domenica, 3 Marzo 2024

Germania a rischio: il motore d’Europa sull’orlo della recessione

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Rischio recessione per la Germania che, dopo essere cresciuta di appena lo 0,2% nei primi mesi del 2022, potrebbe entrare in una fase negativa. A pesare sono soprattutto la guerra tra Russia e Ucraina e le debolezze ereditate dalla crisi pandemica. «Le informazioni che arrivano spingono a ritenerlo possibile», dice Frederic Gebhard, avvocato ed esperto delle dinamiche dell’economia tedesca. «Anche se non si può avere la certezza assoluta che sarà già in questo trimestre, tutti i dati, anche quelli dei maggiori economisti, indicano comunque un risultato negativo».

Da che settori dovrebbe venire questa contrazione?

«A essere in difficoltà sono l’automobilistico e l’hi-tech, includendo anche le industrie chimiche, come Siemens e Bayer. È una crisi legata soprattutto alla forte carenza di materie prime: molte arrivavano dalla Russia o dalla Cina e ora la fornitura è molto più limitata. Perfino i 100 miliardi di euro che la Germania ha scelto di stanziare per il riarmo stanno avendo difficoltà a essere impiegati, perché mancano i materiali per costruire gli armamenti».

Ci saranno conseguenze importanti per l’Italia?

«Sicuramente sì, perché la Germania resta al momento uno dei motori economici trainanti dell’Unione Europea. Dal mio punto di vista, prevedo risvolti negativi anche per l’Italia, anche se da qualche mese ormai sta guardando verso mercati differenti, per esempio grazie agli accordi di fornitura di gas stipulati con Israele e Algeria. Patti che per l’industria italiana costituiscono un grande vantaggio, perché avendo il gas potrà continuare a produrre. C’è anche da sperare che molte materie prime, se non arriveranno da Russia o Cina, verranno dall’Africa, con cui l’Italia sta intrattenendo rapporti».

Quali sono gli ambiti più a rischio in uno scenario di crisi in Germania?

«Sicuramente l’alimentare, per il semplice fatto che le esportazioni di prodotti verso la Germania sono ampie, per cui se il Paese dovesse entrare in recessione verranno acquistate meno derrate. Un altro settore che verrà fortemente colpito è il terziario: ci sono, soprattutto se guardiamo a Milano e al Nord Italia, molte imprese di servizi, studi legali e commercialisti che lavorano con aziende tedesche che hanno sede anche in Italia».

Che conseguenze potrebbe avere uno scenario di inflazione alta (a maggio in Germania ha toccato il 7,9%) associata a una crescita così stagnante?

«I due fattori messi insieme sono esplosivi, tanto che al momento la percezione degli esperti è estremamente negativa. Si teme che il potere d’acquisto della popolazione, soprattutto a un livello economico medio-basso, cali a livelli mai visti. A questi fattori si aggiunge la grande incognita sulla carenza di fornitura di gas dalla Russia, che ha già tagliato i rifornimenti di almeno il 40% con il blocco di Nord Stream 1. La componente energetica è fondamentale nell’interazione dei due fattori sopracitati: se manca o la si paga a prezzi alti l’inflazione potrebbe salire a livelli mai visti dal secondo dopoguerra».

In che misura la crisi è causata dall’aumento del prezzo dell’energia?

«Interconnessa a doppio filo direi. Se noi parliamo di materie prime, di inflazione, di beni alimentari, è tutto legato all’energia. Io, paradossalmente, ho una visione molto più positiva per l’Italia che per la Germania, che vedo messa peggio, proprio perché viene da anni di grande fatturato da esportazioni e di ottima produttività. E purtroppo, se uno guarda alla situazione degli ultimi giorni, si rischia proprio di andare verso un peggioramento».

Che cosa accadrebbe se la Russia, come minaccia di fare, chiudesse i rubinetti?

«Le conseguenze per la Germania sarebbero devastanti. È senz’altro il primo stato europeo che ne risentirebbe in quanto dipende, molto più dell’Italia, dalle forniture russe. Ci sarebbero difficoltà a soddisfare perfino le esigenze più basilari, come il riscaldamento delle case, per non parlare della produttività delle imprese. Certo, si potrebbe pensare di tornare al carbone ma non è la stessa cosa e in tempi brevi sarebbe difficilissimo».

Quale potrebbe essere l’influenza delle scelte della BCE?

«Amplissima. Innanzitutto, gli aumenti dei tassi approvati potrebbero essere utili per contenere l’inflazione, che in Germania conosce al momento livelli ben più alti che in Italia. Notoriamente, anche il costo del cibo è salito molto, con chiare conseguenze di sostenibilità sociale. D’altra parte, se alzare i tassi potrebbe frenare l’aumento dei prezzi, non è detto che la misura sia così efficace. Si rischia un contraccolpo: innalzando i tassi si interrompe il quantitative easing, che negli ultimi anni ha “salvato” gli stati del Sud Europa, come Italia, Grecia, Spagna e Portogallo. Fermandolo, temo che le conseguenze non saranno molto positive, anche per gli italiani. Certo, il forte risparmio personale potrebbe arginare il problema, ma il debito ne risentirebbe sensibilmente».

Di recente si è assistito a un fenomeno di frammentazione crescente sul fronte dello spread. Potrebbe generare ulteriori problemi?

«Sì. L’UE per come è stata costruita e l’abbiamo vista finora è fondata su interconnessioni stabili e forti. Di conseguenza è ovvio che una ricaduta negativa ci sarà sicuramente. D’altronde, le politiche della BCE e l’innalzamento dello spread erano molto prevedibili. Personalmente, trovo che ci siano poche possibilità di gestire la situazione, perché temo sia già scappata di mano. Non credo che l’innalzamento dei tassi o lo strumento anti-frammentazione potranno riportare lo spread permanentemente sotto controllo. Non sono che delle toppe».

Trova che questa crisi crei un rischio di disgregazione all’interno dell’Unione?

«Ci sono due scenari possibili: che l’Europa si ricompatti intorno a una visione unica, soprattutto in previsione degli scenari economici dei prossimi mesi, o che si sfaldi, con tutti i Paesi che vanno per conto loro. Da un lato, in tempi di crisi c’è una forte opposizione all’Unione. Dall’altro, potrebbe essere anche una soluzione per risolvere parte dei problemi che ci travolgeranno. Trovo comunque che l’Italia si stia muovendo abbastanza bene: il premier Mario Draghi conosce benissimo rischi e conseguenze a cui potremmo essere esposti e sono sicuro che cercherà di staccarsi sempre di più dalla Germania. Credo che lo si inizi già a vedere, a partire dagli accordi indipendenti raggiunti sull’energia, e nei prossimi mesi lo vedremo ancora di più».                                                ©

Studente, da sempre appassionato di temi finanziari, approdo a Il Bollettino all’inizio del 2021. Attualmente mi occupo di banche ed esteri, nonché di una rubrica video settimanale in cui tratto temi finanziari in formato "pop".