martedì, 16 Aprile 2024

Il private equity della Cina invade l’occidente

Sommario

I fondi statali della Cina investono centinaia di miliardi di dollari nelle economie occidentali. Entrano, assumendo partecipazioni indirette, in aziende di settori come sanità, tecnologia e industria; anche se le autorità di regolamentazione e i vari governi cercano di ridurre la dipendenza economica dal gigante asiatico. Gli investimenti dei fondi statali cinesi attirano l’attenzione perché creano legami tra Pechino e le economie occidentali che potrebbero essere quasi impossibili da sciogliere.

Le dimensioni dei fondi cinesi

La China Investment Corporation (CIC) e State Administration of Foreign Assets (Safe) sono tra i maggiori investitori al mondo nei cosiddetti “alternativi”. Secondo il data provider Global SWF, le due società hanno investito circa un quarto dei rispettivi 1,35 e 1 miliardo di dollari in attività alternative. Inoltre, l’Autorità Monetaria di Hong Kong, banca centrale del territorio, ha circa 62 miliardi di dollari investiti in private equity e immobili. L’Autorità possiede anche una partecipazione in CVC Capital Partners, una delle maggiori società europee di buyout.

La strategia UE del De-risking

Questi investimenti indiretti, da parte dei fondi del gigante asiatico, sono aumentati in seguito alle misure adottate dai governi e dalle autorità di regolamentazione occidentali per impedire agli stessi di investire direttamente in aziende e infrastrutture.

La crescita del private equity, che negli ultimi tre decenni è passato da un angolo di nicchia del settore dei servizi finanziari a una classe di attività da quasi 13 miliardi di dollari, lo ha trasformato in un importante canale per i flussi di capitale globali.

La Commissione guidata da von der Leyen introdurrà presto una strategia di riduzione dei rischi economici esterni (de-risking). Attraverso misure quali la supervisione delle aziende e la limitazione dell’outsourcing. La Cina è la principale sfida, ma l’UE è divisa sulla questione, con la Germania scettica al riguardo.

L’Europa osserva con apprensione Pechino: Bruxelles intende minimizzare gli effetti negativi pur mantenendo le relazioni con il colosso asiatico. Strumenti come il Critical Raw Materials Act mirano a scoraggiare l’approvvigionamento da Paesi che dominano il mercato europeo. In collaborazione con gli Stati Uniti, la Commissione prevede di introdurre controlli sulle acquisizioni di imprese europee, l’imposizione di sanzioni ai concorrenti sovvenzionati e uno screening sugli investimenti esterni.

Intanto, i gestori dei fondi di private equity insistono sul fatto che non c’è alcun rischio per la sicurezza nazionale nell’avere denaro di entità statali cinesi nei loro fondi. Perché il modo in cui sono strutturati di solito non dà a questi investitori posti nel consiglio di amministrazione o diritti di voto. Anzi, alcuni lo considerano un modo privo di rischi per attrarre capitali cinesi senza rinunciare a un’effettiva influenza aziendale.

Diversi punti di vista

Tuttavia, la stretta relazione tra il private equity e lo Stato cinese è diventata sempre più in contrasto con il cambiamento di umore politico nei Paesi occidentali. I governi sono diventati molto più attenti alla potenziale influenza cinese sui settori strategici.

Nel caso del private equity, la situazione è aggravata da una più ampia mancanza di trasparenza. «È essenzialmente una scatola nera, in termini di origine del denaro», ha detto Lily McElwee, esperta di Cina presso il Center for Strategic and International Studies di Washington. «Non è una questione che gli Stati Uniti e altri Paesi sono in grado di affrontare, soprattutto perché è così opaca».

Ma secondo Peter Lu, responsabile globale dello studio legale McDermott Will & Emery per la Cina; le autorità di regolamentazione iniziano a prestare attenzione alla provenienza del denaro.

«I fondi di private equity devono comunicare alle autorità di regolamentazione degli Stati Uniti e del Regno Unito chi c’è dietro di loro; attraverso la documentazione sulla sicurezza nazionale», ha detto.

«Ci sono investitori non solo cinesi, ma anche sauditi, del Qatar e di tutto il mondo, in queste operazioni. È molto difficile per un grande fondo sovrano nascondersi». ©

Laureato in Economia, Diritto e Finanza d’impresa presso l’Insubria di Varese, dopo un'esperienza come consulente creditizio ed un anno trascorso a Londra, decido di dedicarmi totalmente alla mia passione: rendere la finanza semplice ed accessibile a tutti. Per Il Bollettino, oltre a gestire la rubrica “l’esperto risponde”, scrivo di finanza, crypto, energia e sostenibilità. [email protected]