dove. In Italia i settori emergenti legati alle transizioni verde e digitale richiedono sempre più lavoratori qualificati. Ma la forza di lavoro si sta adattando a velocità diverse. Sebbene i posti nell’economia verde, in particolare nel settore dei beni e dei servizi ambientali, siano aumentati rapidamente, l’adattamento alla transizione digitale rimane più difficile. In Italia meno di 6 lavoratori su 10 dispongono di competenze digitali di base e il numero di specialisti in TIC (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione) rimane troppo basso, con donne ancora ampiamente sottorappresentate».

L’Italia si trova ad affrontare sfide strutturali nell’apprendimento e nelle competenze di base…

 «Meno del 30% degli adulti partecipa all’apprendimento, ben al di sotto degli obiettivi nazionali e del 60% dell’UE. È anche tra i risultati più deboli dell’UE in termini di alfabetizzazione, calcolo e risoluzione dei problemi. Per colmare tali lacune, l’Italia deve rafforzare l’istruzione di base e digitale, accelerare gli sforzi di miglioramento del livello delle competenze e di riqualificazione e incoraggiare un maggior numero di persone, in particolare le giovani donne, a proseguire gli studi e le carriere nelle TIC».

L’ultima relazione dell’UE sull’adeguatezza delle pensioni evidenzia importanti sfide per noi. Come confronta l’Italia con altri Stati membri in termini di garanzia e quali misure sono più urgenti per rafforzare il sistema?

«L’ultima relazione sull’adeguatezza delle pensioni mostra che il sistema pensionistico italiano ha un tasso di sostituzione aggregato. Che misura il reddito dei pensionati rispetto a quello dei lavoratori, tra i più elevati dell’UE (75% nel 2023) ed è in aumento significativo dal 2012 (58%). Le pensioni sono indicizzate ai prezzi, al di sotto di una determinata soglia. Tuttavia, ci sono due sfide importanti. In primo luogo, la disuguaglianza. L’Italia presenta uno dei divari di reddito più ampi tra i pensionati dell’UE: le pensioni delle donne rimangono inferiori del 32% rispetto a quelle degli uomini. Il che riflette tassi di occupazione più bassi, interruzioni di carriera più frequenti, lavoro a tempo parziale e una vita lavorativa più breve a causa delle responsabilità di assistenza, nonché un elevato divario retributivo di genere.

In secondo luogo, adeguatezza e sostenibilità future. Si prevede che i tassi di sostituzione diminuiranno nei prossimi decenni, soprattutto quando i percorsi professionali diventano più frammentati. Le interruzioni dovute alla disoccupazione, al lavoro autonomo o alle responsabilità di assistenza possono ridurre in modo significativo i diritti pensionistici futuri. E tali interruzioni continuano a colpire in modo sproporzionato le donne».

In un contesto geopolitico instabile, quali riforme nel settore sociale e occupazionale sono più urgenti per garantire la coesione e la resilienza dell’UE, in modo che nessuno sia lasciato indietro?

«È essenziale rafforzare la dimensione sociale dell’UE. Guerre, minacce ibride, concorrenza globale e tensioni commerciali stanno esercitando pressioni sulle nostre società ed economie e creando un senso di instabilità. La risposta deve essere quella di garantire stabilità rafforzando l’Europa sociale, per proteggere le persone e migliorare la loro qualità di vita. Ciò significa garantire l’accesso a posti di lavoro di qualità, condizioni eque e una forte protezione sociale. In modo che nessuno sia lasciato indietro in caso di crisi. Significa anche garantire un’economia paritaria e inclusiva, che crei opportunità per tutti, in quanto l’aumento delle disuguaglianze alimenta anche la polarizzazione politica».

Una visione che prepara il Mercato del lavoro alle trasformazioni…

«Sì, dotando le persone di competenze pronte per il futuro per aiutarli a rimanere resilienti in tempi incerti. Siamo concentrati sulla lotta alla povertà e all’esclusione sociale, perché ancora più di un europeo su cinque è a rischio di povertà. Per questo la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha annunciato, nel suo discorso sullo stato dell’Unione, la prima strategia dell’UE contro la povertà. Abbiamo molto da fare e queste iniziative ci aiuteranno a costruire una società più inclusiva e resiliente, meglio preparata alle sfide di domani». ©

📸Credits: Canva

Articolo tratto dal numero del 15 novembre 2025 de Il Bollettino. Abbonati!

Direttore de il Bollettino dal 2020, giornalista dal 1998. Genovese, appassionata di musica e di scrittura, mi sono occupata di attualità, politica ed economia per radio, tv e carta stampata. Inclusa per il terzo anno consecutivo tra le 1.000 donne italiane più attente al settore innovativo, ho l’onore di guidare un giornale storico, del quale ho fatto un completo restyling e ho fondato il sito e la webtv.