venerdì, 12 Aprile 2024
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L’Unione Europea è meno dipendente dal gas russo, ma non fa grandi passi avanti sulle rinnovabili. L’anno scorso l’apporto dell’energia Green al consumo finale lordo di energia nell’Ue è cresciuto dello 0,1% rispetto al 37,4 del 2020. Complessivamente l’elettricità prodotta da fonti rinnovabili ha coperto il 37,5% dei consumi, secondo le ultime rilevazioni dell’Eurostat, l’Ufficio Statistico dell’UE. La produzione di energia eolica, fotovoltaica e idroelettrica ha visto un incremento del 5% dal 2020 al 2021. Tuttavia, allo stesso tempo è aumentato anche il consumo lordo di elettricità, trainato dalla ripresa economica dopo la pandemia da Covid-19. In questo quadro non incoraggiante in ottica di transizione energetica, nel 2021 l’Italia è riuscita a superare gli obiettivi europei grazie soprattutto alla crescita del fotovoltaico. I consumi di elettricità da rinnovabili hanno raggiunto il 39%, contro il 100% dei Paesi dell’EFTA (Norvegia e Islanda).

L’eolico offshore, il tesoro nei nostri mari

Nei nostri mari c’è però un tesoro che potrebbe favorire lo sviluppo delle rinnovabili: l’eolico offshore, galleggiante o con fondamenta fisse. Il nostro Paese sconta però un importante gap: servono in media 5/6 anni per ottenere un’autorizzazione alla costruzione di un impianto che produce energia Green. Questa carenza sta spingendo sempre più gli investitori lontano, verso altri Stati membri e gli Usa.

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«L’eolico offshore avrà un grande successo in Italia, ma serve un programma energetico fatto da esperti. Bisogna riformare completamente il sistema del Catasto per sfruttare i 4 milioni di ettari di aree agricole non coltivate costruendo pannelli fotovoltaici. Oggi questo è impossibile. Inoltre, le Sovrintendenze bloccano lo sviluppo del territorio», dice Alessandro Migliorini, CEO di European Energy Italia, parte dell’omonima global company danese. «Stiamo lavorando su un progetto agrifotovoltaico molto grande che potrebbe essere il primo progetto su scala industriale incentrato su questa tecnologia».

A che punto è il progetto eolico offshore floating in Sicilia? Sarebbe uno dei primi in un settore che ha un grande potenziale nel Mediterraneo…

«Crediamo molto nel floating, già da diverso tempo. Essendo una società nordica abbiamo una familiarità maggiore con l’offshore rispetto all’Italia. C’è anche un’esperienza molto più consistente e quindi l’andamento dei progetti è lineare. Ora però anche in Italia se ne fa un gran parlare. Ci sono tantissimi progetti, il nostro è a uno stadio avanzato, nel senso che al momento è tra i più avanzati tra quelli che hanno ottenuto la connessione. Abbiamo ottenuto anche la concessione sullo specchio d’acqua e adesso ci apprestiamo a entrare nella fase di scoping, dove presenteremo il progetto al ministero.

Sicuramente il posizionamento gioca a favore della Sicilia. In prospettiva, secondo le dichiarazioni della Von der Leyen e di altri autorevoli politici, abbiamo l’obiettivo di diventare un hub energetico. Riteniamo che questo sia un progetto molto importante per realizzarlo, anche per la possibilità di coinvolgere le realtà industriali italiane. Parlo soprattutto della fase di realizzazione dei floater, quindi tutta la parte di carpenteria. Ritengo che l’eolico offshore avrà un grande successo in Italia».

Non solo eolico però. Siamo venuti a conoscenza di un vostro progetto con il governo danese per sviluppare investimenti in Italia, mi può dire di più?

«Stiamo lavorando su un progetto molto grande di agrifotovoltaico che potrebbe essere un primo progetto su scala industriale. Un’opera che possa dare l’idea di che cosa vuol dire agrifotovoltaico in Italia, soprattutto nelle aree più depresse. Per fare questo, stiamo collaborando con l’ambasciata danese sulla penetrazione delle rinnovabili in Italia. Abbiamo individuato dei progetti, soprattutto in Sardegna, sui quali l’ambasciata ci sta dando una mano anche attraverso le relazioni con le associazioni locali e le università di Cagliari e della Tuscia. La difficoltà non sono poche, poiché rappresenta un game changer.

fotovoltaico

Di conseguenza, va fatto con un approccio accademico, individuando le potenzialità e l’applicabilità dell’agrifotovoltaico in funzione delle zone geografiche. Se uno guarda i dati dell’Istat negli ultimi trent’anni c’è stato un abbandono progressivo delle terre e dell’agricoltura. Un fenomeno che, da un lato, ha favorito i grandi gruppi industriali. Dall’altro, però, ha penalizzato le colture di pregio locali specifiche. Questo è un progetto molto ambizioso sul quale stiamo stiamo lavorando e sul quale potremo essere più precisi tra qualche giorno».

Parliamo dei benefici del Power to X, la tecnologia per produrre metanolo verde a prezzi competitivi: quanto è diffusa in Italia e come aumentarne la diffusione?

«Il Power to X per noi è uno dei settori chiave in prospettiva. In primo luogo perché vediamo una perfetta integrazione con lo shipping, quindi con la produzione di carburanti puliti che può supportare la transizione energetica in un settore che è sottovalutato. Basti pensare che l’85% delle merci che consumiamo a livello mondiale arriva via nave. Per me è una rappresentazione plastica di come le rinnovabili siano una piattaforma energetica per il futuro non solo per la produzione di energia pulita, ma anche per integrarsi con quelle esistenti.

Abbiamo già in essere in Danimarca una sperimentazione con Maersk. In Italia, visto che sono dei carburanti per il trasporto marittimo, stiamo cercando di capire in quali porti questa soluzione possa essere applicata insieme al cold ironing, perché queste due soluzioni possono cambiare il modo di fare shipping a 360 gradi. È uno dei settori con grandissime potenzialità perché si associa alle rinnovabili e alla cattura della CO2».

Lo sviluppo di nuovi progetti rinnovabili si scontra con lentezze burocratiche e divergenze di vedute tra i diversi soggetti chiamati in causa, che si traducono in tempi per l’approvazione di 5/6 anni e stop. Una problematica che emerge in particolare quando parliamo di eolico. Quanto costa non decidere?

«Arriviamo al nodo centrale. Sono ormai due anni che mi batto per risolvere questo problema. Negli ultimi due anni ho visto una ipertrofia normativa, dal primo Decreto Semplificazioni in poi. Gli atti che si sono susseguiti non hanno sortito grandi effetti, se non quello di confondere ancora di più e di richiedere normative che spiegassero quelle precedenti. Nel 2022 abbiamo assistito a un incremento delle installazioni, circa 2,5 GW, ma parliamo comunque di una base di partenza praticamente nulla, quindi peggiorare era impossibile. Esistono una serie di criticità legate alla materia normativa. Si era parlato di un super Ministero della Cultura per bypassare i veti delle Sovrintendenze regionali, che dicono di no nei processi autorizzativi regionali e ministeriali. Tutti i sindaci con cui ho parlato mi hanno detto che le Sovrintendenze sono un problema enorme perché bloccano lo sviluppo del territorio sulla base di ideologie».

europa

Ci sono segnali incoraggianti?

«Il 23 aprile dovrebbero convertire il nuovo decreto sulle aree idonee, bisogna capire come. Ritengo l’edilizia libera sulle aree industriali una grande cosa, non vedo perché dovrei fare valutazioni di Impatto Ambientale in queste zone quando non devo ottenerne per un capannone. Su questo c’è una logica di sistema».

Quali altri ostacoli ci sono?

«Un altro problema di cui si parla poco sono i ricorsi, le modalità di consolidamento delle autorizzazioni. Recentemente abbiamo vinto una importante sentenza presso il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR). I giudici hanno stabilito che i ricorsi contro gli impianti devono essere fondati e limitati. Il problema burocratico è molto complesso, richiede un accorpamento delle normative. Il tema della rete preoccupa Terna».

Come si potrebbe risolvere questi problemi che riguardano eolico e fotovoltaico, ma anche impianti di trattamento dei rifiuti?

«In Italia c’è sempre stata una sottovalutazione delle rinnovabili. Con il progetto offshore in Sicilia cerchiamo di contribuire a colmare questo gap. È importante spiegare alle comunità locali i benefici che le infrastrutture possono portare. Le opere di compensazione, realizzate con i fondi che gli operatori versano alle comunità locali dove sorgono gli impianti, dovrebbero essere gestite dalla cittadinanza, invece che dai Comuni. Gli enti territoriali cambiano e spesso non fanno gli interessi della comunità. In Europa siamo gli ultimi in Europa per il coinvolgimento della popolazione, perché in Italia si politicizza tutto. Questo è un elemento superiore che si affianca a Nimby e a quello che chiamo il Nim, non durante il mio mandato parlamentare.

Sono tutti a favore a parole ma una Valutazione d’Impatto Ambientale per il rigassificatore richiede poco tempo, mentre l’autorizzazione per un parco eolico offshore a 50 km dalla costa richiede 5 anni. Le stesse modalità che abbiamo scelto per sganciarci dalla Russia sono curiose perché se rinuncio al 50% dell’energia ma non ho una soluzione immediata per colmare questa lacuna mi trovo in difficoltà. È un processo che si doveva iniziare molti anni prima, dovrebbe venire meno la polemica. È importante trovare il giusto mezzo tra interesse nazionale e salvaguardia dell’ambiente».

eolico gas

La retromarcia dell’Europa su stop alle auto endotermiche sembrano mostrare un corto circuito nel processo di confronto e discussione sulle proposte, se non una certa confusione. Se si procede per diktat e veti andremo incontro a ritardi e stop nel percorso di transizione energetica?

«Sono soluzioni principalmente politiche, che non tengono conto dei reali rischi. Dire che dal 2035 si cambia rotta è un messaggio politicamente forte, che genera problemi. Mi sembra che anche l’Europa stia facendo un mezzo passo indietro. Riconvertire un Paese con la mobilità elettrica non vuol dire solo produrre auto ma anche infrastrutture. C’è anche bisogno di aumentare l’approvvigionamento, oggi abbiamo solamente cambiato medicina, ma i sintomi rimangono. L’urgenza di sostituire i flussi di gas con la stessa risorsa non si riscontra anche per le rinnovabili. In Svezia l’edilizia nuova prevede per ogni parcheggio di edilizia privata una colonnina per la ricarica. Invece in Danimarca la diffusione è maggiore rispetto all’Italia per un discorso di costi, mentalità, ma anche consistenti incentivi che hanno influito davvero. In Italia hanno incentivato i monopattini elettrici».

Si torna a parlare di nucleare anche in Italia, dove per anni è stato considerato un tabù. Che ruolo avrà nel mix energetico del futuro secondo lei?

«Credo che la strada per il nucleare sia molto lunga. La notizia dei problemi di alcune centrali in Francia solleva degli interrogativi. La Finlandia ha impiegato 11 anni per costruire un impianto, pagandolo il triplo rispetto alle stime iniziali. In secondo luogo, c’è una grande punto di domanda che riguarda le scorie radioattive, dove le mettiamo? Non si può continuare a imbarcarle sulle navi e sotterrarle in Africa, serve un piano serio. Il terzo problema riguarda l’acqua, perché il processo di produzione del nucleare ha bisogno di grandissimi quantitativi per raffreddarsi. Basta guardare le performance dell’idroelettrico dell’anno scorso, -41%, risulta chiaro che abbiamo problemi di scarsità. Il cambiamento climatico riguarda l’innalzamento delle temperature medie, non parliamo delle condizioni meteorologiche del giorno. Il nucleare deve tenere conto di problematiche legate a sicurezza e all’ambiente circostante. Bisogna trovare luoghi ideali, non vicino ai centri abitati, in Italia non è semplice».

Lo stop ai flussi di gas dalla Russia e l’incertezza riguardo il prossimo inverno rendono ancora più attuale il tema del riscaldamento. Quali benefici porterebbe una maggiore diffusione di tecnologie quali pompe di calore e teleriscaldamento?

«Credo che il sistema del gas sia superato nel riscaldamento e nell’elettrico. La corsa a riempire gli stoccaggi l’ho trovata esagerata, perché mi sembra che i momenti in cui costava di più sono coincisi con le maggiori spese per l’approvvigionamento. Le pompe di calore potrebbe essere un’alternativa per ottimizzare i consumi. Se volessero spingerebbero sulla riduzione dell’utilizzo di idrocarburi incentivando le altri fonti. Non lo fanno perché vari Paesi non permetteranno di chiudere un serbatoio che per cento anni li ha riforniti. Ci sono molte soluzioni, il problema è trovare un equilibrio. A Copenaghen il teleriscaldamento serve molte famiglie».

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L’Inflation Reduction Act potrebbe provocare un esodo di aziende e investimenti nelle rinnovabili dall’Europa verso gli Usa?

«Ci sarà sicuramente un esodo delle aziende, gli USA applicheranno il modello cinese in casa loro. Oggi sono gli Americani a fare la politica energetica mondiale. Si creeranno due blocchi in futuro. Da una parte Russia e Cina, dall’altra Europa e Stati Uniti. Oggi fare impresa in Europa è praticamente impossibile. Gli investitori hanno comprato per poi smantellare e avviare la produzione fuori dal Continente. Credo sia un fenomeno destinato a crescere, perché l’Europa dipende dall’America. Gli Stati Uniti, invece, vedranno la loro industria crescere e noi dovremo comprare prodotti a costi più alto. Lo dimostrano anche l’inflazione e l’aumento dei tassi». ©

Articolo tratto dal numero del 15 aprile 2023. Abbonati!

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