giovedì, 23 Maggio 2024
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Gli Stati Uniti sono seduti su una bomba a orologeria e questa volta il dollaro potrebbe non bastare a salvarli. Mentre l’economia rallenta, il soft power scivola di mano al colosso mondiale. «Il vero ancoraggio del dollaro era il predominio degli Stati Uniti a livello militare» afferma Giacomo Gabellini, ricercatore indipendente specializzato in questioni economiche e autore del libro Dedollarizzazione. Il declino della supremazia monetaria americana, edito da Diarkos. «Non possedendo petrolio e materie prime, l’Italia deve esportare, accumulare dollari per acquistare petrolio e gas naturale attraverso la produzione di servizi per altri Paesi. Per gli Stati Uniti questa necessità non c’è, perché basta offrire la propria moneta in cambio di merci, aziende e qualsiasi altro bene. Questo ha fatto venire meno la necessità di produrre sul suolo nazionale. Così, oggi sono proliferati nuovi strumenti bellici, dazi e sanzioni. Dazi che hanno aiutato gli Usa a diventare una potenza industriale».

Basti guardare all’esempio del Venezuela, dissanguato dalle politiche passate degli Stati Uniti, che hanno impedito al Paese Sudamericano di commerciare in greggio con gli altri Stati. «L’ipotesi europea di imporre dazi alle importazioni di veicoli elettrici cinesi potrebbe rappresentare un primo stop ai commerci con la Cina. Penso che le sanzioni si estenderanno anche alla Cina, sebbene in misura non paragonabile a quelle imposte alla Russia. Sarebbe una mossa apertamente ostile, che potrebbe spingere il Paese asiatico a una dura reazione», aggiunge Gabellini.

Cos’è la dedollarizzazione e chi la sta attuando?

«È un processo di allontanamento di alcuni Paesi dagli Stati Uniti, e quindi dal dollaro. Alcuni erano alleati, come l’Arabia Saudita, che ha dato origine a un’intesa bilaterale in base alla quale si impegnava a commercializzare il proprio petrolio in dollari. Oggi però il cosiddetto sistema del “petroldollaro” inizia a vacillare. Il principale responsabile sono gli Usa stessi, a causa del loro far leva in maniera esasperata sulla centralità della valuta nel commercio e come riserva di valore, al fine di uniformarla ai loro interessi. Questo ha funzionato nel breve termine, ma in un’ottica di medio-lungo periodo sta spingendo diverse nazioni verso strutture alternative al dollaro. I Paesi BRICS stanno lavorando a un sistema parallelo alternativo, che non si aggancia a quello basato sulla moneta americana».

Parliamo dell’indebolimento del soft power a stelle e strisce, che fu per decenni l’arma impropria ma vincente dell’impero basato sul dollaro. Come si è arrivati a questa situazione e quali conseguenze potrebbe avere?

«Le conseguenze potrebbero essere pesanti, perché per decenni gli Stati Uniti non hanno avuto bisogno di far fronte a strumenti coercitivi, in quanto godevano di una certa autorevolezza. Questa reputazione è quasi svanita, sopravvive solo nella maggior parte dei giornali europei, ma le persone normali la pensano diversamente. Gran parte del mondo percepisce l’egemonia statunitense come un problema da superare. Infatti, spesso si criticano gli Usa perché adottano due metri di giudizio. Questo si evince, ad esempio, dalle politiche portate avanti dal Fondo Monetario Internazionale, che hanno tradito la promessa di far crescere i Paesi. Al contrario, hanno provocato una caduta dei livelli di benessere e la concentrazione della ricchezza in poche mani. In questo declino si sono inseriti nuovi attori, come la Repubblica Popolare Cinese, che si pone come alternativa al FMI e alla Banca Mondiale».

Brics dollaro

Quali sono i fattori strutturali del declino statunitense? C’entra il dollaro?

«Il declino è dovuto alla conformazione stessa della struttura economica, che si è iniziata a formare alla fine degli anni 70, quando furono richiamati capitali da tutto il mondo. Ma la liberalizzazione dei mercati e l’innalzamento dei tassi d’interesse, che comporta una stretta del credito, rappresenta un problema serio per le attività produttive. Infatti, negli anni si è verificato un trasferimento di impianti dagli Stati Uniti all’Asia, ma anche in Messico e America Latina. Una tendenza che ha condotto a una deindustrializzazione del Paese. Per effetto di questo processo hanno iniziato a diffondersi impianti e gruppi produttivi abbandonati. Ma a tutto questo non è corrisposta una sostituzione di forza lavoro. Così facendo, il Paese perde del know-how che sarà lungo da recuperare.

L’idea era concentrare la specializzazione nei settori dell’alta tecnologia. Questo ha provocato una frammentazione del Paese, la ricchezza si è concentrata lungo la East Coast e la West Coast. Nel resto del Paese, si è verificata una depressione economica. Trump ha saputo volgere a proprio favore il malumore suscitato da questo processo. Lo stesso discorso vale per le elezioni del 2020. Non è un caso se in questi giorni sia Biden sia Trump si siano recati negli stabilimenti di automobili nel Michigan, area produttiva su cui attualmente fanno leva entrambi gli alleati. Gli Stati Uniti d’America vantano un deficit da migliaia di miliardi di dollari, che può essere sostenuto solo grazie ai privilegi che arrivano dalla sua valuta».

Come fanno i dazi e le sanzioni di Washington a diventare vere e proprie armi economiche, adatte a combattere «una forma di guerra non militare il cui potere distruttivo è almeno pari a quello di una guerra cruenta, ma nella quale, di fatto, non si versa alcuna goccia di sangue»?

dedollarizzazione

«Nel saggio Guerra senza limiti si parla del fatto che le guerre sono sempre meno convenzionali. Infatti, gli strumenti attraverso cui si esercita il conflitto non sono più missili, aerei, carri armati. Ormai l’arma principale è la finanza. Pensiamo alla crisi dell’Eurozona, che ha effetti che venivano prodotti in altre epoche attraverso la forza bruta. I dazi, in particolare, hanno rivestito un ruolo fondamentale per trasformare gli Usa in una potenza industriale. Infatti, agli inizi gli Stati Uniti d’America applicavano dazi enormi sul commercio per tutelare la nascente manifattura nazionale. È la chiave per comprendere il conflitto tra Sud e Nord del Paese. Il Sud latifondista traeva beneficio dalla vendita di cotone alla Gran Bretagna, quindi non voleva dazi. Questo però avrebbe relegato il Paese in una condizione subordinata.

Successivamente, gli americani hanno utilizzato questi strumenti per evitare che altri Stati si sviluppassero. Pensiamo alle sanzioni imposte da Trump nel 2018 alle importazioni di merci cinesi, per evitare che i rivali colmassero il gap tecnologico».

Restando in tema di sanzioni, quali effetti stanno producendo e quali conseguenze avranno a medio-lungo termine quelle imposte alla Russia?

«Sono state introdotte misure per isolare la Russia sotto ogni aspetto, conducendola alla bancarotta. In questo contesto l’utilizzo delle sanzioni è un’arma di primissimo piano. Tuttavia, questi provvedimenti non hanno ottenuto lo scopo sperato, perché la Russia è troppo grande e influente a livello internazionale. In quest’ambito, c’è stata un’incredibile sottovalutazione degli europei.

Anzi, le sanzioni hanno avuto un contraccolpo molto pesante in termini di inflazione per gli Stati Uniti, spinto dal fatto che la Russia è un grande produttore di energia. Questo ha impattato sulla vita degli americani. Tuttavia, gli effetti maggiori si sono visti in Europa, perché la recisione dell’arteria energetica a basso costo russa si è tradotta in un declino del surplus commerciale europeo. Infatti, nel 2022 l’Unione Europea ha chiuso l’anno con un deficit di centinaia miliardi di euro. D’altra parte, per l’Ue diventa sempre più difficile produrre dal punto di vista industriale, anche a causa dell’Inflation Reduction Act americano. Una legge di fatto rivolta contro la competitività del Vecchio Continente».

Parliamo dello shadow banking. Cos’è e perché “aumenta il rischio di una nuova, devastante crisi finanziaria”, come scrive nel suo libro?

dollaro Brasile

«Il settore bancario ombra non rientra tra gli istituti di credito tradizionali. Parliamo, ad esempio, di hedge fund e fondi pensioni, che hanno potuto continuare ad avvalersi del credito e di transazioni ad alto rischio senza capitali commisurati. Lo shadow banking ha come unico obiettivo la massimizzazione del guadagno. A fronte di un aumento dei controlli sul settore bancario le banche hanno inasprito i requisiti per accedere al credito. Per Paesi come gli Usa il credito al consumo, quindi micro finanziamenti, è la normalità. Per questa ragione, i consumatori americani hanno iniziato a rivolgersi sempre più al settore ombra, che eroga prestiti con tassi d’interessi elevati.

Soprattutto, non trae beneficio dalla semplice erogazione del credito ad alto rischio, ma trasforma questi crediti in strumenti rivenduti sul mercato come prodotti finanziari. Già nel 2012, un’agenzia statunitense richiamò l’attenzione sul fatto che il sistema poggiava su 67.000 miliardi di dollari di crediti deteriorati. Il rischio è legato al fatto che questo settore, a differenza di quello tradizionale, quando si verificano scossoni ha la capacità di scaricare la sua esposizione in modo molto più rapido rispetto alle banche. Per questa ragione, se si verificasse una crisi strutturale edge fund, fondi pensione etc. potrebbe essere spinto a ripulirsi dei crediti deteriorati. Il settore porta rischi ed eccessi, a cui è perennemente esposto. Tutto questo influisce sulla politica monetaria della Federal Reserve».

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In futuro è possibile ipotizzare un’economia fondata sul Renminbi invece che sul dollaro?

«Non credo, perché non è interesse della Cina sostituire il dollaro con la propria valuta. John Maynard Keynes aveva proposto il Bancor, un’unità monetaria internazionale attraverso cui regolare il commercio internazionale. L’obiettivo era far sì che il mercato non fosse appannaggio di una sola valuta. Naturalmente gli Stati Uniti la spuntarono e il dollaro divenne la moneta di riferimento. Tutto questo ha portato gli Usa ad abusare di questa posizione di vantaggio. Una situazione che si è ritorta contro gli stessi americani, poiché la centralità del dollaro ha dato il via al processo di deindustrializzazione degli Stati Uniti.

La Cina sa benissimo che, qualora il Renminbi lo detronizzasse, andrebbe incontro allo stesso fenomeno. Ma un Paese con un 1 miliardo e mezzo di persone non può permettersi di perdere capacità industriale. In realtà, Pechino mira più a promuovere l’utilizzo delle valute nazionali negli scambi commerciali con l’Estero. Quindi può regolare le transazioni con rubli invece che con dollari. Naturalmente, l’ambizione è quella di raggiungere un livello di diffusione della moneta commisurato alla centralità che riveste in ambito commerciale. Oggi, però, molti Paesi pretendono ancora pagamenti in dollari. Gli Stati Uniti non hanno nulla da offrire al resto del mondo, a parte il dollaro. Per questo abituano gli alleati ad adeguarsi alle proprie politiche sanzionatorie». ©

Articolo tratto dal numero del’15 ottobre 2023 de il Bollettino. Abbonati!

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